Egloga quinta

By Bernardino Baldi

Lasciato avea l'autunno il giusto impero

A l'aspra tirannia del crudo verno,

Che le chiome scotendo ispide e bianche

Spargea di neve i colli, e con l'orrendo

Fiato sembrar fea di cristallo i fiumi:

Talché non era agli augelletti schermo

La piuma, et a le fere il folto pelo.

Ma quei di qualche quercia, od olmo, o salce

Si vedean ricovrar nel cavo tronco;

Queste arricciate e rabuffate il dorso,

Ripararsi fuggendo, entro il più chiuso

E cupo sen de le montane grotte;

Dentro le calde stalle, armenti e greggie

Stavansi ruminando il secco fieno,

Che 'l provido bifolco apprestò loro

Sotto il coverto tetto al miglior tempo.

In somma ognun, per non provar l'estremo

Rigor de la stagion, chiuso si stava

Od in riposto speco o 'n caldo albergo.

Or in fra gli altri Aresia e 'l buon Montano,

Amendue d'età grave, ambo consorti

Ne l'opre de la vita, avendo sazio

Con povere vivande, e breve cena

Il natural desio, facean corona

Con la lor famigliuola a picciol foco;

E intanto i dolci figli ivan facendo

Inganno al sonno, che fra 'l troppo cibo

Vie più che fra 'l digiun furtivo serpe,

Perché di paglia l'uno o bianco salce

Lunga treccia tessea, per farne il giro

De l'estivo capel, l'altro di giunchi

Fabricava fiscelle, ove devea

Stringer in duro cacio il molle latte.

De le figliuole poi questa la chioma

A la rocca traea, rotando il fuso,

Quella con lungo canto iva allettando

Il pargoletto al sonno entro la cuna;

Et era omai de la noiosa notte

Scorsa non poca parte, e cominciava

A dormir dolcemente il vecchio stanco,

Quando la saggia Aresia in questa guisa

A la maggior sua figlia a parlar prese.

Cara figliuola mia, perché tu sei

In quella etate omai, che vi fa peso

Sembrare a' genitori, e non sostegno,

Per non mancare a quell'amor che sempre

Ti portai da le fasce, or che tuo padre

T'ha promessa per sposa ad Aristeo

Quivi nostro vicin, figlio d'Eurilla,

Voglio innanzi le nozze, et ora a punto

Che mi sovien, mostrarti alcune cose

Che tu debba osservar, quando sarai

In casa sua patrona, e madre, e moglie.

E vuo' seguir in ciò teco mia madre,

Che meco fe' l'istesso uffizio prima

Che moglie io divenissi, e sì mi sono

Utili state le parole sue,

Che mai di lei non mi ricordo, ch'io

Non le preghi riposo, e pace a l'alma.

Attendi dunque e nota. Il nostro sesso,

Se col viril si paragona, è sesso

Che tien assai de l'imperfetto, e vile:

Onde s'a quel non s'appoggiasse, a punto

Fora qual vite scompagnata e sola,

Che senza portar frutto in terra serpe.

Come dunque le viti ai salci, agli olmi

Si sogliono appoggiar, così le donne

Si deono appoggiare ai lor mariti.

Pria dunque ti dirò come tu deggia

Portarti come moglie, et adempire

L'uffizio che s'aspetta a buona moglie.

Fra le principal cose, che parere

Fanno acerba la vita di coloro

Che maritati sono, è la discordia;

La qual, se ben talor vien da' mariti

Strani, crudi, e superbi, spesso nasce

Anco da noi troppo leggiere, e stolte,

Et ostinate, che non conoscendo,

Né conoscer volendo il nostro stato,

Non vogliam secondarli, anzi al contrario

Sempre mostrarci a lor ritrose, e dure.

La prima parte dunque de la donna

Che brama vita fortunata e lieta

È l'esser mansueta, e con dolcezza

Saper portar l'imperio del marito.

La seconda è ch'ella rimetta a lui

De le cose di fuor tutto il pensiero,

Né si curi più là di quel che chiude

Il giro de la casa: esser tua cura

Deve il fuso, il telaio, la conocchia,

La lana, il lin, le gallinelle, l'uova,

Il dar legge a le serve e 'l poner mente

Che nulla manchi ai piccioletti figli:

Perché non altramente fora brutto

A la donna trattar consigli et arme,

Cose che sol s'aspettano a' mariti,

Di quel che fora obbrobrioso a l'uomo,

Se, non si ricordando d'esser uomo,

Lavar volesse i panni, i vasi, e 'l filo

Star al foco torcendo, e ordir le tele.

