Egloga quinta
Lasciato avea l'autunno il giusto impero
A l'aspra tirannia del crudo verno,
Che le chiome scotendo ispide e bianche
Spargea di neve i colli, e con l'orrendo
Fiato sembrar fea di cristallo i fiumi:
Talché non era agli augelletti schermo
La piuma, et a le fere il folto pelo.
Ma quei di qualche quercia, od olmo, o salce
Si vedean ricovrar nel cavo tronco;
Queste arricciate e rabuffate il dorso,
Ripararsi fuggendo, entro il più chiuso
E cupo sen de le montane grotte;
Dentro le calde stalle, armenti e greggie
Stavansi ruminando il secco fieno,
Che 'l provido bifolco apprestò loro
Sotto il coverto tetto al miglior tempo.
In somma ognun, per non provar l'estremo
Rigor de la stagion, chiuso si stava
Od in riposto speco o 'n caldo albergo.
Or in fra gli altri Aresia e 'l buon Montano,
Amendue d'età grave, ambo consorti
Ne l'opre de la vita, avendo sazio
Con povere vivande, e breve cena
Il natural desio, facean corona
Con la lor famigliuola a picciol foco;
E intanto i dolci figli ivan facendo
Inganno al sonno, che fra 'l troppo cibo
Vie più che fra 'l digiun furtivo serpe,
Perché di paglia l'uno o bianco salce
Lunga treccia tessea, per farne il giro
De l'estivo capel, l'altro di giunchi
Fabricava fiscelle, ove devea
Stringer in duro cacio il molle latte.
De le figliuole poi questa la chioma
A la rocca traea, rotando il fuso,
Quella con lungo canto iva allettando
Il pargoletto al sonno entro la cuna;
Et era omai de la noiosa notte
Scorsa non poca parte, e cominciava
A dormir dolcemente il vecchio stanco,
Quando la saggia Aresia in questa guisa
A la maggior sua figlia a parlar prese.
Cara figliuola mia, perché tu sei
In quella etate omai, che vi fa peso
Sembrare a' genitori, e non sostegno,
Per non mancare a quell'amor che sempre
Ti portai da le fasce, or che tuo padre
T'ha promessa per sposa ad Aristeo
Quivi nostro vicin, figlio d'Eurilla,
Voglio innanzi le nozze, et ora a punto
Che mi sovien, mostrarti alcune cose
Che tu debba osservar, quando sarai
In casa sua patrona, e madre, e moglie.
E vuo' seguir in ciò teco mia madre,
Che meco fe' l'istesso uffizio prima
Che moglie io divenissi, e sì mi sono
Utili state le parole sue,
Che mai di lei non mi ricordo, ch'io
Non le preghi riposo, e pace a l'alma.
Attendi dunque e nota. Il nostro sesso,
Se col viril si paragona, è sesso
Che tien assai de l'imperfetto, e vile:
Onde s'a quel non s'appoggiasse, a punto
Fora qual vite scompagnata e sola,
Che senza portar frutto in terra serpe.
Come dunque le viti ai salci, agli olmi
Si sogliono appoggiar, così le donne
Si deono appoggiare ai lor mariti.
Pria dunque ti dirò come tu deggia
Portarti come moglie, et adempire
L'uffizio che s'aspetta a buona moglie.
Fra le principal cose, che parere
Fanno acerba la vita di coloro
Che maritati sono, è la discordia;
La qual, se ben talor vien da' mariti
Strani, crudi, e superbi, spesso nasce
Anco da noi troppo leggiere, e stolte,
Et ostinate, che non conoscendo,
Né conoscer volendo il nostro stato,
Non vogliam secondarli, anzi al contrario
Sempre mostrarci a lor ritrose, e dure.
La prima parte dunque de la donna
Che brama vita fortunata e lieta
È l'esser mansueta, e con dolcezza
Saper portar l'imperio del marito.
La seconda è ch'ella rimetta a lui
De le cose di fuor tutto il pensiero,
Né si curi più là di quel che chiude
Il giro de la casa: esser tua cura
Deve il fuso, il telaio, la conocchia,
La lana, il lin, le gallinelle, l'uova,
Il dar legge a le serve e 'l poner mente
Che nulla manchi ai piccioletti figli:
Perché non altramente fora brutto
A la donna trattar consigli et arme,
Cose che sol s'aspettano a' mariti,
Di quel che fora obbrobrioso a l'uomo,
Se, non si ricordando d'esser uomo,
Lavar volesse i panni, i vasi, e 'l filo
Star al foco torcendo, e ordir le tele.
