Egloga quarta decima

By Bernardino Baldi

Molto s'adira, e l'abbaiar rinforza,

Ida, il nostro Melampo: esser non puote

Che comparir non veggia od uomo o fera.

Già non latra egli a l'ombre, et ha la luna

Da sorger anco: muovi, e vedi a cui

Tanto si mostri irato. A che non prendi

Lo spiedo, folle, or che la cieca notte

Conforta al depredar ladroni e fere?

Chiama Leone ancor teco, feroce

Strangolator degli affamati lupi.

Sta': parmi di veder, se non m'inganna

L'occhio e l'oscuro, a noi venir Corisco.

Egli è, non altri, e se ne vien, mi credo,

Per godersi con noi sera sì fresca.

Micone, e questa il cielo, e mille e mille

Notti conceda a te felici. Io vegno,

Come soglio talor, per passar teco

Il tempo ragionando, in fin che il sonno

E la stanchezza al riposar ci chiami.

E giorni e notti et anni a te seconde

Sian le sorti, Corisco. Ora vedesti,

Dimmi, già mai seren più puro, e chiaro?

Pèrdevi ogni zafiro, e non v'ha specchio

Sì terso. Or siedi qui, dove più dolce

Colà di verso il mar sospira l'aura.

Eccomi. Oh come ben in questo ciglio

Mi corco! or sì che poco men potrei

Ad una ad una annoverar le stelle.

Hai veduto, Micon, quella cadente,

Che tratto ha dietro a sé sì lungo il solco?

Sì; mira tu quell'altra. Io vo temendo

Ch'avrem diman del vento, e questo segno

Già mostrommi, e molti altri, un nocchier greco

Che, amico di mio padre, uno o due giorni

Fece con noi dimora. E tu Corisco,

Dimmi, conosci i lumi ond'arde il cielo?

Già v'attesi io, mentre sul fior degli anni

Miei seguia il vecchio Uranio, a cui secreta

Non fu cosa celeste.

Oh mia ventura!

Ben per me sei tu meco, e 'l ciel sereno.

Ida, accheta, Melampo, indi se vuoi

Siedi quivi in disparte, e tu commincia

A spiegarmi le stelle omai, Corisco.

Cosa lieve non è questa che chiedi,

Micone, e molte e molte notti il sonno

Scosse dagli occhi a quegli antichi saggi

Ond'è chiaro l'Egitto, e 'l suol caldeo.

Io quel poco dirò che già n'appresi.

Né più dirne potrei: sì tosto l'ora

Fia di ritrarsi a visitar le piume.

Prima, come ne' prati e ne le piagge,

Di grandezza diversi, e di colori

Sparge i fior primavera, in ciel natura

Sparse anco i lumi. Alcun di lor risplende

Come ardente facella, altro secondo

A questi ha il luogo, et altro have il sembiante

Di quelle lucciolette che vediamo

Scintillar colà giù, dove mature

Cominciato hanno a biancheggiar le biade;

Altri son vie più foschi, altri splendore

Quasi non hanno in sé, ma via più tosto

Sembrano agli occhi altrui picciole nubi.

Questi sì innumerabili, infiniti,

Quei potria numerar, che potesse anco

Dir quante frondi al maggio hanno le selve,

E quante arene han le marine rive.

Ciò conobber gli antichi, onde sagaci

In quarant'otto imagini diviso

Posero a sé dinanzi agli occhi il cielo,

Di cui dodici sole ebbe quel cerchio,

Per gli spazii di cui lunghi, et obliqui

Movon le ruote il sole, e gli altri erranti.

Ma non so ben se la memoria a punto

Mi servirà nel raccontarne i nomi.

Tenta, fanne la prova: io non potrei

Narrarti a pien quanto il tuo dir mi piaccia.

Eccoti: due son l'Orse, una più grande,

L'altra minor, v'è il Drago, èvvi Cefeo,

Boote, la Corona, Ercole, il Cigno,

Cassiopea, la Lira, e quei ch'è cinto

Dal Serpe luminoso; èvvi Perseo,

Il Delfin, la Saetta, indi l'Auriga,

Due Destrier ch'han le piume, una figura

Di tre stelle composta, et èvvi insieme

Andromeda, e l'augel ch'è sacro a Giove.

Le dodici son poscia: il Monton chiaro

Per la lana de l'oro, il Tauro, i due

Gemelli, il Granchio, indi il Leon feroce,

La Verginella e la Bilancia, il negro

Scorpion, quei che saetta, il Capricorno,

Lo spargitor de l'acque, e i Pesci algenti.

Quest'altre son ver l'Austro: il Mostro orrendo

Del mare, il Fiume lucido, la Lepre,

I due feroci Can, l'Idra, la Nave,

Orion d'arme cinto, il Corvo, il Vaso,

L'altra Corona, e l'altro Pesce, il Lupo,

Chiron nobil centauro, e 'l sacro Altare.

