Egloga quarta decima
Molto s'adira, e l'abbaiar rinforza,
Ida, il nostro Melampo: esser non puote
Che comparir non veggia od uomo o fera.
Già non latra egli a l'ombre, et ha la luna
Da sorger anco: muovi, e vedi a cui
Tanto si mostri irato. A che non prendi
Lo spiedo, folle, or che la cieca notte
Conforta al depredar ladroni e fere?
Chiama Leone ancor teco, feroce
Strangolator degli affamati lupi.
Sta': parmi di veder, se non m'inganna
L'occhio e l'oscuro, a noi venir Corisco.
Egli è, non altri, e se ne vien, mi credo,
Per godersi con noi sera sì fresca.
Micone, e questa il cielo, e mille e mille
Notti conceda a te felici. Io vegno,
Come soglio talor, per passar teco
Il tempo ragionando, in fin che il sonno
E la stanchezza al riposar ci chiami.
E giorni e notti et anni a te seconde
Sian le sorti, Corisco. Ora vedesti,
Dimmi, già mai seren più puro, e chiaro?
Pèrdevi ogni zafiro, e non v'ha specchio
Sì terso. Or siedi qui, dove più dolce
Colà di verso il mar sospira l'aura.
Eccomi. Oh come ben in questo ciglio
Mi corco! or sì che poco men potrei
Ad una ad una annoverar le stelle.
Hai veduto, Micon, quella cadente,
Che tratto ha dietro a sé sì lungo il solco?
Sì; mira tu quell'altra. Io vo temendo
Ch'avrem diman del vento, e questo segno
Già mostrommi, e molti altri, un nocchier greco
Che, amico di mio padre, uno o due giorni
Fece con noi dimora. E tu Corisco,
Dimmi, conosci i lumi ond'arde il cielo?
Già v'attesi io, mentre sul fior degli anni
Miei seguia il vecchio Uranio, a cui secreta
Non fu cosa celeste.
Oh mia ventura!
Ben per me sei tu meco, e 'l ciel sereno.
Ida, accheta, Melampo, indi se vuoi
Siedi quivi in disparte, e tu commincia
A spiegarmi le stelle omai, Corisco.
Cosa lieve non è questa che chiedi,
Micone, e molte e molte notti il sonno
Scosse dagli occhi a quegli antichi saggi
Ond'è chiaro l'Egitto, e 'l suol caldeo.
Io quel poco dirò che già n'appresi.
Né più dirne potrei: sì tosto l'ora
Fia di ritrarsi a visitar le piume.
Prima, come ne' prati e ne le piagge,
Di grandezza diversi, e di colori
Sparge i fior primavera, in ciel natura
Sparse anco i lumi. Alcun di lor risplende
Come ardente facella, altro secondo
A questi ha il luogo, et altro have il sembiante
Di quelle lucciolette che vediamo
Scintillar colà giù, dove mature
Cominciato hanno a biancheggiar le biade;
Altri son vie più foschi, altri splendore
Quasi non hanno in sé, ma via più tosto
Sembrano agli occhi altrui picciole nubi.
Questi sì innumerabili, infiniti,
Quei potria numerar, che potesse anco
Dir quante frondi al maggio hanno le selve,
E quante arene han le marine rive.
Ciò conobber gli antichi, onde sagaci
In quarant'otto imagini diviso
Posero a sé dinanzi agli occhi il cielo,
Di cui dodici sole ebbe quel cerchio,
Per gli spazii di cui lunghi, et obliqui
Movon le ruote il sole, e gli altri erranti.
Ma non so ben se la memoria a punto
Mi servirà nel raccontarne i nomi.
Tenta, fanne la prova: io non potrei
Narrarti a pien quanto il tuo dir mi piaccia.
Eccoti: due son l'Orse, una più grande,
L'altra minor, v'è il Drago, èvvi Cefeo,
Boote, la Corona, Ercole, il Cigno,
Cassiopea, la Lira, e quei ch'è cinto
Dal Serpe luminoso; èvvi Perseo,
Il Delfin, la Saetta, indi l'Auriga,
Due Destrier ch'han le piume, una figura
Di tre stelle composta, et èvvi insieme
Andromeda, e l'augel ch'è sacro a Giove.
Le dodici son poscia: il Monton chiaro
Per la lana de l'oro, il Tauro, i due
Gemelli, il Granchio, indi il Leon feroce,
La Verginella e la Bilancia, il negro
Scorpion, quei che saetta, il Capricorno,
Lo spargitor de l'acque, e i Pesci algenti.
Quest'altre son ver l'Austro: il Mostro orrendo
Del mare, il Fiume lucido, la Lepre,
I due feroci Can, l'Idra, la Nave,
Orion d'arme cinto, il Corvo, il Vaso,
L'altra Corona, e l'altro Pesce, il Lupo,
Chiron nobil centauro, e 'l sacro Altare.
