EGLOGA SECONDA.

By Benedetto Varchi

Deh! famoso Damon, che varchi al paro

Degl'antichi pastor, per quella altera

Pianta, ch'ha nel tuo cor le sue radici,

E con le frondi il ciel dorato fere;

Or che nel mezzo del più verde e bello

Fiorito mese, al dì più caldo vibra

Febo i suoi raggi, e fa l'ombre minori,

Qui, donde il mio Vaccian fra piagge e colli

I tuoi bei monti, Fiesole, Morello

E più lungi Asinar, come in suoi spegli,

Dopo Ema ed Arno ognor fiso rimira,

E sé medesmo e lor lieto vagheggia;

Sotto quest'ombra di castagni, al dolce

Fischio del zufolar ch'a piè del poggio,

Che fa il pian delle selve, il vento muove,

Vicino al gran tugurio ove sovente,

Col suo caro consorte in sacro ostello,

Vago e puro ermellin sé stesso vede:

Qui dov'è il ciel sereno e l'aer queto,

Fanne del cantar tuo cortese dono,

Del tuo cantar, che per le selve i boschi,

Se non m'inganna il troppo amore o il poco

Tempo e saver, risuona sì ch'omai

I nostri campi e le toscane ville,

Poca hanno invidia a Siracusa e Manto.

Ben m'hai, giulìo Carin, Carin ch'al core

Così caro mi stai, per arbor tale,

Scongiurato, che muto anzi pur morto,

Canterei, credo, non che veglio e roco.

Ma perché non ancor per quella nuova

Fiamma che cresce sì l'antico foco,

Mentre pur casta e pur soave incende,

Ch'oggi in duo petti, e non m'incresce, avvampo;

Che doppiando l'ardor doppia la gioia,

E di due morti eterne, eterne ognora

Nascon due vite sì gradite e care,

Ch'alcun non è così contento al mondo,

Né puote esser alcun felice tanto,

Che pur un sol de' miei tormenti agguagli,

Non che i doppj piacer tutti pareggie?

Canta dunque, Damon, canta che 'l tuo

Carin per lo tuo Dafni umìl ten prega,

E prega umìl che mille il prego vaglia.

E canta sì, che del tuo dolce e solo

Läuro il cantar tuo per tanto spazio,

(E, che non puote oprar gemino Amore?)

Giunga all'orecchie, e le percuota in guisa,

Ch'al cor trapassi e 'l buon giudizio appaghe.

Ben canterò, che 'l pregatore e i preghi

Tai sono e tanti che non pur del mio

Petto elicer porrian parole e versi,

Ma dall'onde trar foco e dal foco onde,

Forza averian. Ma tu che 'n quella etate

Grazïoso Carin, Carin giulivo,

In quella acerba età che gl'altri a pena

Scioglier la lingua e far parole sanno,

Non ben fornito il terzo lustro ancora.

Coi più vecchi bifolchi e co' più saggi

Pastor, quasi di par cantando vai:

Perché non canti, ond'al bell'Arno ed Ema

Ceda il gran Mincio e l'Aretusa un giorno?

Dov'è Damon, Carin cantar non deve.

Anzi dov'è Damon, canti Carino,

Che più dolce del suo non ode suono,

Qualunque ascolte mai che parli o cante.

Or che poss'io cantar che 'l pregio merti?

Non ti vid'io l'altr'ier, quando al suo divo

Giusto rendendo i sacerdoti onore,

Tra mille caste verginelle e mille

Giovinetti pastor, d'amore ardenti,

Al suon d'alte zampogne e dolci cetre,

Celebravano il dì festo ed altero,

Che mi starà nella memoria sempre,

Per rimembranza di sì lieto giorno;

Non ti vid'io con queste luci all'ora,

Che non miran di te cosa più cara,

Poi che scorresti d'ogni intorno il loco

Dolce facendo al tuo cantar tenore

Batto, di cui nessun più chiaro tromba,

Con la voce e col suon, d'armonia pieno,

E di dolcezza e meraviglia i cuori;

Non ti vidi io, dico io, più dolci e cari,

Ch'altri ancor mai e più leggiadri balli

Con le ninfe guidar? che se le Grazie

Son tai, certo più belle esser non ponno.

