Egloga quarta
T'intendo: tu vuoi dir che tu vorresti
Al naturale amore aggiunger l'arte,
Et hai ragion, ché ne la nostra vita
Ha questa ancor gran parte. Io spesso ho visto
Per virtù di costei l'acqua che scende,
Contro la sua natura, alzarsi in alto.
Ho visto (cosa che natura mai
Per sé non avria fatto) un tronco solo
Nutrir diversi frutti, e de' non suoi
Pegni carco innarcarsi il verde ramo.
Ho visto giovenetta anco, che mentre
Semplicetta sen gìa sprezzata e 'nculta,
Amante alcun non ebbe, ma dapoi
Che del parer più bella apprese l'arte,
E seppe quanto giovi il crine e 'l velo
Comporsi et adornarsi, e 'n su la fronte
Con giudizio dispor rose e ligustri,
Fu da mille bramata, e quel che inculto
Il natio non ottenne, il culto ottenne.
Vedi tu questo volto, e questa chioma,
L'un crespo, e l'altra bianca? Anch'essi un tempo
Fur da l'arte coperti, e parvi a molti
Giovanetta anco e fresca. Or odi omai
Come fanciulla, et inesperta deggia
Comminciare ad amare, e la mia etade,
L'esperienza mia sia per te spesa,
Sì che apprendendo tu quanto udirai,
Sii giovane e prudente:
Cosa che raro accade
A giovenetta mente,
Se pria di saggio i detti ella non beve.
Molte tu troverai rigide e dure
Ne le cose d'amor, così credendo
D'esserne riputate e sante e sagge.
Et altre in guisa poi lascive, e molli,
Che senza elezione,
Senza giudizio alcuno,
Per parer forse altrui grate e cortesi,
Dan loco entro al lor petto a molti amanti.
Ambedue vane a un modo,
Ambedue tanto folli
Quanto si tengon sagge: il non amare
Conviensi ad una tigre, ad una selce,
Ma l'amar troppo è segno
Di non pudica, e non onesta donna.
Tu da questi due estremi in quella guisa
Fuggi, che suol nocchier cauto e prudente
Fuggir Cariddi e Scilla; in ogni cosa
È il modo, cui chi varca, a forza varca
Le mete de l'onesto, e dà nel vizio.
Dunque ama, et ama un solo, e questo eleggi
Con maturo giudizio, ch'ogni cosa
Al fin qui si riduce, e troppo importa
Veder in qual terreno
Tu debba del tuo amor por le radici.
Però ne' dì solenni, alor che intorno
Soglionsi circondar con lunga pompa
Tre volte i campi, e le mature spiche;
O quando sotto il tetto, o sotto l'ombra
Di qualche opaca quercia, od elce, od alno,
La lieta gioventù s'aduna al ballo,
Eleggi a cui tu dica entro al tuo core:
Te sol amo, te bramo
Consorte nel mio amore.
Ti debbo anco avisar che non ti fidi
Di questi che sul fior de' lor primi anni
Hanno sì vago, e sì polito viso:
Perché presti a l'amar, si sazian tosto,
E tosto cangian voglia, e son più lievi
Che lieve arida fronde, e più fugaci
Che 'l vento, l'aria, e l'onde, il cui pensiero
Tanto di stabil ha quanto la Luna.
E non son quattro giorni
Ch'una mia conoscente cittadina,
Sovra un bel libro che dorato intorno
I nastri avea di colorita seta,
Leggea d'un giovanetto inamorato,
Ch'amando a un punto e disamando, ingrato
L'amata abbandonò che gli era in braccio,
E senza alcun timor seco dormia.
Tu impara a l'altrui spese, e se mi credi,
Guardati da color come dal foco,
Che con tepido ferro e molle vetro
Crespandosi le chiome,
Uomini per natura,
Femine per costume,
Indegni son de l'uno e l'altro nome.
Eleggi pur chi il mento aggia vestito
D'ornamento virile, e sovra tutto
Sia d'animo viril, come di volto.