Mentre tu dici, numerato ho meco
I nomi su le dita, e sì ritrovo
Mancarne al numer una, e non è lieve
Certo il dir molto, e non errare in parte.
Error non v'è, ma quel ch'error ti sembra
Quinci vien, che quasi un tu credi quello
Che annodato è dal Serpe, e pur son due,
Poi ch'altro è l'angue, et altro l'uom ch'è cinto.
M'accheto. Ma com'è che tu non parli
E del Carro e del Corno, e lasci a dietro
I Mercanti, il Bastone, e la Gallina
Che i pulcinetti ha seco? or non son queste
Lucenti stelle, e conosciute in cielo?
Sono, e dette l'abbiam, ma sotto nomi
Diversi, perché gli altri han solo in uso
I nocchieri, i bifolci, e i pescatori.
L'Orsa minore è il Corno, e la più grande
Il Carro; l'altre due tutte rinchiude
D'Orion l'ampia imago, e la Gallina
De l'imagin del Toro anch'ella è parte.
Orsù, fin qui la lingua; ora le dita
E la lingua oprerai: fia libro il cielo,
Ove a me leggerai quanto desio.
Volgiti là donde Aquilone il verno
Soffia il freddo e le nevi, alza le luci:
Vedi tu il Carro?
È sovra modo chiaro.
Mira quelle due stelle che le ruote
Di lui sembrano estreme, e stendi il guardo
Diritto ad ambedue verso la parte
Ove di stelle è men copioso il cielo.
E poi?
Che vedi?
Una stelletta sola
Di splendor mediocre.
Amica luce
È quella a' naviganti, e loro è guida
Per gli ondeggianti, e spaziosi mari.
La Tramontana è forse?
È quella, cui
La bocca alcun suol nominar del Corno.
È vero, or veggio: ma quell'altre stelle,
Che fra l'Orse cosparse a cui le mira
Sembran torrente o fiume, a quale imago
Danno i dotti del cielo?
Il Drago è quello,
Che guardò vigilante i pomi d'oro
Negli orti Esperii: or vedi tu come anco
Lucidi ha gli occhi, e senza sonno?
È grande
Certo, e splendida imago.
Alcide è quelli,
Che di stelle adornato il Drago preme,
Alcide che purgato al rogo d'Eta
Fu dal gran padre suo rapito al cielo.
Che son poi quelle stelle a lui vicine,
Simili a mezzo cerchio, in fra' quali una
V'è più de l'altre chiara?
È la Corona
Che donò Bacco ad Ariadna, alora
Che Teseo abbandonolla, egli l'accolse.
Mira Cefeo là su men chiara imago,
E la mogliera sua, mira quel foco
Che par da l'onde uscir: quegli è Perseo
Liberator d'Andromeda; il reciso
Orrendo teschio di Medusa, ch'egli
Sostien, non appar anco. Il Delfinetto
Mal si puote veder, fosco, et a pena
Del mare uscito. La Saetta è quella,
Che 'l ferro mostra lucido, ma l'asta
Poco chiara, e le piume.
Io non la veggio.
Non puoi non la veder, se volgi il guardo
La 've 'l Delfin ci nasce. Orsù contempla
Fra Cefeo e la Saetta, entro a quel bianco
Che 'l ciel divide: il Cigno è quella vaga
Imagine che vedi, e bene appare;
Sì lungo il collo stende e l'ale spiega.
L'Aquila anch'essa è nel medesmo chiaro
Del ciel, poco lontana al ferro alato;
Quell'altra luce poi, che sì fiammeggia,
Fra 'l Cigno posta, e l'Aquila, et Alcide,
D'Orfeo la cetra fu, soave ordigno,
De le mense compagno, e de le Muse.
Io veggio colà su, dov'io notai
La corona di Bacco, un altro curvo
Tratto di stelle, il qual si stende tanto
Ch'a l'Aquila s'appressa: or qual figura
È questa? un drago parmi.
Un drago a punto,
Ben t'apponesti; e quei che ne vien cinto
Non so ben s'Esculapio, o sia Forbante.
Ora che dirai tu s'ancor m'appongo?
Che sì ch'io ti so dir come si chiami
Quell'imagine là, ch'è sotto a' piedi
Al cinto dal Serpente. Ella è di certo
Lo Scorpion che dicevi: oh come torce
Quel che n'appar de la funebre coda!
Le braccia ha men lucenti, e par che a dietro
Timido le ritiri: or se indovino
Son, lodami, Corisco.
È tanto al vero
Questa simil, che premio io non ti serbo.
Quelle due stelle cui lo spazio cede
Son le Bilance, e sopra lor la bella
Vergine, che le libra.
Oh come splende
La luce che l'adorna! è de le prime
Quella, Corisco?