Canta dunque di lor l'alta beltade,

E di', che se le tre ch'a mirare ebbe

Pari nel colle Ideo celesti dive,

Fossero state come queste pari,

Non potea vero mai giudizio darne:

Tant'è l'una sorella all'altra eguale

Di beltà, d'onestà, d'ingegno e d'arte.

Ben mi punge egualmente alto disìo

Di lodar tutte e tre, Ginevra bella,

Margherita gentil, Maria cortese,

Ch'avete quanto il ciel può dar ciascuna.

Ma or nuovo dolor mi chiama altronde.

E per tristo cammin l'alma travìa,

Tal che più che cantar pianger m'aggrada,

Pensando, oimè, che de' nostri orti ha Morte

Con la spietata sua rapace mano,

Ch'ogni più ricco onor superba toglie,

Il più pregiato e più bel fiore svelto,

E spento affatto il Sol degl'occhi nostri.

Dunque è rimaso qui misero e solo,

Il già sì lieto e fortunato Alessi?

Alessi a te per sangue amato e caro,

A me per amistà diletto e fido.

Dunque è la bella e sventurosa Flora

Del suo vanto maggior spogliata e priva?

Dunque per sempre ogni ben nostro è morto?

La nostra speme, il nostro bene e il nostro

Vanto, il Sol nostro e 'l nostro fior solo era

La bella Delia ch'or di vita è spenta;

Delia che pose spesso in dubbio altrui,

Qual più fosse o cortese o casta o bella,

Chi più potesse in lei, studio o natura,

Quale avesse maggior bontade o senno.

Segui, caro Damon, che far più grata

Cosa non puoi al tuo Carin ch'al cielo

Delia portar co' tuoi graditi carmi.

La bella Delia ch'or di vita è spenta;

Delia che pose spesso in dubbio altrui

Qual più fosse o cortese o casta o bella,

Chi più potesse in lei, studio o natura,

Quale avesse maggior bontade o senno.

Ben seguirò, dolce Carin, ma prima

Di', prego, tu, che sol più d'altri il sai,

Quanto si dolse il mesto Alessi all'ora,

Alessi a te parente a me compagno,

Con la terra, col cielo e con le stelle,

Con le fere, con gl'arbori e con l'acque,

Che la trista il ferìo, novella amara,

E chi in quel punto lo scampò da morte.

Lasso! chi piangerà, se non piango io?

Gridava Alessi, e sì gridando un caldo

Fiume dagl'occhi singhiozzando versa;

Che dianzi era io felice, or nulla sono?

Misero me, chi con maggior ragione

Sospirò mai? e sì gridando i boschi

Facea crollar, tal sospirava forte,

Che dianzi era io felice or nulla sono.

Povero Alessi, e che giovato t'hanno

Il tuo pudico amor? la tua costanza?

La tua sincera fe'? se Delia, Delia,

Ch'era non saggia men ch'onesta e vaga,

Miseramente in sì freschi anni i casti

Occhi chiudendo ha te cieco lasciato,

E tua giornata ha co' suoi piè fornita,

Che dianzi eri felice or nulla sei?

O Delia, o Delia, il tuo partir sì ratto,

Il tuo fuggir così veloce e presto,

Ogni mio bel piacer rivolto ha in pianto,

Ogn'alta speme mia, tornato ha in doglia,

Che dianzi era io felice, or nulla sono.

O terra, o cielo, o rie fallaci stelle,

Come parl'io, s'ogni mio spirto è muto?

Come veggio io, se 'l mio bel sole è spento

Come vivo, se morta è la mia vita?

Dianzi ero io pur felice, or nulla sono.