E se bello ei si trova
De le bellezze interne, fa' che molto
Tu non curi l'esterne, che qual fiore,
E de' morbi, e del tempo, e de' pensieri
Temon le brine e 'l verno. Io già non voglio
Che sia rozzo e difforme, che vorrei
Cosa fuor di ragion; come vorrei
Cosa fuor di ragion, se la ricchezza
Ti consigliassi a bramar sola in lui,
Instabil dote, e disprezzare intanto
La lealtà, la fede, e la bellezza.
Ho gran piacere
Che tu m'intenda: ma più grato assai
Mi fia, quando udirò che tu mi creda.
Or attendi, e saprai come tu coglia
Ne le reti d'amor l'eletto amante.
Pria con furtivi sguardi, e con soavi
Maniere lo invaghisci, ma con modo
Celato sì ch'a pena ei se ne aveda,
Ned a se stesso creda che tu l'ami.
Cui se pigro vedrai, sì che si mova
Tardo per se medesmo, e tu l'alletta
Con soavi maniere in guisa tale
Che 'n lui cresca il desio d'esserti amante.
Se ti parerà poi che troppo audace
Ei ti si scopra, ritrosetta, e dura
Tu a l'incontro ti fingi, e 'nduci in lui
Riverenza e timor, ma non in guisa
Che tu la speme uccida, senza cui
Ne' nostri petti amor già mai non nasce.
Quando poscia vedrai ch'egli sospiri
Spesso, con volto pallido e tremante
In te fisi lo sguardo, e teco sembri
Parlar con gli occhi, ancor che ne la lingua
Abbia muto silenzio, tien per certo
Che già del visco tuo sia fatto preda.
Nel mostrarsi a l'amante anco v'è l'arte,
Perché la troppa copia fa che meno
Care sembran le cose; e benché il sole
Sia grato sì, quando è sereno il giorno,
Ben è più caro, e desiato alora,
Ch'in mezzo al freddo verno,
Mentre è coperto il cielo
Di fosco umido velo,
Nega a noi la sua luce,
E lunghissime notti al mondo adduce.
Se vuoi dunque che in lui cresca il desio,
Fa' che ti veggia, ma veduta a pena,
Da lui fuggi, e t'invola. Galatea
Udi' lodar perché percosso in prima
Con un pomo di furto il suo amatore,
Lasciatasi veder, fuggì fra' boschi.
Quando il tuo vago poi dar ti volesse
Un vezzo di coralli, un velo, un fiore,
Non vuo' che tu ricusi; ma presente
Non accetti maggiore,
Che ciò segno saria d'animo avaro,
E disonesto insieme.
Talor vuo' che tu finga esser irata
Per qualche gran cagion, sì che ne tema
Di perder la tua grazia; né, se tenti
D'aprirti sua ragion, vuo' che l'ascolti:
Perché se ben Amore
Per sua natura piace, ei piace meno
S'altri con qualche amaro
No 'l fa parer migliore:
Come men dolce è 'l mele
A chi non gustò pria
Quanto sia amaro il fele.
Scaltra et accorta io ti vorrei: ma tale
Che non fossi bugiarda et infedele,
Ché l'esser fraudolente e traditrice,
Oltra che in tutte è male, è via peggiore
In donna amata, poi ch'ella tradisce
Colui che le diè il core, e 'n lei si fida.
Lascia, lascia quest'arti a le sirene
Che negli alberghi regii, e ne le Corti,
Con canto micidiale,
Con beltà falsa e finta,
Sotto le vesti di broccato e d'oro
Hanno il velen de' serpi, e gli infelici
Guidan cantando a doloroso fine.
Lunge, lunge da noi, che ne le ville
Godiam riposo e pace,
E l'ore abbiam tranquille,
Questi mostri infernai, queste Medee!
Questo è quanto per ora io devea dirti,
O mia dolce Licori,
De l'arte de l'amare, et al presente
Più non soviemmi; altra fiata poi
Ne parlerem più a lungo, bench'io creda
Ch'a te, che sei d'accorto e pronto ingegno,
Tanto possa bastar quanto n'udisti.
Il che se osserverai, tranquilla ognora
Ti goderai l'età che come il vento
Repente a noi s'invola, e ciò fin tanto
Ch'Amor teco fia re: ma s'ei volesse,
Come sovente vuole,
Sovra la tua ragion farsi tiranno,
Tu con un giusto sdegno
Ritira il piè dal suo non giusto regno.