Quando fosse però che ti chiedesse

Compagna ne' consigli, io non t'essorto

A ricusarlo, anzi ubidirlo in modo

Che consigliando di seguir tu mostri

Non il consiglio tuo, ma il suo parere.

S'averrà poi, sì come spesso aviene,

Che fra 'l consorte e te contrasto accaggia,

Non vuo' che tu il bandisca, e ti lamenti

Con le vicine tue, con le comari:

Che non ad altro fin fatta è la casa,

Né per altro ha la casa e mura e porte,

Se non perché non sian de' fatti altrui

Giudici e spettator le genti esterne.

Io voglio oltra di ciò, che d'ogni ingiuria

Ti dimentichi a fatto, ché la moglie

Che di tutte l'ingiurie si ricorda,

Mostra d'esser non moglie, ma più tosto

Fierissima nemica. Io chiamo il Cielo

In testimonio, e te figliuola, ch'io,

Benché potuto avessi, al mio Montano

Mai non rinfacciai nulla: impara dunque

Anco tu a far l'istesso. Un altro vizio

Regnar suol fra noi donne, e questo è l'odio

Che per lo più si porta a padri, a madri,

A fratelli, a sorelle, e 'n somma a tutte

Le genti del marito: vizio infame,

Vizio indegno di donna, che di donna

Aver procuri il nome; or bench'io stimi

Te saggia sì, che senza il mio consiglio

Tu sia per schivar ciò, pur te 'l ricordo,

Perché tu sia più cauta, e più mi giova

Di dirti oltra il bisogno che lasciare

Cosa veruna a dietro. Onora, et ama,

E riverisci e suocere e cognati,

E portati con loro in quella guisa

Che tu vorresti ch'altri si portasse

Teco, sendo tu suocera, e cognata.

Sovra tutto a temer t'essorto, o figlia,

La fama rea, che s'una volta sola

Si sparge per le bocche, invan si tenta

Di ricovrar la buona, in guisa tarde

Son le lingue al ben dire, e preste e pronte

Ai biasmi, ai disonori, ai vituperi:

Onde per fuggir ciò, non vuo' che solo

Secretezza tu cerchi (ché di rado

Giova esser cauta a donna disonesta),

Ma che tu viva sì ch'indi proceda

Il parer a le genti onesta e buona.

Buona e onesta sarai, quando non tanto

Prezzerai gli ornamenti e la bellezza,

Quanto l'esser modesta, e vergognosa.

Queste son quelle doti, o cara figlia,

Che non fuggon con gli anni, anzi qual oro

Non temon de la ruggine e del tempo.

Sì che se queste gemme t'orneranno,

Poco curar devrai di quelle gemme

Che le giovani vane hanno in più stima

Spesso che l'onor vero, e 'l vero bene.

E se ben il tuo grado non ricerca

Che d'ostro t'orni e d'oro, essendo nata

In stato umil, pompa però soverchia

Fora la tua, se superar volessi

Col povero vestir l'altre che sono

A te di grado, e di bassezza eguali.

Oltra il vestir d'un'altra cosa ancora

Debbo avisarti che non poco importa,

E questo è che già mai tu non ti creda

Che la bellezza che ne dà natura

S'accresca coi belletti, e co' colori,

Che nulla è meno il vero: io che son vecchia

Ho conosciuto molte, che volendo,

Benché belle per sé, parer più belle

Con questi lisci, eran mostrate a dito

Da tutti, e da color che non sapeano

Di qual casa si fossero, tenute

Per donne disoneste: indegna cosa

Coprir il bel natio con la bruttezza

De le bellezze finte! Or dimmi un poco,

Figlia, qual è più vago, un fiore, un pomo

Preso dal proprio ramo col colore

Che lor comparte la natura e 'l sole,

O ver un altro, benché da buon mastro

Col pennello imitato? Io credo certo

Ch'ogni saggio uom, che co' colori intende

D'acquistar fama dipingendo, tanto

Stimi di meritar lode maggiore,

Quanto meglio imitar sa la natura.

Or se il color natio vince il dipinto,

Se perfetta maestra è la natura,

Perché creder vorrem ch'in noi s'accresca

La beltà natural con la dipinta?

Sian dunque i tuoi belletti e i lisci tuoi

La pura acqua del fonte, onde ti lavi

E la faccia e le mani ogni mattina.

