Egloga quarta

By Bernardino Baldi

T'intendo: tu vuoi dir che tu vorresti

Al naturale amore aggiunger l'arte,

Et hai ragion, ché ne la nostra vita

Ha questa ancor gran parte. Io spesso ho visto

Per virtù di costei l'acqua che scende,

Contro la sua natura, alzarsi in alto.

Ho visto (cosa che natura mai

Per sé non avria fatto) un tronco solo

Nutrir diversi frutti, e de' non suoi

Pegni carco innarcarsi il verde ramo.

Ho visto giovenetta anco, che mentre

Semplicetta sen gìa sprezzata e 'nculta,

Amante alcun non ebbe, ma dapoi

Che del parer più bella apprese l'arte,

E seppe quanto giovi il crine e 'l velo

Comporsi et adornarsi, e 'n su la fronte

Con giudizio dispor rose e ligustri,

Fu da mille bramata, e quel che inculto

Il natio non ottenne, il culto ottenne.

Vedi tu questo volto, e questa chioma,

L'un crespo, e l'altra bianca? Anch'essi un tempo

Fur da l'arte coperti, e parvi a molti

Giovanetta anco e fresca. Or odi omai

Come fanciulla, et inesperta deggia

Comminciare ad amare, e la mia etade,

L'esperienza mia sia per te spesa,

Sì che apprendendo tu quanto udirai,

Sii giovane e prudente:

Cosa che raro accade

A giovenetta mente,

Se pria di saggio i detti ella non beve.

Molte tu troverai rigide e dure

Ne le cose d'amor, così credendo

D'esserne riputate e sante e sagge.

Et altre in guisa poi lascive, e molli,

Che senza elezione,

Senza giudizio alcuno,

Per parer forse altrui grate e cortesi,

Dan loco entro al lor petto a molti amanti.

Ambedue vane a un modo,

Ambedue tanto folli

Quanto si tengon sagge: il non amare

Conviensi ad una tigre, ad una selce,

Ma l'amar troppo è segno

Di non pudica, e non onesta donna.

Tu da questi due estremi in quella guisa

Fuggi, che suol nocchier cauto e prudente

Fuggir Cariddi e Scilla; in ogni cosa

È il modo, cui chi varca, a forza varca

Le mete de l'onesto, e dà nel vizio.

Dunque ama, et ama un solo, e questo eleggi

Con maturo giudizio, ch'ogni cosa

Al fin qui si riduce, e troppo importa

Veder in qual terreno

Tu debba del tuo amor por le radici.

Però ne' dì solenni, alor che intorno

Soglionsi circondar con lunga pompa

Tre volte i campi, e le mature spiche;

O quando sotto il tetto, o sotto l'ombra

Di qualche opaca quercia, od elce, od alno,

La lieta gioventù s'aduna al ballo,

Eleggi a cui tu dica entro al tuo core:

Te sol amo, te bramo

Consorte nel mio amore.

Ti debbo anco avisar che non ti fidi

Di questi che sul fior de' lor primi anni

Hanno sì vago, e sì polito viso:

Perché presti a l'amar, si sazian tosto,

E tosto cangian voglia, e son più lievi

Che lieve arida fronde, e più fugaci

Che 'l vento, l'aria, e l'onde, il cui pensiero

Tanto di stabil ha quanto la Luna.

E non son quattro giorni

Ch'una mia conoscente cittadina,

Sovra un bel libro che dorato intorno

I nastri avea di colorita seta,

Leggea d'un giovanetto inamorato,

Ch'amando a un punto e disamando, ingrato

L'amata abbandonò che gli era in braccio,

E senza alcun timor seco dormia.

Tu impara a l'altrui spese, e se mi credi,

Guardati da color come dal foco,

Che con tepido ferro e molle vetro

Crespandosi le chiome,

Uomini per natura,

Femine per costume,

Indegni son de l'uno e l'altro nome.

Eleggi pur chi il mento aggia vestito

D'ornamento virile, e sovra tutto

Sia d'animo viril, come di volto.