Quando fosse però che ti chiedesse
Compagna ne' consigli, io non t'essorto
A ricusarlo, anzi ubidirlo in modo
Che consigliando di seguir tu mostri
Non il consiglio tuo, ma il suo parere.
S'averrà poi, sì come spesso aviene,
Che fra 'l consorte e te contrasto accaggia,
Non vuo' che tu il bandisca, e ti lamenti
Con le vicine tue, con le comari:
Che non ad altro fin fatta è la casa,
Né per altro ha la casa e mura e porte,
Se non perché non sian de' fatti altrui
Giudici e spettator le genti esterne.
Io voglio oltra di ciò, che d'ogni ingiuria
Ti dimentichi a fatto, ché la moglie
Che di tutte l'ingiurie si ricorda,
Mostra d'esser non moglie, ma più tosto
Fierissima nemica. Io chiamo il Cielo
In testimonio, e te figliuola, ch'io,
Benché potuto avessi, al mio Montano
Mai non rinfacciai nulla: impara dunque
Anco tu a far l'istesso. Un altro vizio
Regnar suol fra noi donne, e questo è l'odio
Che per lo più si porta a padri, a madri,
A fratelli, a sorelle, e 'n somma a tutte
Le genti del marito: vizio infame,
Vizio indegno di donna, che di donna
Aver procuri il nome; or bench'io stimi
Te saggia sì, che senza il mio consiglio
Tu sia per schivar ciò, pur te 'l ricordo,
Perché tu sia più cauta, e più mi giova
Di dirti oltra il bisogno che lasciare
Cosa veruna a dietro. Onora, et ama,
E riverisci e suocere e cognati,
E portati con loro in quella guisa
Che tu vorresti ch'altri si portasse
Teco, sendo tu suocera, e cognata.
Sovra tutto a temer t'essorto, o figlia,
La fama rea, che s'una volta sola
Si sparge per le bocche, invan si tenta
Di ricovrar la buona, in guisa tarde
Son le lingue al ben dire, e preste e pronte
Ai biasmi, ai disonori, ai vituperi:
Onde per fuggir ciò, non vuo' che solo
Secretezza tu cerchi (ché di rado
Giova esser cauta a donna disonesta),
Ma che tu viva sì ch'indi proceda
Il parer a le genti onesta e buona.
Buona e onesta sarai, quando non tanto
Prezzerai gli ornamenti e la bellezza,
Quanto l'esser modesta, e vergognosa.
Queste son quelle doti, o cara figlia,
Che non fuggon con gli anni, anzi qual oro
Non temon de la ruggine e del tempo.
Sì che se queste gemme t'orneranno,
Poco curar devrai di quelle gemme
Che le giovani vane hanno in più stima
Spesso che l'onor vero, e 'l vero bene.
E se ben il tuo grado non ricerca
Che d'ostro t'orni e d'oro, essendo nata
In stato umil, pompa però soverchia
Fora la tua, se superar volessi
Col povero vestir l'altre che sono
A te di grado, e di bassezza eguali.
Oltra il vestir d'un'altra cosa ancora
Debbo avisarti che non poco importa,
E questo è che già mai tu non ti creda
Che la bellezza che ne dà natura
S'accresca coi belletti, e co' colori,
Che nulla è meno il vero: io che son vecchia
Ho conosciuto molte, che volendo,
Benché belle per sé, parer più belle
Con questi lisci, eran mostrate a dito
Da tutti, e da color che non sapeano
Di qual casa si fossero, tenute
Per donne disoneste: indegna cosa
Coprir il bel natio con la bruttezza
De le bellezze finte! Or dimmi un poco,
Figlia, qual è più vago, un fiore, un pomo
Preso dal proprio ramo col colore
Che lor comparte la natura e 'l sole,
O ver un altro, benché da buon mastro
Col pennello imitato? Io credo certo
Ch'ogni saggio uom, che co' colori intende
D'acquistar fama dipingendo, tanto
Stimi di meritar lode maggiore,
Quanto meglio imitar sa la natura.
Or se il color natio vince il dipinto,
Se perfetta maestra è la natura,
Perché creder vorrem ch'in noi s'accresca
La beltà natural con la dipinta?
Sian dunque i tuoi belletti e i lisci tuoi
La pura acqua del fonte, onde ti lavi
E la faccia e le mani ogni mattina.
