Egloga I

By Berardino Rota

Leggiadre ninfe, ch’al bel sasso intorno

Scherzando ognor di Mergillina andate;

Ninfe più d’altre assai felici e liete,

Ninfe, per cui sen va superbo adorno

Il nostro mar ch’a viva gloria alzate;

Poi che udito cantar sì dolce avete

Licone, il primo pregio e ’l primo vanto

Di quanti pescator l’onda più prezza;

Voi già, che del più basso umido fondo

Usciste fuor ben mille volte al canto

Tratte da meraviglia e da dolcezza

Per asciugare al sol l’or crespo e biondo,

Qualor sovra il bel colle egli cantando

Quetava l’onda più turbata e fera,

Quasi del mar latin quarta Sirena;

A me, che l’orme sue ne vo cercando

Spinto da voglia pellegrina altera,

Mostrate ove le serba ancor l’arena;

E mentre lascio gli orti aprici e cari

De la bella Egla, ove talor ghirlanda

Tesser soglio di fior toschi e romani

Ne’ miei primi anni, e addolcir gli amari

Pensier che nobil donna al cor mi manda,

Ma parton poi da me fallaci e vani;

Deh raccogliete intorno al vostro lido

Il suon de’ novi accenti, acciò che aggiunga

Là dove è il suo, né si disperda altronde:

Anzi con pieno e fortunato grido

Per voi riceva illustre vita e lunga,

Mentre avran pesci l’acque e spume l’onde.

La bella Dea che nel fiorito volto

Ne mena lieto il dì, tutta di rose

Spargendo l’aria, apria già l’uscio al sole,

Quando il giovene Aminta al ciel rivolto

Con le luci bagnate e lagrimose,

Chiusa la via dal pianto a le parole,

Mentre i compagni a la vicina riva

Traean le reti, in un sospiro ardente

Sciolse la voce al fine, e così disse:

«Che farò, Lida mia, poich’è pur viva

La vita senza te cieca e dolente,

La vita mia, che per te piacque e visse?

Teco il migliore, anzi la parte integra

Di me si sta; teco si stanno i miei

Spirti, teco i pensier tutti si stanno.

E se viver la vita afflitta et egra

Potesse un’ora, un’ora io non vorrei

La vita viva in così vivo affanno.

Lasso, quando più pare il ciel sereno,

Il mar più queto altrui, notte e procella

Senza te mi rassembra, e morte in vista

La vita stessa, e veggio oscuro e pieno

L’aer d’orrori, e la stagion più bella

D’or in or più m’accora, e più m’attrista;

Né perché colma ognor la rete a terra

Torni più ch’io non bramo, aver mai cosa

Posso lunge da te cara o soave.

Dolce a stanco nocchier dopo la guerra

De’ fieri venti lunga e perigliosa,

Quando pace maggior l’aria e l’ond’have,

Veder nel fido porto entrar la barca

Rotta da l’onda tempestosa e ria;

Dolce dopo talor grave fatica

Trar la rete di pesci al lito carca;

Dolce la vela a desiata via

Drizzar, quando ne vien più l’aura amica.

Ma più dolce eri a me, più cara assai,

Tu, bella Lida mia, qualor fuggita

Da la tua madre il dì mi ti mostravi

fossa a pietà de’ miei dogliosi lai

Dal balcon su la riva, e sola uscita

De l’albergo talor pescando andavi

Meco di scoglio in scoglio, or mezzo aperto

Il giardin del bel seno, or chiuso tutto,

Or su le spalle sciolto il crine aurato,

Or l’avorio del piè nudo e scoverto,

Per farmi in mezzo l’acque ardere in tutto;

E ben era quel fin troppo beato:

E talor meco or questa or quella conca

Coglievi, e mi drizzavi or l’amo or l’esca

Al mio lavor dolce compagna e presta:

Or su l’arena, or sotto una spelonca,

Cantavi al suon de l’onda pura e fresca,

Tinta le guancie di pietate onesta.

Ma poiché se’ da questo mar lontana,

Non già dal mio pensier, che seco ognora

Più viva, ove ch’io sia, ti raffigura,

Né pur un passo mai mi t’allontana,

E tanto più m’infiamma e m’innamora

Quanto più ti dipinge e sorda e dura;

E col bel raggio de’ beati lumi

Altre piaggie rischiari, altre contrade,

E da me forse altro penser ti toglie;

E perché più mi dolga e mi consumi,

Godi d’amor nemica e di pietade

De le mie sempre nove eterne doglie,

Amara a me più se’ d’ogni altro amaro.

E quanto allora di dolcezza e gioia

Porgevi agli occhi, e al cor per gli occhi poi,

A cui l’arder per te solo fu caro,

Tanto or da te mi ven tormento e noia,

Che come prima avea da’ raggi tuoi

Eterno giorno, or notte eterna io spero.

Ben han ragion quest’occhi ogni altra luce

Fuggir come nemica, e cercar solo

Dove col velo suo più denso e nero

Notte si stende, e maggior ombra adduce,

Dove luogo più sia deserto e solo;

Ché la vista fu lor sol cara e grata

Per te goder, non già per altro, e questo

Gli fe’ più lieti al mondo, e più felici.

Or per rasserenar la vita orbata

Vorrebono finir, piangendo il resto

De’ tenebrosi miei giorni infelici.

Ma nol consente...’ E qui vinto si tacque

Da la forza del pianto e del dolore:

E tutto ’l giorno in su l’arena giacque

In compagnia del suo nemico Amore.