Egloga IX

By Berardino Rota

Scendi dal tuo bel colle a la marina,

O Egla, e lascia gli orti ov’Amor vive,

Se ’l mormorar non hai del mare a sdegno,

Or che convien solcar l’onda marina,

E cercar altre piaggie et altre rive

Con altri remi e con più destro legno.

L’ondoso campo e l’umido sentiero

Ch’io varco mostra a me libero e piano.

Tu sei di Leda e l’una e l’altra stella

Sola al mio navigar, quando è più fiero

Il mar, quando più il porto appar lontano.

Deh vieni più che mai vezzosa e bella,

Deh vienne, o ninfa, e di più scelti fiori

Cingi il dorato crin vaga et ornata;

Mentre io con piena man ne vo spargendo

Rose gigli amaranti edere allori

A la memoria sacra et onorata,

Cui debbo d’or in or, ma nulla rendo,

Del dì natal di Nice, a cui le Muse

Sono compagne e d’or in or più larga

Versa l’onda Permesso alma e felice;

A cui servon le Circi e le Meduse,

A cui par ch’Elicona e vesta e sparga

Di novelli laureti ogni pendice.

Or canta meco quel ch’a Meliseo

Disse Timeta, e quel che poi cantaro

Insieme sotto il monte che nasconde

Percosso il temerario empio Tifeo,

Asilo de le Muse illustre e caro.

Così di fior la piaggia, il lito abonde

Di pesci, e nel tuo mar quasi in bel fonte

Mal grado del furor d’Eolo e Nettuno

Di specchiarti ad ognor ti si conceda.

Quando più il sol con l’infiammata fronte

Scalda la terra, e sembra arso e digiuno

L’aer, come quel dì che ’l carro in preda

Mal diede al figlio il Sol, che troppo volse,

Timeta pescator primo e famoso

Tra quanti il mar Tirreno onora e vede,

Poi che l’altr’ier al sol la rete sciolse

Là dove intorno il mar salso e spumoso

Bagna e rinfresca al gran gigante il piede,

Giunto al buon Meliseo, che la bonaccia

Avea sovra un vicin sasso a pescare

Invitato pur dianzi, ove sovente

Si siede Proteo poi che a pascer caccia

Fuor la greggia il matin dintorno al mare,

Disse così tutto di gioia ardente.

Quando Nice dal ciel tra noi discese,

D’altrettanto sereno

La notte il carro suo stellato accese,

E ne l’ampio bel seno

Mostrò la terra un novo eterno aprile,

E seco il mondo apprese

Quant’è di pellegrino e di gentile.

Quando Nice dal ciel tra noi discese,

Di più raggi lucenti

La sorella del sol la fronte accese,

Et amorosi accenti

Rinovò sovra i rami ogni augelletto.

E seco il mondo apprese

Quant’è di bel, d’onesto e di perfetto.

Quando Nice dal ciel qua giù discese,

Crespata da soave e picciol vento

L’onda di puro argento

Lasciava spume di cristallo al lito;

E ’l terren più che mai verde e fiorito

Di non so che divin tosto s’accese.

Quando Nice dal ciel qua giù discese,

Sorse del mar con doppia luce il giorno,

E stillarle dintorno

Parea di grazie un nembo largo e spesso;

E ’l mondo vago e ricco di se stesso

D’un novo raggio di virtù s’accese.

Nice gentil, quel dì ch’a primavera

Nascesti in grembo, Amore

Smaltò di ricche gemme i sassi e l’acque,

E fur le luci tutte a farti onore

D’accordo in ogni spera;

E teco insieme nacque

La meraviglia de le cose prime.

Nice gentil, quel dì ch’a primavera

Nascesti in grembo, Amore

In dolce fiamma accese i pesci e l’acque,

E Dio dipinse in via più bel colore

La matina e la sera;

E teco insieme nacque

Il più bel di Natura, il più sublime.

Nel dì che Nice il mondo

Ornò di nova luce, ogni spelonca

Di fiorite corone

Ornaro i Dei de l’acque,

E l’antico Tritone

Rallegrò tutto il mar con la sua conca,

Al cui suono i delfini intorno l’acque,

In qua in là guizzando e saltellando,

Per onorar il dì sacro e giocondo

Menaro lieti e graziosi balli;

E le ninfe scherzando

Sen gìan per entro i bei puri cristalli.

Nel dì che Nice il mondo

Ornò di nova luce, il mar, la riva,

Di fior vermigli e bianchi

Cosperse il re de l’acque,

E cinti il seno e i fianchi

I pescatori e ’l crin tutti d’oliva,

Copriro d’erbe nate in sen de l’acque

Quel tridente, quel remo e quella barca

Per onorar il dì sacro e giocondo;

Né di pesci, qual pria, vili e limosi,

Trasser la rete carca,

Ma di ricchi lapilli e preziosi.

Nel dì che Nice nacque,

Usciro al lito fuor gioiose ardite,

Sciolte a l’aura le chiome,

De l’onde quete e pure

Cimotoe e Melite

Cantando il nobil nome,

E fer più chiare l’acque

Sovra i mostri del mar liete e secure.

Nel dì che Nice nacque

Intrecciò di coralli e margherite

Glauco le verdi chiome,

E Proteo con figure

Quasi dal cielo uscite

Cantando il nobil nome

A pascer fuor de l’acque

Cacciò le gregge sue liete e secure.

Nice gentil, quel dì che con l’Aurora

Sorgesti al mondo, et Anfitrite e Teti

Sparser di perle e di coralli l’acque,

E salutando il dì felice e l’ora

Cantaro i mergi in dolci modi e lieti,

E teco insieme nacque

Quel ch’oggi più si pregia e più s’onora.

Nice gentil, quel dì che le Sirene

Lasciaro il mar sol per vederti, il sole

Indorò d’altri raggi il lito e l’acque,

E per li scogli intorno e per l’arene

Cadde pioggia di rose e di viole,

E teco insieme nacque

La prima gioia al mondo, il primo bene.

Nel dì che Nice nacque e larghi i fati

Ne fur di tanto ben, dianzi sì scarsi,

Volando gìan l’aurette intorno i prati

In compagnia di Clori e Pasitea;

E Natura parea

Dell’opra stessa sua meravigliarsi.

Nel dì che Nice nacque e del suo lume

Fu ricco e vago il mondo, arene d’oro

Scoperse ogni ruscello, et ogni fiume

Di nettare e di latte al mar correa;

E Natura parea

Se stessa ringraziar del bel lavoro.

Qui poser fine i pescatori al canto;

Poi Timeta tornò dove disciolte

Avea le reti al sole in lungo giro,

E Meliseo drizzato il filo alquanto

La canna in man riprese una e due volte;

Né dal mar tutto il dì mai si partiro,

Finché dintorno al ciel le stelle usciro.