Egloga III

By Berardino Rota

Or poi che il fato mio malvagio e crudo

Vuol ch’i’ t’incontri e ti riveggia, e sia

La tua vista principio al novo giorno,

Potrò ben io tornar povero e nudo

Di preda a la magion: da la man mia

Nel cavernoso e liquido soggiorno

Staran securi i pesci. Or quale in terra

Di più sinistro augurio esser può mostro

Di te, che se’ del mar tempesta e fame?

Fame tempesta pestilenza e guerra

Di tutti gli elementi al secol nostro

Solo se’ tu: né so com’io ti chiame.

Fuggite, o pescatori, ite lontani,

Traete pur le reti, i legni al secco,

E raccogliete e vele e remi e sarte:

Ecco Scilla latrar cinta di cani,

Ecco Cariddi assai più fiera, et ecco

Importuna procella in ogni parte.

O rive sconsolate, o piaggie meste!

Uscito a pena fuor se’ per l’arena,

Ch’ogni cosa è cangiata in peggior forma.

O infelice il corpo che ti veste,

Spirto dannato a sempiterna pena,

Per gire a Stige vera strada et orma.

Sventurata la rete il remo il legno,

Sventurata la canna e l’amo e l’esca

Che t’obedisce e serve; e guai a’ pesci,

Trionfo vil di vincitore indegno.

Miser colui che teco vive e pesca.

Taci, per Dio, ch’a tutto ’l mondo incresci.

Non se’ quel Gillo tu, snello et accorto,

Che pur discinto e scalzo saltando ieri

Da la tua barca al sasso di Filito

(Et era men di mezzo braccio corto

Lo spazio al salto) i piè destri e leggieri

Cotanto avesti, e sì pronto et ardito

Fosti, che come piombo in mar cadesti?

E se non fosse stato o Glauco o Forco,

Io non so ben chi fu, che con la mano

Sua ti sostenne a forza, in mar saresti

Rimasto cibo allora o d’orca o d’orco,

O senza te felice il seme umano!

O beato colui, non mi sovene

Se fu spagnuolo o pur francese Ulisse,

Che de’ compagni suoi chiuse l’orecchie

Al canto micidial de le Sirene;

Né so s’un cieco o pur zoppo ne scrisse.

E se coi morbi novi usar le vecchie

Medicine uom potesse, o quanto, o quanto

Grato mi fora oggi serrar le mie:

O quanto volentier le chiuderei

Per non udir così stridevol canto,

Ch’apporta mezza notte a mezzo il die,

Di Sirena infernal come tu sei.

Io seguo pur, di’ ciò che vuoi, se il riso

Non interrompe a le parole il corso.

Or, poi che rotti e già squarciati i panni,

Lacero il mento e sanguinoso il viso,

Quasi zoppo delfin curvando il dorso,

Grave d’umor, ma via più grave d’anni,

A gran pena sorgesti al fin dal fondo

Ardendo il viso di purpureo orgoglio,

E ten gisti a sedere in su la rupe,

Quel che più mosse a dolce riso il mondo,

E penso ne ridesse anco lo scoglio,

Fu che, credendo star ne l’alte e cupe

Valli del mare, or l’uno or l’altro braccio

Movevi a nuoto, e ’l crin bianco e negletto

(Chiusi gli occhi ch’or apri, e pur non vedi,

Qual cieco inviluppato in rete o laccio)

Cercavi scior da l’alga ond’era stretto,

E credo ch’a te stesso anco non credi;

E talor appoggiato al destro fianco

Versando da la bocca un largo rivo

D’acque spumose e salse, a punto espresso

Parevi il Tebro o l’Arno in saldo e bianco

Marmo scolpito, benché assai più vivo

Direi che di te fosse il marmo stesso.

Io so c’hai voto il sacco, e non ti resta

Altro che dir; ma fia ben ch’odi ancora

Or tu la mia, com’io la tua novella.

Non se’ quel Tico tu, che ne la festa

Che ’l primo dì d’aprile in su l’aurora

Si suol far di Nettuno, in questa, in quella

Sponda del nostro mar, sì presto e leve

Corresti al pregio già, ch’era un tabarro

Azzurro et un cappel di paglia tinto,

Ch’ancor mostrasti al giuoco de la neve

Nulla valer, com’uom dice, e dal carro

Esser con un bue zoppo e giunto e vinto?

Già ti sovien ch’a pena quattro o cinque

Passi movesti al corso, assai più lento

Di formica o testuggine, che quale

Saetta giù cadesti, e le propinque

E le lontane piaggie anco il lamento

De l’ossa peste udiro, e tanto e tale

Allor fu il riso, e tali e tanti i gridi

Nel teatro di ninfe e pescatori,

Che i pesci per timor fuggiro al centro,

E lasciò Alcione i cari nidi.

Ma l’esservi presenti Elenco e Dori

Ti trafissero il cor più forte a dentro:

Elenco il tuo rival, Dori l’amata

Dolce tua pescatrice, anzi nemica.

E quanto sviluppar le braccia, il collo

Da l’arena tenace et ostinata

Tentavi più, tant’ella e più t’intrica,

Né giova forza usar di moto o crollo.

Fra gli arbusti di state udir cicada

Spesso si suole, e risonar la rana

Ne’ laghi e negli stagni è vecchia usanza;

Ma l’una e l’altra udir cosa è ben rada

Ne’ liti e ne l’arene. O nova, o strana

Voce, che l’una e l’altra inseme avanza!

E crederei che non tu solo al gioco

Fosti, ma venne teco anco Lieo.

Che ti bagnò del suo licore e tinse,

Per mostrar la sua forza in ogni loco,

E ch’a Bacco talor cede Nereo;

In cotal guisa ti percosse e vinse.

E tanta e tanta arena a te, ch’immerso

Giacevi in quella, sparsero di sopra,

Che fecer d’ima valle un alto colle;

E poi ch’ivi sepolto, ivi sommerso

T’ebber per far più dilettosa l’opra,

Fosti d’acqua di mar bagnato e molle.

Prima tacer vedrassi a mezzo verno

Il gran campo del mar, quand’è più scosso

Da Borea o d’Austro, o più ’l bagna Orione,

Che taccia la tua lingua, o vivo inferno,

O da l’ira di Giove arso e percosso

Infame scoglio, o furial magione.

Lasciami pur, lasciami dir: le tue

Parole non fur già tronche né rotte

Come le mie da te. Corsero allora

Gli spettatori: et a veder ben fue

Cosa che tutto ’l dì, tutta la notte,

Tenne chi ’l vide in gioia, e tiene ancora;

Corsero dico, e in fin ad or le spalle

Mostran la stampa del novel martiro,

Che due e quattro et otto e dieci e venti

Volte per entro l’arenosa valle,

Or su or giù ti ravolgeano in giro,

Come di polve fan rabbiosi venti;

E ridendo e gridando: «O Palinuro

Risorgi da l’arena, ove sepolto

Giaci, né nudo già come il primero»,

L’ispido crin di giunco e paliuro

Ti coronaro, e ti lavaro il volto

Di spuma, e ten fuggisti; et è pur vero.

Quanto meglio fareste, o trascurati,

A far quel che vi disse il vostro amico,

Che per gir a Misen già la barchetta

Post’ha ne l’acqua, e sono i remi armati.

Sete sordi? A voi parlo, o Gillo, o Tico:

Né altri fuor che voi sul lito aspetta.

O, o, scampa via, Gillo; ecco Cleonte

Vecchio ritroso, or corri, or fuggi, or vola.

O, o, scampa via, Tico; ecco Cleonte

Vecchio ritroso, or corri, or fuggi, or vola.