Egloga prima

By Bernardino Baldi

Ne la stagion che più cocente il sole

Doppia dal sommo ciel diffonde arsura,

Quando più ferve il giorno, e quando a l'ombra

Di qualche antro muscoso o pianta opaca

Sogliono ricovrar gregge e pastori,

Dameta et Aristeo, presa la falce,

Che co' mordaci denti il piè recide

A le dorate biade, in verso il campo

Con molti altri n'andar, quasi guerrieri,

Ch'udito il suon de la canora tromba,

Sen vadano a trattar l'arme di Marte.

In loco de le spade il curvo ferro

Lor armava la destra; in vece d'elmo

Avean lieve capel, che col suo giro

Da l'offese del sol gli difendea;

E 'n loco di corazza o forte usbergo,

Un bianco, e rozzo lin, che lor copria

Il petto, il tergo, e l'uno e l'altro fianco.

Armati di quest'arme, e giunti dove

La messe gli attendea, distesi in filo,

Tutti ad un tempo incominciar l'assalto.

E curvi ne le spalle il pugno empiendo

De la sinistra man di bionde spiche,

Le recidean con la dentata falce.

Cadean le biade, e l'ordine primiero

Si confondea de' mietitori in guisa

Che tal già di quel campo era l'aspetto,

Qual in riva del mare è de l'arena,

Che con flutto inegual l'onda percuote,

Quando Dameta, ad Aristeo rivolto,

Che intento a l'opra sua, già mai non s'era

Discostato da lui pur un sol varco,

La voce alzando, in questa guisa disse.

No 'l nego già: ma quanto è più tranquillo

L'animo di colui che s'affatica

Di confortar il misero, altretanto

Il consiglio è miglior, poi che al sereno

De' sensi interni suoi nebbia d'affetto

Tenebre non induce: affetto è amore

Che quasi edra seguace atterra al fine

L'edifizio de l'alma ov'ei s'appoggia.

E ben fu detto fiamma, poi che a punto

A la fiamma simil, s'uom non lo smorza

Con onda di ragion, mentre s'apprende

Fa quello effetto in noi che si farebbe,

Quando gagliardo più spirasse il vento,

Dal seme de l'incendio in questi campi.

Nativa è nel leon la feritate,

E pur col lungo tempo ei se ne spoglia;

Nativo è in molti frutti il succo acerbo,

E pur, s'è coltivato, ei vien soave:

E tu creder non vuoi che questo foco,

Che poco pria che si destasse in noi

Null'era, col voler che tutto vince,

Non vada in fumo, e 'n nulla anco ritorni?

Ma poniam pur che tu non possi in tutto

Smorzarlo in te col tuo giudizio, almeno

Tempralo in parte, e fa' come l'auriga,

Che col morso corregge, e con la sferza

Corsier perverso et ostinato; e 'n tanto

Potrai con più prudenza i passi e l'orme

Seguir de la tua donna, e 'n breve tempo

Sperar in questa guisa d'arrivarla.

Benché, se tu mi credi, assai fia meglio

Per te il fuggir che 'l seguitar costei;

La qual, mirando al duol che 'n te discopro,

Non so se dir mi deggia o donna o fera.

Fatta a punto la donna è come l'ombra

De' nostri corpi, che seguita, mai

Arrivar non si lascia, et a colui

Che s'invola da lei sempr'è a le spalle.

Né ti maravigliar se tu mi senti

Meglio parlar d'amor che non conviene

Ad uom qual io mi son: ch'oltra che l'uso

Lungo, e la lunga età, maestri rari,

M'hanno insegnato assai, molto anco appresi

Dal toscan mago Arunta, alor che essendo

Fanciullo ancor, le gregge sue pascea:

D'Arunta, a cui de l'erbe e de le pietre

Fur le virtù palesi, degli augelli

Il volo, il cibo e 'l canto, e quel che importi

Tremante ancor dentro l'aperto ventre

D'immolato animal fegato o fibra.

Così dicea Dameta, a suo potere

Racconsolando il travagliato amico:

Quando spuntar dal colle a lor vicino

Viddero i mietitor Cibale ancilla

Del signor de le biade, il capo carca

D'un bianco e largo cesto, e le man gravi

Di gran vasi di vino, onde da lunge

La salutar con favorevol grido:

Et ella poi che giunse in terra, stese

Là, dove porgea un sasso umore et ombra,

Le portate vivande, e lasciò loro

Sovra la tronca messe in giro assisi

Donar ristoro a l'affannate membra.