Non ti biasmerò già, se tu ti specchi
Qualche fiata, ché lo specchio al fine
Cosa è da comportar, tutto che spesso
Accresca in noi la vanità natia.
Tanto sia detto intorno agli ornamenti,
E 'l viver come moglie. Alquanto avanti
Trapassar mi convien, poi che le nozze
Ordinate non fur perché le donne
Sol divenisser mogli, che ciò fora
Spezie di servitù, ma perché quinci
Ne divenisser madri: il figlio è frutto
(Se no 'l sai) de le nozze, e questo frutto
È dolce sì, che la dolcezza sua
Può temprar mille amari ond'è condita
La gravidanza e 'l maritale stato.
Lascio che a noi, che padri e madri siamo,
Reca estremo contento il veder nati
Figli de' nostri figli, e molto tempra
La doglia del morir, riconoscendo
Noi stesse ne' nipoti, in cui speriamo
D'aver morendo una seconda vita:
Però se fia che Dio ti faccia madre,
Odi quai sian di madre diligente
Le parti. Nato il figlio, a me non piace
Che 'l costume tu segua ingiusto et empio
Di quelle donne ch'a' figliuoli loro,
Che nel ventre portar, negano il latte.
Ben vediam tutto il dì molti animali
Gli altrui parti nodrir, ma non vediamo
Però mancar a' proprii: or qual più alpestre
Fera è de l'orsa? e pur verso i suoi figli
Tenera è sì, che la salute loro
Stima assai più che la sua propria vita.
In tutto nega dunque d'esser madre
Chi nega a' figli il latte, e 'n tutto nega
D'esser donna colei, che d'ogni fera
È contra i proprii figli assai più fiera.
Impara dunque ad esser donna, e madre,
Donna e madre pietosa. Io non vorrei
Però che per soverchia tenerezza
Gli allevassi vezzosi e delicati:
Perché, se ciò disdice a' cittadini,
Come a noi starà ben, che nati siamo
A continue fatiche, e non abbiamo
Riposo mai né 'l giorno, né la notte?
I maschi sian tua cura infin che il passo
Movan più fermo, e possan con la verga
Cacciar al pasco il mansueto armento:
Che da quel tempo in su del padre dee
Esser uffizio l'insegnargli quello
Ch'a lor s'aspetti, e castigargli, quando
Pertinaci ei gli truovi o negligenti.
De le femine poi la madre sempre
Il pensier aver dee, né pur lasciarle
Già mai d'un passo, se gelosa è punto
De l'onor proprio; e ciò finché cresciute
A l'età più matura, il padre prenda
Cura di maritarle, a cui s'aspetta,
Non a la madre, il ricercar partito
Conveniente al grado, et a la dote.
Perché poi l'esser data ad Aristeo,
Che per uomo di villa è ricco assai,
Farà che tu terrai famigli e serve,
T'insegnerò come portar ti deggia
Con lor, se brami d'acquistarne il nome
Di patrona amorevole e prudente.
Sarai dunque con lor per mio consiglio
Non aspra, non crudele, e non superba,
Né troppo anco piacevole: che quello
Partorisce odio estremo, et è cagione
Di licenza quest'altro, e di disprezzo.
Dunque al mezzo t'appiglia, e giungi insieme
L'esser con lor piacevole, e severa.
Avertisci anco di non esser mai
Scarsa con lor del meritato cibo
E del dovuto premio, essendo queste
Sole e prime cagion di far che i servi
Non curino tesor di libertade.
Non ti fidar di lor, che nulla è peggio
Del fidarsi de' servi, de' quai s'uno
Fedel tu ne ritrovi, è sorte e quasi
Contro natura: abbi pur sempre l'occhio
A le cose più care, e se non vuoi
Esser fraudata, non lasciar che alcuno
Di lor dopo te vegghi, e di te primo
Abbandoni le piume, ché il fidarsi
E l'esser sonnacchiosa son due cose
Che mai non partoriscon se non danno.
Non so che dirti più perché mi pare
D'aver detto a bastanza, et a te tocca
L'osservar quanto udisti, e ricordarti
Che chi consiglio ascolta e non sen vale,
Senza suo pro da sezzo alfin sen pente.
Qui tacque Aresia, e perché già s'udia
Cantar per tutto il vigilante augello
Che de la mezza notte altrui dà segno,
E già mancato in tutto a l'unta e negra
Lucerna era il liquor che nudre il lume,
Del foco avendo le reliquie estreme
Sotto il tepido cenere coverte,
Senza più dimorar, le membra al sonno
In preda dier, sovra l'usate piume.