Egloga I
Leggiadre ninfe, ch’al bel sasso intorno
Scherzando ognor di Mergillina andate;
Ninfe più d’altre assai felici e liete,
Ninfe, per cui sen va superbo adorno
Il nostro mar ch’a viva gloria alzate;
Poi che udito cantar sì dolce avete
Licone, il primo pregio e ’l primo vanto
Di quanti pescator l’onda più prezza;
Voi già, che del più basso umido fondo
Usciste fuor ben mille volte al canto
Tratte da meraviglia e da dolcezza
Per asciugare al sol l’or crespo e biondo,
Qualor sovra il bel colle egli cantando
Quetava l’onda più turbata e fera,
Quasi del mar latin quarta Sirena;
A me, che l’orme sue ne vo cercando
Spinto da voglia pellegrina altera,
Mostrate ove le serba ancor l’arena;
E mentre lascio gli orti aprici e cari
De la bella Egla, ove talor ghirlanda
Tesser soglio di fior toschi e romani
Ne’ miei primi anni, e addolcir gli amari
Pensier che nobil donna al cor mi manda,
Ma parton poi da me fallaci e vani;
Deh raccogliete intorno al vostro lido
Il suon de’ novi accenti, acciò che aggiunga
Là dove è il suo, né si disperda altronde:
Anzi con pieno e fortunato grido
Per voi riceva illustre vita e lunga,
Mentre avran pesci l’acque e spume l’onde.
La bella Dea che nel fiorito volto
Ne mena lieto il dì, tutta di rose
Spargendo l’aria, apria già l’uscio al sole,
Quando il giovene Aminta al ciel rivolto
Con le luci bagnate e lagrimose,
Chiusa la via dal pianto a le parole,
Mentre i compagni a la vicina riva
Traean le reti, in un sospiro ardente
Sciolse la voce al fine, e così disse:
«Che farò, Lida mia, poich’è pur viva
La vita senza te cieca e dolente,
La vita mia, che per te piacque e visse?
Teco il migliore, anzi la parte integra
Di me si sta; teco si stanno i miei
Spirti, teco i pensier tutti si stanno.
E se viver la vita afflitta et egra
Potesse un’ora, un’ora io non vorrei
La vita viva in così vivo affanno.
Lasso, quando più pare il ciel sereno,
Il mar più queto altrui, notte e procella
Senza te mi rassembra, e morte in vista
La vita stessa, e veggio oscuro e pieno
L’aer d’orrori, e la stagion più bella
D’or in or più m’accora, e più m’attrista;
Né perché colma ognor la rete a terra
Torni più ch’io non bramo, aver mai cosa
Posso lunge da te cara o soave.
Dolce a stanco nocchier dopo la guerra
De’ fieri venti lunga e perigliosa,
Quando pace maggior l’aria e l’ond’have,
Veder nel fido porto entrar la barca
Rotta da l’onda tempestosa e ria;
Dolce dopo talor grave fatica
Trar la rete di pesci al lito carca;
Dolce la vela a desiata via
Drizzar, quando ne vien più l’aura amica.
Ma più dolce eri a me, più cara assai,
Tu, bella Lida mia, qualor fuggita
Da la tua madre il dì mi ti mostravi
fossa a pietà de’ miei dogliosi lai
Dal balcon su la riva, e sola uscita
De l’albergo talor pescando andavi
Meco di scoglio in scoglio, or mezzo aperto
Il giardin del bel seno, or chiuso tutto,
Or su le spalle sciolto il crine aurato,
Or l’avorio del piè nudo e scoverto,
Per farmi in mezzo l’acque ardere in tutto;
E ben era quel fin troppo beato:
E talor meco or questa or quella conca
Coglievi, e mi drizzavi or l’amo or l’esca
Al mio lavor dolce compagna e presta:
Or su l’arena, or sotto una spelonca,
Cantavi al suon de l’onda pura e fresca,
Tinta le guancie di pietate onesta.
Ma poiché se’ da questo mar lontana,
Non già dal mio pensier, che seco ognora
Più viva, ove ch’io sia, ti raffigura,
Né pur un passo mai mi t’allontana,
E tanto più m’infiamma e m’innamora
Quanto più ti dipinge e sorda e dura;
E col bel raggio de’ beati lumi
Altre piaggie rischiari, altre contrade,
E da me forse altro penser ti toglie;
E perché più mi dolga e mi consumi,
Godi d’amor nemica e di pietade
De le mie sempre nove eterne doglie,
Amara a me più se’ d’ogni altro amaro.
E quanto allora di dolcezza e gioia
Porgevi agli occhi, e al cor per gli occhi poi,
A cui l’arder per te solo fu caro,
Tanto or da te mi ven tormento e noia,
Che come prima avea da’ raggi tuoi
Eterno giorno, or notte eterna io spero.
Ben han ragion quest’occhi ogni altra luce
Fuggir come nemica, e cercar solo
Dove col velo suo più denso e nero
Notte si stende, e maggior ombra adduce,
Dove luogo più sia deserto e solo;
Ché la vista fu lor sol cara e grata
Per te goder, non già per altro, e questo
Gli fe’ più lieti al mondo, e più felici.
Or per rasserenar la vita orbata
Vorrebono finir, piangendo il resto
De’ tenebrosi miei giorni infelici.
Ma nol consente...’ E qui vinto si tacque
Da la forza del pianto e del dolore:
E tutto ’l giorno in su l’arena giacque
In compagnia del suo nemico Amore.