EGLOGA PRIMA.
Dolce è l'acuto suon degli alti pini
Contrastanti coi venti, e dolce ancora
Non men di quel la tua sampogna estimo;
Tal che dopo agli Dei fra noi pastori
La prima lode a te ciascun consente.
Dolce è, pastore, il mormorar dell'onda
Che d'alta pietra stilla e in basso scende,
Ma vie più dolce il suon delle tue voci;
Tal che dopo le Muse, il pregio e 'l nome
Tutto a te porta il bel paese t¢sco.
Deh se posar qui meco or non ti aggreva,
Trai la zampogna fuori, e in questo loco
Cui mirto adorna, e fior vermigli e rose
Fa col suon liete le campagne intorno,
Ed io tacendo avrò cura alle greggi.
Tirsi, non mi pregar che al mezzogiorno
Con la zampogna io rompa i dolci sonni
A Pan dio nostro, che nei verdi campi
Ristora il corpo affaticato in caccia.
Ah troppo l'ira sua temer si deve.
Ma tu che col cantar non men d'Orfeo
Fai gir le selve, i monti, e stare i fiumi,
E i feri lupi infra gli armenti acqueti,
Né men sai far che 'l nostro t¢sco Aiolle
Con la voce e col suon le valli liete;
Che il nostro t¢sco Aiolle in cui Fiorenza
Scorge quanta armonia, quant'arte mai
Da Tersicore vien fra noi mortali;
Deh, con più bassa voce il miser fato
(Siccome pur l'altr'ier festi a Dameta)
Narra di Cosmo, onor di noi pastori,
Che ancor Toscana tutta adora e piange.
Ed io 'n cambio di ciò ti serbo in dono
Una candida capra che due figli
Simiglianti a sé nutre, e ciascun giorno
Di latte quasi due vasetti colma.
Serboti appresso un ricco vaso ornato
D'odorato ginepro, il qual di fuore
Edera intorno cinge e 'l verde acanto.
Dentro per dotta man con arte sculte
Son primavera, estate, autunno e verno.
Ivi appare il villan che all'umil vite
Taglia le inutil braccia, e gli alti rami
Degli arbor doma, e nuove leggi impone.
Più oltre al caldo ciel si vede intento
Con torta falce in man raccorre il frutto
Delle fatiche sue noiose e grevi
Lieto del nuovo vin, bagnato e tinto
Porge al buon Bacco sagrifici e doni.
Poi che il Sol vinto a' ghiacci e venti cede,
Più contento s'asside al foco intorno
Con la sua famigliuola, e il torto aratro
E gli altri ferri dal lungo uso stanchi
Pei nuovi tempi dolci aguzza e lima:
E fuor solo il parlar, ciascun direbbe
Di natura opra, e non d'umano ingegno.
Questo adunque fia tuo, s'or ne concedi
Quel soave cantar, del quale avaro
Esser non si potria, perciò che in breve
Vien poscia morte, e noi fa muti e sordi.
Poi che a rinnovellar quel che n'ancide
Mi sforza il tuo pregar coi cari doni,
Date principio, o Muse, al tristo canto.
Ov'eran tutte allor Grazie e Virtuti?
Ove voi, Muse, allor che la chiara alma
Del divin Cosmo al sommo ciel salìo?
Non già non già lungo le fresche rive
Del suo chiaro Arno, e non fra i verdi colli
Del suo fiorito nido, anzi lontane
Foste allor sì, che tardo fu il soccorso
Di tôrre a morte quel cui tanto amaste.
Date principio, o Muse, al tristo canto.
Pianser le greggi, ohimè, pianser gli armenti,
Pianser gli augei, le fere, i sassi e l'erbe;
Il Sol si ascose, il ciel pria chiaro e lieto
Doglioso e fosco si converse in pioggia.
Date principio, o Muse, al tristo canto.
Discese Apollo a noi dal suo Parnaso
E piangendo dicea: Deh, miser Cosmo,
Dov'or ten vai? chi di te il mondo spoglia?
Dov'è il bel dir? dove il cantar soave?
Dove l'altre scïenze e virtù rare
Che in te pur già quasi in suo albergo posi?
Date principio, o Muse, al tristo canto.
Pan venne poi con mille altri pastori
Doglioso in vista, e dicea seco: Ahi lasso!
Com'or morte ne toe quell'alta spene
Che ne notria del giovinetto Cosmo?
Quante volte diss'io: per costui fia
Sì chiaro un giorno il bel paese t¢sco
Che a Sicilia ed Arcadia il pregio involi?
Ahi quanto con ragion piangon gli armenti,
Quanto le greggi, ché vivendo ei forse
Né rapaci pastor, né feri lupi
Verrian per divorarsi il latte e i figli.
Date principio, Muse, al tristo canto.
Dopo costoro alfin poi venne quella
Che volge il mondo, e noi chiamiam Fortuna.
Questa chiudendo il cor che lieto avea
Con dolor falso disse: Ahi chi ten toglie,
Chi ti spinge anzi tempo al passo estremo?
Date principio, Muse, al tristo canto.
Ei per lunga stagion tacito e queto
Vinto in un punto d'un leggiadro sdegno,
Ruppe il silenzio suo con queste voci:
O perfida Fortuna, o dea fallace
Che il cieco mondo ognor convolgi e turbi,
Sai ben se a tua cagion son fatto tale.
Date principio, Muse, al tristo canto.
Ben so per pruova come al ciel sollevi
I rei, calcando i buoni, e con quant'arte
Disturbi sempre ogni onorata impresa.
Date principio, Muse, al tristo canto.
Ma s'io mi parto con men gloria e pregio
Ch'io non vorrei d'esta presente vita,
Di ciò mi scuse il breve tempo dato
Al fil fatal dall'empie avare Parche,
E gli altri miei diletti amici, a cui
Mostrai sì spesso ogni pensiero aperto.
Ahi! del tuo regno leggi inique e torte,
Ch'io porto il danno, ed è la colpa altrui.
Ma di me sia che può, ch'al ciel salire
Spero oggi ancor, se il buon volere in noi,
Sendo tolto il poter, virtù s'estima.
Date principio, o Muse, al tristo canto.
O selve, o colli, o verdi piagge apriche,
O soavi campagne, o boschi, a cui
Cantando apersi l'amorose piaghe,
Lasso, ch'io parto omai, restate in pace.
Date omai fine, o Muse, al tristo canto.
Voi chiari fonti, e tu bel fiume d'Arno
Che bagni e parti il nido ov'io son nato,
Lasso, ch'io parto omai, restate in pace.
Date omai fine, o Muse, al tristo canto.
Voi qui restate in pace, o dolci amici,
Né vi dolete, e sol di me talora
E de' santi pensier, degli alti e rari
Disegni nostri che interrompe morte
Qualche memoria ne' cor vostri torni.
E tu resta anco in pace, o bella Elisa.
Così dicendo dal terrestre velo
Si sciolse l'alma, e nuda al ciel salìo
U' lieta stassi, e noi qui lascia in doglia.
Date omai fine, o Muse, al tristo canto.
Tu la candida capra, e il ricco vaso
Dammi or sì che alle nove alme Sorelle
Renda divoto sagrifici e preci.
O sante Muse, a voi più volte inchino
Le ginocchia e la mente, e in breve spero
Chiamarvi ancor con più soave canto.
Quanto ebbe il mondo mai di dolce e chiaro,
Tanto ne porge il suon delle tue note;
Sicché omai taccia e Filomela e Progne
O s'altro augel più dottamente piange.
Prendi ora i premi al tuo cantar promessi.