EGLOGA PRIMA.

By Luigi Alamanni

Dolce è l'acuto suon degli alti pini

Contrastanti coi venti, e dolce ancora

Non men di quel la tua sampogna estimo;

Tal che dopo agli Dei fra noi pastori

La prima lode a te ciascun consente.

Dolce è, pastore, il mormorar dell'onda

Che d'alta pietra stilla e in basso scende,

Ma vie più dolce il suon delle tue voci;

Tal che dopo le Muse, il pregio e 'l nome

Tutto a te porta il bel paese t¢sco.

Deh se posar qui meco or non ti aggreva,

Trai la zampogna fuori, e in questo loco

Cui mirto adorna, e fior vermigli e rose

Fa col suon liete le campagne intorno,

Ed io tacendo avrò cura alle greggi.

Tirsi, non mi pregar che al mezzogiorno

Con la zampogna io rompa i dolci sonni

A Pan dio nostro, che nei verdi campi

Ristora il corpo affaticato in caccia.

Ah troppo l'ira sua temer si deve.

Ma tu che col cantar non men d'Orfeo

Fai gir le selve, i monti, e stare i fiumi,

E i feri lupi infra gli armenti acqueti,

Né men sai far che 'l nostro t¢sco Aiolle

Con la voce e col suon le valli liete;

Che il nostro t¢sco Aiolle in cui Fiorenza

Scorge quanta armonia, quant'arte mai

Da Tersicore vien fra noi mortali;

Deh, con più bassa voce il miser fato

(Siccome pur l'altr'ier festi a Dameta)

Narra di Cosmo, onor di noi pastori,

Che ancor Toscana tutta adora e piange.

Ed io 'n cambio di ciò ti serbo in dono

Una candida capra che due figli

Simiglianti a sé nutre, e ciascun giorno

Di latte quasi due vasetti colma.

Serboti appresso un ricco vaso ornato

D'odorato ginepro, il qual di fuore

Edera intorno cinge e 'l verde acanto.

Dentro per dotta man con arte sculte

Son primavera, estate, autunno e verno.

Ivi appare il villan che all'umil vite

Taglia le inutil braccia, e gli alti rami

Degli arbor doma, e nuove leggi impone.

Più oltre al caldo ciel si vede intento

Con torta falce in man raccorre il frutto

Delle fatiche sue noiose e grevi

Lieto del nuovo vin, bagnato e tinto

Porge al buon Bacco sagrifici e doni.

Poi che il Sol vinto a' ghiacci e venti cede,

Più contento s'asside al foco intorno

Con la sua famigliuola, e il torto aratro

E gli altri ferri dal lungo uso stanchi

Pei nuovi tempi dolci aguzza e lima:

E fuor solo il parlar, ciascun direbbe

Di natura opra, e non d'umano ingegno.

Questo adunque fia tuo, s'or ne concedi

Quel soave cantar, del quale avaro

Esser non si potria, perciò che in breve

Vien poscia morte, e noi fa muti e sordi.

Poi che a rinnovellar quel che n'ancide

Mi sforza il tuo pregar coi cari doni,

Date principio, o Muse, al tristo canto.

Ov'eran tutte allor Grazie e Virtuti?

Ove voi, Muse, allor che la chiara alma

Del divin Cosmo al sommo ciel salìo?

Non già non già lungo le fresche rive

Del suo chiaro Arno, e non fra i verdi colli

Del suo fiorito nido, anzi lontane

Foste allor sì, che tardo fu il soccorso

Di tôrre a morte quel cui tanto amaste.

Date principio, o Muse, al tristo canto.

Pianser le greggi, ohimè, pianser gli armenti,

Pianser gli augei, le fere, i sassi e l'erbe;

Il Sol si ascose, il ciel pria chiaro e lieto

Doglioso e fosco si converse in pioggia.

Date principio, o Muse, al tristo canto.

Discese Apollo a noi dal suo Parnaso

E piangendo dicea: Deh, miser Cosmo,

Dov'or ten vai? chi di te il mondo spoglia?

Dov'è il bel dir? dove il cantar soave?

Dove l'altre scïenze e virtù rare

Che in te pur già quasi in suo albergo posi?

Date principio, o Muse, al tristo canto.

Pan venne poi con mille altri pastori

Doglioso in vista, e dicea seco: Ahi lasso!

Com'or morte ne toe quell'alta spene

Che ne notria del giovinetto Cosmo?

Quante volte diss'io: per costui fia

Sì chiaro un giorno il bel paese t¢sco

Che a Sicilia ed Arcadia il pregio involi?

Ahi quanto con ragion piangon gli armenti,

Quanto le greggi, ché vivendo ei forse

Né rapaci pastor, né feri lupi

Verrian per divorarsi il latte e i figli.

Date principio, Muse, al tristo canto.

Dopo costoro alfin poi venne quella

Che volge il mondo, e noi chiamiam Fortuna.

Questa chiudendo il cor che lieto avea

Con dolor falso disse: Ahi chi ten toglie,

Chi ti spinge anzi tempo al passo estremo?

Date principio, Muse, al tristo canto.

Ei per lunga stagion tacito e queto

Vinto in un punto d'un leggiadro sdegno,

Ruppe il silenzio suo con queste voci:

O perfida Fortuna, o dea fallace

Che il cieco mondo ognor convolgi e turbi,

Sai ben se a tua cagion son fatto tale.

Date principio, Muse, al tristo canto.

Ben so per pruova come al ciel sollevi

I rei, calcando i buoni, e con quant'arte

Disturbi sempre ogni onorata impresa.

Date principio, Muse, al tristo canto.

Ma s'io mi parto con men gloria e pregio

Ch'io non vorrei d'esta presente vita,

Di ciò mi scuse il breve tempo dato

Al fil fatal dall'empie avare Parche,

E gli altri miei diletti amici, a cui

Mostrai sì spesso ogni pensiero aperto.

Ahi! del tuo regno leggi inique e torte,

Ch'io porto il danno, ed è la colpa altrui.

Ma di me sia che può, ch'al ciel salire

Spero oggi ancor, se il buon volere in noi,

Sendo tolto il poter, virtù s'estima.

Date principio, o Muse, al tristo canto.

O selve, o colli, o verdi piagge apriche,

O soavi campagne, o boschi, a cui

Cantando apersi l'amorose piaghe,

Lasso, ch'io parto omai, restate in pace.

Date omai fine, o Muse, al tristo canto.

Voi chiari fonti, e tu bel fiume d'Arno

Che bagni e parti il nido ov'io son nato,

Lasso, ch'io parto omai, restate in pace.

Date omai fine, o Muse, al tristo canto.

Voi qui restate in pace, o dolci amici,

Né vi dolete, e sol di me talora

E de' santi pensier, degli alti e rari

Disegni nostri che interrompe morte

Qualche memoria ne' cor vostri torni.

E tu resta anco in pace, o bella Elisa.

Così dicendo dal terrestre velo

Si sciolse l'alma, e nuda al ciel salìo

U' lieta stassi, e noi qui lascia in doglia.

Date omai fine, o Muse, al tristo canto.

Tu la candida capra, e il ricco vaso

Dammi or sì che alle nove alme Sorelle

Renda divoto sagrifici e preci.

O sante Muse, a voi più volte inchino

Le ginocchia e la mente, e in breve spero

Chiamarvi ancor con più soave canto.

Quanto ebbe il mondo mai di dolce e chiaro,

Tanto ne porge il suon delle tue note;

Sicché omai taccia e Filomela e Progne

O s'altro augel più dottamente piange.

Prendi ora i premi al tuo cantar promessi.