Egloga II

By Berardino Rota

Lascia la canna pur, lascia pur l’amo,

Lascia, se puoi lasciar, Cromi, te stesso,

Poiché la vita ancor fra mille morti

Non vuol lasciarti, e t’ha lasciato, ahi lasso,

Nerina tua, Nerina un tempo tua.

Cromi, a che piangi? a che, misero, spargi

Pur tante voci al vento? Or chi t’ascolta,

Altri che questi scogli orridi e nudi?

Deh non più, no: volgi il pensier molesto

Che d’uno in altro duol ti muta e cangia

A più tranquilla parte, a più dolce uso,

E rasserena omai la mente oscura.

Dimmi, quando l’altrier cotanto irata

Si mostrò l’onda e ’l ciel gravato e nero,

Onde tutto quel dì, tutta la notte

De’ fieri venti il furioso assalto

Non lasciò pur tentar l’acqua col remo,

Che fe’ Licida allora, e tu che festi?

Come ingannar poteste il tempo, e come

Menar quelle noiose ore nemiche?

Lasso, che potea io, se non dolermi,

Et accrescer ognor l’onde col fiume

Di questi occhi dolenti, e co’ sospiri

Arder l’acque l’arena i sassi e l’alga?

Ma Licida, a cui tanto il ciel cortese

Arrise sempre, a cui sempre di nove

Grazie Fortuna il sen più largo aperse,

Credendo d’addolcir l’amaro tosco

De la trist’alma e porger tregua al duolo,

A cantar m’invitò seco con patto

Ch’io rispondessi; e poi così cantando

Sciolse la lingua et io risposi al canto.

Quando Terilla mia cogliendo il giorno

Va per cotesta lieta amica riva

Or questo or quel lapillo,

Veggio rasserenar l’aria dintorno,

E placido e tranquillo

Dentro i begli occhi Amor la face avviva.

Quando Nerina mia specchiarsi io scorgo

Nel puro fondo de la fresca riva,

Dal bel lume s’infiamma

Nettuno, et arde nel più basso gorgo,

E la sua dolce fiamma

Venere al sol de’ suoi begli occhi avviva.

Terilla mia più dolce e più soave

D’ogni maggior dolcezza,

Più bella del più bel de la bellezza,

Più del mar grata in vista il giorno c’have

Col vento maggior pace,

Quando ogni cosa tace,

Deh corri a me, mentre di scoglio in scoglio

Da le pietre le conche io spicco e coglio.

Nerina a me più dura e più ritrosa

D’ogni maggior durezza,

Più bella del più bel de la bellezza,

Più del mar cruda in vista il dì che posa

Men nel suo letto, e giace

Più che l’aria fallace,

Deh vola a me, deh me rendi a me stesso,

Mentre a te questa rete io lego e tesso.

Mentre Terilla al sole apre il tesoro

De l’auree chiome, et io l’involo a prova

Per entro quel fin oro

Or questo sguardo or quel, par che dagli occhi

Tal dolcezza al cor fiocchi,

Che mille vite e mille allor vorrei

Tutte perder per lei,

Ché a perderne una sol poco mi giova;

Né la gioia infinita

Di quella dolce morte io cangerei

Col maggior ben d’ogni più lieta vita.

Mentre Nerina mia ne’ be’ cristalli

Del vicin fonte bagna il crin lucente,

E tra perle e coralli

In mille nodi poi l’adorna e stringe,

Tal piacer move e spinge

L’alma, che fugge e a se stessa s’invola

Et al bel crin ne vola,

Ove mostra goder sì novamente

Fra l’oro crespo avolta,

Che di quella prigion più si consola

Che d’ogni libertà più cara e sciolta.

Quando Terilla mia su quell’arena

Con dolci cenni a sé mi chiama e stende

La man bianca e gentile,

Inusitata gioia al ciel mi mena:

E sì nobil desio quest’alma accende,

Che quel che altri più pregia, io tengo a vile.

Quando Nerina mia sotto quel monte

Pescava meco (or chi fia mai che ’l creda?),

Quanto il mar chiude in seno

Parea ch’a l’aria de la bella fronte

Prender devessi: e sol er’io la preda,

E l’esca e l’amo il bel guardo sereno.

Terilla, c’hai la fronte assai più chiara

Che la fronte del sol, quando vien fuora

De l’onde e ’l ciel rischiara,

E la guancia vermiglia

Più che la giovenetta e bionda Aurora,

S’a me volgi le ciglia,

Vedrai col vento inseme

L’onda tacer ch’irata or ferve e freme.

Nerina, c’hai le chiome assai più bionde

Che le chiome del sol, quando il bel raggio

Alza il matin da l’onde,

E la guancia vermiglia

Più che la rosa il mese innanzi maggio,

S’a me volgi le ciglia,

Vedrai tornar tranquille

L’onde ch’or vanno al cielo a mille a mille.

Deh segui, Cromi, pur, né ti rincresca

Dir quel che dopo te Licida disse,

Così pietoso il ciel tosto ti renda

Nerina tua, Nerina un tempo tua,

Or d’altrui fatta, troppo indegnamente;

Né dagl’inganni tuoi pesce mai scampi,

Benché il più accorto, il più veloce sia

Di quanti accoglie il mar nel salso grembo

E meni il cristallin ceruleo carro

De la reina di quest’acque Teti.

Quel che egli disse, or chi ridir potrebbe?

Disse Licida più, ma così l’alma

La rimembranza del perduto bene

D’alto dolor subitamente oppresse,

Che mi lasciò la voce e la parola,

Né più, com’ei volea, potei seguirlo:

Onde ancor la memoria si sgomenta,

Né quel che averne poi più mi sovene.

Ben ti dirò, ch’al suon de’ dolci accenti

S’arrestaro i delfini e in mezzo il corso

Lasciati i balli fur veduti a schiera

Lungo spazio scherzar dintorno al lito;

E posto il volo e se stesso in oblio,

Fermo su l’ali or questo mergo or quello

Ad ascoltarlo stette, e le sue note

Insieme accompagnò cantando a gara;

Finché vibrando il bel raggio d’argento

La sorella del sol l’onde percosse,

E di mill’occhi il gran volto del cielo

Dipinto al mondo e luminoso apparve.

Ma perché veggio Mopso in su l’arena

Che t’aspetta a la rete, alzati e corri,

Ch’io tornerò, poi che sì vole Amore,

A le lagrime prime et al dolore.