Mentre tu dici, numerato ho meco

I nomi su le dita, e sì ritrovo

Mancarne al numer una, e non è lieve

Certo il dir molto, e non errare in parte.

Error non v'è, ma quel ch'error ti sembra

Quinci vien, che quasi un tu credi quello

Che annodato è dal Serpe, e pur son due,

Poi ch'altro è l'angue, et altro l'uom ch'è cinto.

M'accheto. Ma com'è che tu non parli

E del Carro e del Corno, e lasci a dietro

I Mercanti, il Bastone, e la Gallina

Che i pulcinetti ha seco? or non son queste

Lucenti stelle, e conosciute in cielo?

Sono, e dette l'abbiam, ma sotto nomi

Diversi, perché gli altri han solo in uso

I nocchieri, i bifolci, e i pescatori.

L'Orsa minore è il Corno, e la più grande

Il Carro; l'altre due tutte rinchiude

D'Orion l'ampia imago, e la Gallina

De l'imagin del Toro anch'ella è parte.

Orsù, fin qui la lingua; ora le dita

E la lingua oprerai: fia libro il cielo,

Ove a me leggerai quanto desio.

Volgiti là donde Aquilone il verno

Soffia il freddo e le nevi, alza le luci:

Vedi tu il Carro?

È sovra modo chiaro.

Mira quelle due stelle che le ruote

Di lui sembrano estreme, e stendi il guardo

Diritto ad ambedue verso la parte

Ove di stelle è men copioso il cielo.

E poi?

Che vedi?

Una stelletta sola

Di splendor mediocre.

Amica luce

È quella a' naviganti, e loro è guida

Per gli ondeggianti, e spaziosi mari.

La Tramontana è forse?

È quella, cui

La bocca alcun suol nominar del Corno.

È vero, or veggio: ma quell'altre stelle,

Che fra l'Orse cosparse a cui le mira

Sembran torrente o fiume, a quale imago

Danno i dotti del cielo?

Il Drago è quello,

Che guardò vigilante i pomi d'oro

Negli orti Esperii: or vedi tu come anco

Lucidi ha gli occhi, e senza sonno?

È grande

Certo, e splendida imago.

Alcide è quelli,

Che di stelle adornato il Drago preme,

Alcide che purgato al rogo d'Eta

Fu dal gran padre suo rapito al cielo.

Che son poi quelle stelle a lui vicine,

Simili a mezzo cerchio, in fra' quali una

V'è più de l'altre chiara?

È la Corona

Che donò Bacco ad Ariadna, alora

Che Teseo abbandonolla, egli l'accolse.

Mira Cefeo là su men chiara imago,

E la mogliera sua, mira quel foco

Che par da l'onde uscir: quegli è Perseo

Liberator d'Andromeda; il reciso

Orrendo teschio di Medusa, ch'egli

Sostien, non appar anco. Il Delfinetto

Mal si puote veder, fosco, et a pena

Del mare uscito. La Saetta è quella,

Che 'l ferro mostra lucido, ma l'asta

Poco chiara, e le piume.

Io non la veggio.

Non puoi non la veder, se volgi il guardo

La 've 'l Delfin ci nasce. Orsù contempla

Fra Cefeo e la Saetta, entro a quel bianco

Che 'l ciel divide: il Cigno è quella vaga

Imagine che vedi, e bene appare;

Sì lungo il collo stende e l'ale spiega.

L'Aquila anch'essa è nel medesmo chiaro

Del ciel, poco lontana al ferro alato;

Quell'altra luce poi, che sì fiammeggia,

Fra 'l Cigno posta, e l'Aquila, et Alcide,

D'Orfeo la cetra fu, soave ordigno,

De le mense compagno, e de le Muse.

Io veggio colà su, dov'io notai

La corona di Bacco, un altro curvo

Tratto di stelle, il qual si stende tanto

Ch'a l'Aquila s'appressa: or qual figura

È questa? un drago parmi.

Un drago a punto,

Ben t'apponesti; e quei che ne vien cinto

Non so ben s'Esculapio, o sia Forbante.

Ora che dirai tu s'ancor m'appongo?

Che sì ch'io ti so dir come si chiami

Quell'imagine là, ch'è sotto a' piedi

Al cinto dal Serpente. Ella è di certo

Lo Scorpion che dicevi: oh come torce

Quel che n'appar de la funebre coda!

Le braccia ha men lucenti, e par che a dietro

Timido le ritiri: or se indovino

Son, lodami, Corisco.

È tanto al vero

Questa simil, che premio io non ti serbo.

Quelle due stelle cui lo spazio cede

Son le Bilance, e sopra lor la bella

Vergine, che le libra.

Oh come splende

La luce che l'adorna! è de le prime

Quella, Corisco?

