Egloga II
Lascia la canna pur, lascia pur l’amo,
Lascia, se puoi lasciar, Cromi, te stesso,
Poiché la vita ancor fra mille morti
Non vuol lasciarti, e t’ha lasciato, ahi lasso,
Nerina tua, Nerina un tempo tua.
Cromi, a che piangi? a che, misero, spargi
Pur tante voci al vento? Or chi t’ascolta,
Altri che questi scogli orridi e nudi?
Deh non più, no: volgi il pensier molesto
Che d’uno in altro duol ti muta e cangia
A più tranquilla parte, a più dolce uso,
E rasserena omai la mente oscura.
Dimmi, quando l’altrier cotanto irata
Si mostrò l’onda e ’l ciel gravato e nero,
Onde tutto quel dì, tutta la notte
De’ fieri venti il furioso assalto
Non lasciò pur tentar l’acqua col remo,
Che fe’ Licida allora, e tu che festi?
Come ingannar poteste il tempo, e come
Menar quelle noiose ore nemiche?
Lasso, che potea io, se non dolermi,
Et accrescer ognor l’onde col fiume
Di questi occhi dolenti, e co’ sospiri
Arder l’acque l’arena i sassi e l’alga?
Ma Licida, a cui tanto il ciel cortese
Arrise sempre, a cui sempre di nove
Grazie Fortuna il sen più largo aperse,
Credendo d’addolcir l’amaro tosco
De la trist’alma e porger tregua al duolo,
A cantar m’invitò seco con patto
Ch’io rispondessi; e poi così cantando
Sciolse la lingua et io risposi al canto.
Quando Terilla mia cogliendo il giorno
Va per cotesta lieta amica riva
Or questo or quel lapillo,
Veggio rasserenar l’aria dintorno,
E placido e tranquillo
Dentro i begli occhi Amor la face avviva.
Quando Nerina mia specchiarsi io scorgo
Nel puro fondo de la fresca riva,
Dal bel lume s’infiamma
Nettuno, et arde nel più basso gorgo,
E la sua dolce fiamma
Venere al sol de’ suoi begli occhi avviva.
Terilla mia più dolce e più soave
D’ogni maggior dolcezza,
Più bella del più bel de la bellezza,
Più del mar grata in vista il giorno c’have
Col vento maggior pace,
Quando ogni cosa tace,
Deh corri a me, mentre di scoglio in scoglio
Da le pietre le conche io spicco e coglio.
Nerina a me più dura e più ritrosa
D’ogni maggior durezza,
Più bella del più bel de la bellezza,
Più del mar cruda in vista il dì che posa
Men nel suo letto, e giace
Più che l’aria fallace,
Deh vola a me, deh me rendi a me stesso,
Mentre a te questa rete io lego e tesso.
Mentre Terilla al sole apre il tesoro
De l’auree chiome, et io l’involo a prova
Per entro quel fin oro
Or questo sguardo or quel, par che dagli occhi
Tal dolcezza al cor fiocchi,
Che mille vite e mille allor vorrei
Tutte perder per lei,
Ché a perderne una sol poco mi giova;
Né la gioia infinita
Di quella dolce morte io cangerei
Col maggior ben d’ogni più lieta vita.
Mentre Nerina mia ne’ be’ cristalli
Del vicin fonte bagna il crin lucente,
E tra perle e coralli
In mille nodi poi l’adorna e stringe,
Tal piacer move e spinge
L’alma, che fugge e a se stessa s’invola
Et al bel crin ne vola,
Ove mostra goder sì novamente
Fra l’oro crespo avolta,
Che di quella prigion più si consola
Che d’ogni libertà più cara e sciolta.
Quando Terilla mia su quell’arena
Con dolci cenni a sé mi chiama e stende
La man bianca e gentile,
Inusitata gioia al ciel mi mena:
E sì nobil desio quest’alma accende,
Che quel che altri più pregia, io tengo a vile.
Quando Nerina mia sotto quel monte
Pescava meco (or chi fia mai che ’l creda?),
Quanto il mar chiude in seno
Parea ch’a l’aria de la bella fronte
Prender devessi: e sol er’io la preda,
E l’esca e l’amo il bel guardo sereno.
Terilla, c’hai la fronte assai più chiara
Che la fronte del sol, quando vien fuora
De l’onde e ’l ciel rischiara,
E la guancia vermiglia
Più che la giovenetta e bionda Aurora,
S’a me volgi le ciglia,
Vedrai col vento inseme
L’onda tacer ch’irata or ferve e freme.
Nerina, c’hai le chiome assai più bionde
Che le chiome del sol, quando il bel raggio
Alza il matin da l’onde,
E la guancia vermiglia
Più che la rosa il mese innanzi maggio,
S’a me volgi le ciglia,
Vedrai tornar tranquille
L’onde ch’or vanno al cielo a mille a mille.
Deh segui, Cromi, pur, né ti rincresca
Dir quel che dopo te Licida disse,
Così pietoso il ciel tosto ti renda
Nerina tua, Nerina un tempo tua,
Or d’altrui fatta, troppo indegnamente;
Né dagl’inganni tuoi pesce mai scampi,
Benché il più accorto, il più veloce sia
Di quanti accoglie il mar nel salso grembo
E meni il cristallin ceruleo carro
De la reina di quest’acque Teti.
Quel che egli disse, or chi ridir potrebbe?
Disse Licida più, ma così l’alma
La rimembranza del perduto bene
D’alto dolor subitamente oppresse,
Che mi lasciò la voce e la parola,
Né più, com’ei volea, potei seguirlo:
Onde ancor la memoria si sgomenta,
Né quel che averne poi più mi sovene.
Ben ti dirò, ch’al suon de’ dolci accenti
S’arrestaro i delfini e in mezzo il corso
Lasciati i balli fur veduti a schiera
Lungo spazio scherzar dintorno al lito;
E posto il volo e se stesso in oblio,
Fermo su l’ali or questo mergo or quello
Ad ascoltarlo stette, e le sue note
Insieme accompagnò cantando a gara;
Finché vibrando il bel raggio d’argento
La sorella del sol l’onde percosse,
E di mill’occhi il gran volto del cielo
Dipinto al mondo e luminoso apparve.
Ma perché veggio Mopso in su l’arena
Che t’aspetta a la rete, alzati e corri,
Ch’io tornerò, poi che sì vole Amore,
A le lagrime prime et al dolore.