E se bello ei si trova

De le bellezze interne, fa' che molto

Tu non curi l'esterne, che qual fiore,

E de' morbi, e del tempo, e de' pensieri

Temon le brine e 'l verno. Io già non voglio

Che sia rozzo e difforme, che vorrei

Cosa fuor di ragion; come vorrei

Cosa fuor di ragion, se la ricchezza

Ti consigliassi a bramar sola in lui,

Instabil dote, e disprezzare intanto

La lealtà, la fede, e la bellezza.

Ho gran piacere

Che tu m'intenda: ma più grato assai

Mi fia, quando udirò che tu mi creda.

Or attendi, e saprai come tu coglia

Ne le reti d'amor l'eletto amante.

Pria con furtivi sguardi, e con soavi

Maniere lo invaghisci, ma con modo

Celato sì ch'a pena ei se ne aveda,

Ned a se stesso creda che tu l'ami.

Cui se pigro vedrai, sì che si mova

Tardo per se medesmo, e tu l'alletta

Con soavi maniere in guisa tale

Che 'n lui cresca il desio d'esserti amante.

Se ti parerà poi che troppo audace

Ei ti si scopra, ritrosetta, e dura

Tu a l'incontro ti fingi, e 'nduci in lui

Riverenza e timor, ma non in guisa

Che tu la speme uccida, senza cui

Ne' nostri petti amor già mai non nasce.

Quando poscia vedrai ch'egli sospiri

Spesso, con volto pallido e tremante

In te fisi lo sguardo, e teco sembri

Parlar con gli occhi, ancor che ne la lingua

Abbia muto silenzio, tien per certo

Che già del visco tuo sia fatto preda.

Nel mostrarsi a l'amante anco v'è l'arte,

Perché la troppa copia fa che meno

Care sembran le cose; e benché il sole

Sia grato sì, quando è sereno il giorno,

Ben è più caro, e desiato alora,

Ch'in mezzo al freddo verno,

Mentre è coperto il cielo

Di fosco umido velo,

Nega a noi la sua luce,

E lunghissime notti al mondo adduce.

Se vuoi dunque che in lui cresca il desio,

Fa' che ti veggia, ma veduta a pena,

Da lui fuggi, e t'invola. Galatea

Udi' lodar perché percosso in prima

Con un pomo di furto il suo amatore,

Lasciatasi veder, fuggì fra' boschi.

Quando il tuo vago poi dar ti volesse

Un vezzo di coralli, un velo, un fiore,

Non vuo' che tu ricusi; ma presente

Non accetti maggiore,

Che ciò segno saria d'animo avaro,

E disonesto insieme.

Talor vuo' che tu finga esser irata

Per qualche gran cagion, sì che ne tema

Di perder la tua grazia; né, se tenti

D'aprirti sua ragion, vuo' che l'ascolti:

Perché se ben Amore

Per sua natura piace, ei piace meno

S'altri con qualche amaro

No 'l fa parer migliore:

Come men dolce è 'l mele

A chi non gustò pria

Quanto sia amaro il fele.

Scaltra et accorta io ti vorrei: ma tale

Che non fossi bugiarda et infedele,

Ché l'esser fraudolente e traditrice,

Oltra che in tutte è male, è via peggiore

In donna amata, poi ch'ella tradisce

Colui che le diè il core, e 'n lei si fida.

Lascia, lascia quest'arti a le sirene

Che negli alberghi regii, e ne le Corti,

Con canto micidiale,

Con beltà falsa e finta,

Sotto le vesti di broccato e d'oro

Hanno il velen de' serpi, e gli infelici

Guidan cantando a doloroso fine.

Lunge, lunge da noi, che ne le ville

Godiam riposo e pace,

E l'ore abbiam tranquille,

Questi mostri infernai, queste Medee!

Questo è quanto per ora io devea dirti,

O mia dolce Licori,

De l'arte de l'amare, et al presente

Più non soviemmi; altra fiata poi

Ne parlerem più a lungo, bench'io creda

Ch'a te, che sei d'accorto e pronto ingegno,

Tanto possa bastar quanto n'udisti.

Il che se osserverai, tranquilla ognora

Ti goderai l'età che come il vento

Repente a noi s'invola, e ciò fin tanto

Ch'Amor teco fia re: ma s'ei volesse,

Come sovente vuole,

Sovra la tua ragion farsi tiranno,

Tu con un giusto sdegno

Ritira il piè dal suo non giusto regno.