È de le prime certo,
E si chiama la Spica, io credo forse
Però che quando il sole a lei s'appressa
Già son tutti di spiche ignudi i campi;
Altri suole affermar che questa imago
Sia Cerere Eleusina, e quinci in segno
Aggia quel frutto che sbandì da noi
Le ghiande, ond'ebbe vita il mondo infante;
V'è tal che afferma ancor questa esser l'alma
Diva del giusto, che aborrendo l'opre
Inique de' mortali, al ciel ritorno
Fatto se n'abbia, onde a l'età de l'oro
Con l'altre sue compagne ella discese:
Né ciò falso mi par, che se ciò falso
Fosse, non si vedria di giusto sangue
Sparsa la terra, le ricchezze altrui
Non saria chi rapisse, onore a' padri
Porterebbono i figli, i casti letti
Non foran violati, e ne l'inferno
Sarian l'invidie (acerbi mostri) e l'ire.
Così va il mondo; e chi resister puote
Al corso de le cose? Un sol rimedio
Par buono a me, che in questa età del ferro
Abbiam noi l'opre, e i pensier nostri d'oro.
A le stelle torniam dunque, e la cura
Di far che la giustizia a noi rivoli
Lasciamo a quei potenti al cui governo,
Com'è voler del Ciel, soggiace il mondo.
Tu parli da prudente. Or volgiam dunque
La faccia a' monti, ove si corca il sole.
Quelle due stelle che tu miri ardenti,
Con altre appresso assai lucenti, e chiare,
Son nel Leon celeste; il Granchio a pena
Veder si può, sì nubilosi, e foschi
Sono i lumi onde egli arde; i due Gemelli,
Fiamme a' nocchier benigne, omai vicine
Sono a l'occaso, e là sovra la villa
Sembran cader di Mopso; il chiaro Auriga
Guida il suo carro in su l'oscure cime
De' monti, per celarsi; d'Orione
Poco appar già, benché lucente e grande.
Corisco, vedi tu l'antica selva
De l'elci, ove l'altrier Cinulco uccise
Quell'orso così grande? io scorgo sopra
Lei, ma basso però, di molte stelle
Raccolte, il cui splendor vince d'assai
Quel de l'altre vicine: or qual figura
È questa? fa' ch'io il sappia.
Ella è il Centauro
Chiron, che saggio entro l'altero petto
Destò valor del giovinetto Achille.
L'altre stelle men chiare a lui vicine
Sono il Corvo, l'Altar, la Tazza, e 'l Lupo.
Mentre con gli occhi a parte a parte torno
Per le luci maggior che tu m'hai mostro,
E quasi a mezzo il cielo inalzo il guardo,
Veggio una stella luminosa e grande,
Che da tre men lucenti in mezzo è chiusa:
Dimmi il suo nome.
Altri chiamar Boote
Sòl questa, et altri Arturo, e pigra è detta,
Però che posta ove assai tardo è 'l cielo,
Tardi discende a ritrovar l'occaso.
La luna esce dal mare, e vie più grande
È de l'usato, e rubiconda: certo
Del vento avrem, pur come tu dicevi.
E ci spedimmo a tempo, ché non bene
Veggionsi i minor lumi, alor che Cinzia
Di candido splendor l'aria diffonde.
Già tre dì son che la vedemmo opposta
A la luce del sol, che 'n mar cadea.
Onde, se non m'inganna un mio secreto,
Tocca la notte già de l'ora terza.
Non è secreto a me questo secreto
Che tu dici, o Micon, ma senza ch'io
Altro conto facessi, avea negli occhi
Che già del sonno, e del riposo è l'ora.
Com'esser può che già da le palpebre
Tu sia chiamato al letto? io vegghierei,
Bramoso d'imparar cose sì belle,
Quando più lunghe son l'intiere notti.
Tempo avrem più opportuno; ancora molte
Stelle t'ho da mostrar, ch'agli occhi nostri
L'altro emispero asconde: è lungo l'anno,
Né sempre è fosco, e nubiloso il cielo.
Corisco, io dormirò; ma così fisse
Ne la mente mi son le cose udite,
Che dormendo anco, io mirerò le stelle.
Se tu le stelle, io sognerò il soggiorno
Dolce che fatto ho questa sera teco.
Cento grazie ti deggio, e cento, e cento
Te ne rendo or parlando, e mi riserbo
Di far ch'a' detti miei rispondan l'opre.
Deh resta meco: agiato letto avrai
Entro stanza apprestato asciutta, e fresca.
Teco esser vorrei sempre, e sonvi quanto
A l'animo s'aspetta, ma tu sai
Che mal dal tetto suo dimora lunge
Chi v'ha lasciato e la mogliera e i figli.
Vanne dunque felice.
E tu felice
Rimani.
Ida, Licorma, e tu Creonte,
Prendete l'arme vostre: itene seco.