Non ti biasmerò già, se tu ti specchi

Qualche fiata, ché lo specchio al fine

Cosa è da comportar, tutto che spesso

Accresca in noi la vanità natia.

Tanto sia detto intorno agli ornamenti,

E 'l viver come moglie. Alquanto avanti

Trapassar mi convien, poi che le nozze

Ordinate non fur perché le donne

Sol divenisser mogli, che ciò fora

Spezie di servitù, ma perché quinci

Ne divenisser madri: il figlio è frutto

(Se no 'l sai) de le nozze, e questo frutto

È dolce sì, che la dolcezza sua

Può temprar mille amari ond'è condita

La gravidanza e 'l maritale stato.

Lascio che a noi, che padri e madri siamo,

Reca estremo contento il veder nati

Figli de' nostri figli, e molto tempra

La doglia del morir, riconoscendo

Noi stesse ne' nipoti, in cui speriamo

D'aver morendo una seconda vita:

Però se fia che Dio ti faccia madre,

Odi quai sian di madre diligente

Le parti. Nato il figlio, a me non piace

Che 'l costume tu segua ingiusto et empio

Di quelle donne ch'a' figliuoli loro,

Che nel ventre portar, negano il latte.

Ben vediam tutto il dì molti animali

Gli altrui parti nodrir, ma non vediamo

Però mancar a' proprii: or qual più alpestre

Fera è de l'orsa? e pur verso i suoi figli

Tenera è sì, che la salute loro

Stima assai più che la sua propria vita.

In tutto nega dunque d'esser madre

Chi nega a' figli il latte, e 'n tutto nega

D'esser donna colei, che d'ogni fera

È contra i proprii figli assai più fiera.

Impara dunque ad esser donna, e madre,

Donna e madre pietosa. Io non vorrei

Però che per soverchia tenerezza

Gli allevassi vezzosi e delicati:

Perché, se ciò disdice a' cittadini,

Come a noi starà ben, che nati siamo

A continue fatiche, e non abbiamo

Riposo mai né 'l giorno, né la notte?

I maschi sian tua cura infin che il passo

Movan più fermo, e possan con la verga

Cacciar al pasco il mansueto armento:

Che da quel tempo in su del padre dee

Esser uffizio l'insegnargli quello

Ch'a lor s'aspetti, e castigargli, quando

Pertinaci ei gli truovi o negligenti.

De le femine poi la madre sempre

Il pensier aver dee, né pur lasciarle

Già mai d'un passo, se gelosa è punto

De l'onor proprio; e ciò finché cresciute

A l'età più matura, il padre prenda

Cura di maritarle, a cui s'aspetta,

Non a la madre, il ricercar partito

Conveniente al grado, et a la dote.

Perché poi l'esser data ad Aristeo,

Che per uomo di villa è ricco assai,

Farà che tu terrai famigli e serve,

T'insegnerò come portar ti deggia

Con lor, se brami d'acquistarne il nome

Di patrona amorevole e prudente.

Sarai dunque con lor per mio consiglio

Non aspra, non crudele, e non superba,

Né troppo anco piacevole: che quello

Partorisce odio estremo, et è cagione

Di licenza quest'altro, e di disprezzo.

Dunque al mezzo t'appiglia, e giungi insieme

L'esser con lor piacevole, e severa.

Avertisci anco di non esser mai

Scarsa con lor del meritato cibo

E del dovuto premio, essendo queste

Sole e prime cagion di far che i servi

Non curino tesor di libertade.

Non ti fidar di lor, che nulla è peggio

Del fidarsi de' servi, de' quai s'uno

Fedel tu ne ritrovi, è sorte e quasi

Contro natura: abbi pur sempre l'occhio

A le cose più care, e se non vuoi

Esser fraudata, non lasciar che alcuno

Di lor dopo te vegghi, e di te primo

Abbandoni le piume, ché il fidarsi

E l'esser sonnacchiosa son due cose

Che mai non partoriscon se non danno.

Non so che dirti più perché mi pare

D'aver detto a bastanza, et a te tocca

L'osservar quanto udisti, e ricordarti

Che chi consiglio ascolta e non sen vale,

Senza suo pro da sezzo alfin sen pente.

Qui tacque Aresia, e perché già s'udia

Cantar per tutto il vigilante augello

Che de la mezza notte altrui dà segno,

E già mancato in tutto a l'unta e negra

Lucerna era il liquor che nudre il lume,

Del foco avendo le reliquie estreme

Sotto il tepido cenere coverte,

Senza più dimorar, le membra al sonno

In preda dier, sovra l'usate piume.