È de le prime certo,

E si chiama la Spica, io credo forse

Però che quando il sole a lei s'appressa

Già son tutti di spiche ignudi i campi;

Altri suole affermar che questa imago

Sia Cerere Eleusina, e quinci in segno

Aggia quel frutto che sbandì da noi

Le ghiande, ond'ebbe vita il mondo infante;

V'è tal che afferma ancor questa esser l'alma

Diva del giusto, che aborrendo l'opre

Inique de' mortali, al ciel ritorno

Fatto se n'abbia, onde a l'età de l'oro

Con l'altre sue compagne ella discese:

Né ciò falso mi par, che se ciò falso

Fosse, non si vedria di giusto sangue

Sparsa la terra, le ricchezze altrui

Non saria chi rapisse, onore a' padri

Porterebbono i figli, i casti letti

Non foran violati, e ne l'inferno

Sarian l'invidie (acerbi mostri) e l'ire.

Così va il mondo; e chi resister puote

Al corso de le cose? Un sol rimedio

Par buono a me, che in questa età del ferro

Abbiam noi l'opre, e i pensier nostri d'oro.

A le stelle torniam dunque, e la cura

Di far che la giustizia a noi rivoli

Lasciamo a quei potenti al cui governo,

Com'è voler del Ciel, soggiace il mondo.

Tu parli da prudente. Or volgiam dunque

La faccia a' monti, ove si corca il sole.

Quelle due stelle che tu miri ardenti,

Con altre appresso assai lucenti, e chiare,

Son nel Leon celeste; il Granchio a pena

Veder si può, sì nubilosi, e foschi

Sono i lumi onde egli arde; i due Gemelli,

Fiamme a' nocchier benigne, omai vicine

Sono a l'occaso, e là sovra la villa

Sembran cader di Mopso; il chiaro Auriga

Guida il suo carro in su l'oscure cime

De' monti, per celarsi; d'Orione

Poco appar già, benché lucente e grande.

Corisco, vedi tu l'antica selva

De l'elci, ove l'altrier Cinulco uccise

Quell'orso così grande? io scorgo sopra

Lei, ma basso però, di molte stelle

Raccolte, il cui splendor vince d'assai

Quel de l'altre vicine: or qual figura

È questa? fa' ch'io il sappia.

Ella è il Centauro

Chiron, che saggio entro l'altero petto

Destò valor del giovinetto Achille.

L'altre stelle men chiare a lui vicine

Sono il Corvo, l'Altar, la Tazza, e 'l Lupo.

Mentre con gli occhi a parte a parte torno

Per le luci maggior che tu m'hai mostro,

E quasi a mezzo il cielo inalzo il guardo,

Veggio una stella luminosa e grande,

Che da tre men lucenti in mezzo è chiusa:

Dimmi il suo nome.

Altri chiamar Boote

Sòl questa, et altri Arturo, e pigra è detta,

Però che posta ove assai tardo è 'l cielo,

Tardi discende a ritrovar l'occaso.

La luna esce dal mare, e vie più grande

È de l'usato, e rubiconda: certo

Del vento avrem, pur come tu dicevi.

E ci spedimmo a tempo, ché non bene

Veggionsi i minor lumi, alor che Cinzia

Di candido splendor l'aria diffonde.

Già tre dì son che la vedemmo opposta

A la luce del sol, che 'n mar cadea.

Onde, se non m'inganna un mio secreto,

Tocca la notte già de l'ora terza.

Non è secreto a me questo secreto

Che tu dici, o Micon, ma senza ch'io

Altro conto facessi, avea negli occhi

Che già del sonno, e del riposo è l'ora.

Com'esser può che già da le palpebre

Tu sia chiamato al letto? io vegghierei,

Bramoso d'imparar cose sì belle,

Quando più lunghe son l'intiere notti.

Tempo avrem più opportuno; ancora molte

Stelle t'ho da mostrar, ch'agli occhi nostri

L'altro emispero asconde: è lungo l'anno,

Né sempre è fosco, e nubiloso il cielo.

Corisco, io dormirò; ma così fisse

Ne la mente mi son le cose udite,

Che dormendo anco, io mirerò le stelle.

Se tu le stelle, io sognerò il soggiorno

Dolce che fatto ho questa sera teco.

Cento grazie ti deggio, e cento, e cento

Te ne rendo or parlando, e mi riserbo

Di far ch'a' detti miei rispondan l'opre.

Deh resta meco: agiato letto avrai

Entro stanza apprestato asciutta, e fresca.

Teco esser vorrei sempre, e sonvi quanto

A l'animo s'aspetta, ma tu sai

Che mal dal tetto suo dimora lunge

Chi v'ha lasciato e la mogliera e i figli.

Vanne dunque felice.

E tu felice

Rimani.

Ida, Licorma, e tu Creonte,

Prendete l'arme vostre: itene seco.