Egloga ottava
Non sempre ne le selve, e 'ntorno ai lidi
S'odono risonar rustichi accenti,
Né sempre al suon de l'incerate canne
Da le cave spelonche Eco risponde:
Perch'ove Febo è conosciuto, et ove
Son conosciute le celesti Muse,
Forz'è talor d'alzarsi, e da' pastori
Trapassar anco a celebrar le lodi
De' chiarissimi regi, e degli eroi,
E far sì che rimbombi, ove s'udia
Di selvaggia zampogna inculto strido,
Di guerriero metallo altero carme.
Già l'altezza maggior del sommo cielo
Varcata avea la notte, e 'n ver l'occaso
Traea tacita seco i sogni e l'ombre,
Torbida schiera paventosa e lieve,
Quando, lasciate l'oziose piume,
Il vecchio Mopso, dal dolor compunto
De l'acerba memoria di quel giorno
Che 'l suo caro signor tolse di vita,
Uscì fuor de l'albergo, e mentre il piede
Movea per gir là 'v'egli avea il pensiero,
Incontrossi in Glicon, che verso l'onda
Armato se ne gìa di canna e d'amo,
E conosciuto lui sotto l'incerta
E tenebrosa luce de le stelle,
Salutollo, e parlogli in questa guisa.
"Figlie del Sol, che sotto amara scorza
Chiuse le belle membra, ancor piangete
Del fulminato frate il caso acerbo,
Ben rinfrescar il pianto oggi devete,
Mentre sfogo il dolor che maggior forza
Ognor riprende, e più si fa superbo,
E concordi al mio plettro
Di doppio il suol rigar liquido elettro.
È morto il gran Ferrante, e morto giace
Seco quanto valor, quant'ebbe gloria,
Mentre visse qua giù, l'Italia e 'l mondo.
Pur, benché del suo fral morte vittoria
Aggia, la fama sua chiara e vivace
Il cielo empie, la terra e 'l mar profondo,
E s'ode in nobil carme
Alto sonar di lui le glorie e l'arme.
Canta com'ei da la focosa stella
Scese di Marte ad onorar quell'acque
Ch'han l'ossa in sen de l'indovina Manto;
Come uscio dal gran fianco il dì che nacque
De la felice, e nobile Isabella,
Senza pur dimostrar segno di pianto,
E che le Parche il velo
Gli ordir del più fin or che splenda in cielo.
Come l'augusta, e gloriosa chioma
Cinta di quercia, e di vivace lauro,
Rintuzzò de' nemici il ferro e l'ira:
Rivolse in fuga il Gallo, il Trace, e 'l Mauro;
Negò di sparger sangue, e strugger Roma;
E come quei ch'a vera gloria aspira,
Procurò veri pregi
Col porre in pace i due nimici regi.
Quinci, come congiunto ardire et arte,
Prodigo del suo sangue, in mille imprese
Adoprò il ferro, e non curò di morte:
Il ferro, ond'egli il fatal nome prese,
Il ferro ch'al suo fianco addattò Marte,
Perché l'oprasse, e giusto, e saggio, e forte,
E fosse usbergo, e scudo
Contro i tiranni a l'innocente ignudo.
Com'al fin poi dopo famose prove
Felicissimo in pace un tempo strinse
De' Siciliani il freno, e degli Insubri;
E ministro fedel parte indi estinse
Le genti averse al suo terreno Giove,
Parte eresse al celeste alti delubri;
E di diamante armato,
Vinse l'invidia, la fortuna, e 'l fato.
Come dunque stimar devrassi estinto
Chi miglior vita in miglior parte vive,
E lasciato il mortal gode l'eterno?
Chi dà maggior soggetto a l'alme Dive
D'ambo gli eroi d'Atene, e di Tirinto,
Che sostennero il ciel, vinser l'inferno?
Chi già nepote vede,
Del suo valor, come del nome, erede?
Cessa dunque dolor che 'l cor m'ingombri,
Cessa di far ch'in pianto io mi consumi,
E 'n parte cedi al mio miglior pensiero:
Concedi ch'io, pria che i minuti lumi
Accendendo la notte, il mondo adombri
Con l'opaco de l'ale orrido e nero,
In questo tronco incida
L'alta cagion de le mie amare strida.
Pastor, voi che talor, quand'arde il giorno
E co' raggi la terra il sol percuote,
Quest'ombre vi godete a l'erbe in grembo,
Lette queste mie meste, e flebil note,
Rigate lagrimando il tronco intorno,
E sparsovi di fiori un largo nembo,
Pregate anzi il partire
Che dolce ognor per lui Zefiro spire'.
Così Glicon cantava, e 'n tanto il sole
Di purpureo color tingea le nubi
Per l'oriente, onde le verdi cime
De le più eccelse piante apparian d'oro.