O valli, o campi, o piaggie, o colli, o monti,

O fonti, o rivi, o ruscelletti, o fiumi,

O selve, o cupi boschi, o augelli, o fere,

Vedeste mai? udiste mai tal sorte,

In alcun tempo, e quanto gira il sole?

Dianzi era io pur felice, or nulla sono.

O Driadi o Naiadi e Napee

O Pane, o Bacco, o Cerere, o Pomona,

O pecorelle, o agne, o manzi, o tori,

Quanto avete perduto, e quanto manca

Alle selve, alle viti, a' campi, a gl'orti!

E a me sol più ch'a tutti gl'altri insieme,

Che dianzi era felice, or nulla sono!

Or chi mi tien, che questo grave incarco,

Sol per gran danno mio vivace troppo,

Con le mie proprie man non ponga in terra?

Chi fa, ch'io non mi sfaccia e non m'ancida?

Chi mi vieta il seguir, cui sola e sempre

La notte e 'l dì con la memoria seguo?

Altro che speme di vederla in cielo,

E di nulla, tornar felice e lieto.

Deh non dir più, Carin, che tal m'ingombra

Pietade e duol del miserello Alessi,

D'Alessi a te parente a me compagno,

Che se non fosse il gran piacer, che l'alma

Del tuo dir dolce e del mirarti prende,

Di dolor e pietà morto cadrei.

Ma credo ben che Carpinetto altero,

Ov'ha 'l mio buon Egon suo antico albergo,

Per udir da vicin canti sì novi,

E più presso veder con gl'occhi suoi

Così scaltro e leggiadro pastorello,

Quasi nuovo Anfïon, novello Orfeo,

Cinto la fronte onde il bel nome tragge,

Scender vorrà del suo natìo cacume.

Tai sono i versi tuoi, tai son Carino,

Le rime e tal di te presagio danno,

Anzi il primo fiorir de' più verdi anni:

Tal è l'ingegno tuo, l'industria e l'arte

Che se stella crudele o vil costume

Di questo secol reo, come pavento,

Anzi come veder di certo parme,

Non s'attraversa al mio volere, e rompe

I tuoi studi nel mezzo, un dì Vacciano

Tanto s'avanzerà tanto nel colmo

Poggerà, tua mercè, d'ogn'alta lode,

Ch'Elicona, Parnaso, Irmaro ed Emo

Men saranno di lui pregiati e conti.

E 'l bel fonte che fa Vivaio sì chiaro,

Cui non senza cagion ringrazio e lodo,

Poi che pria vidi in quei contorni il bello

Satirisco Nireo, Nireo gentile,

Cui l'antico Nireo ceduto avrebbe;

D'Ippocrene non fia per te minore.

Taci, caro Damon, che mal conoscere

Può 'l ver chiunque col disìo consigliasi,

E secondo ch'Amor gli detta, giudica;

Ed odi quel che l'Arno afflitto e misero,

Con voce spaventosa e lamentevole,

Spargendo tutta via sospiri e lagrime,

Disse, quando da noi Delia spario.

Di' pur Carin, che 'l tuo dir più che 'l zucchero

M'è dolce, e cotal porge all'alma giubilo,

Che tutto in ascoltando io mi solluchero;

E col volto e co' gesti al core imprimolo,

Tal che cantarlo ancor forse potrebbero

Fiesole ed Asinar, Morello e Cecero,

Monti più belli assai che Pindo e Menato.

Se pari al danno esser potesse il duolo,

Se pianger si convien, quanto è l'affanno,

Infinita saria la doglia e 'l pianto.

Morta è la bella Delia, e con sua morte

Ha morto il bello Alessi, e a me per sempre

In un momento ogni bel pregio ha tolto,

E fatto tristo e tenebroso il mondo.

Or chi sarà, che degnamente mai,

Quando ognun doverria, dolgasi e pianga?

Quai son l'erbe alla terra, al mare i pesci,

All'aere i venti, al ciel le stelle e 'l Sole,

Tal fu Delia alle genti onore e gloria.

Or chi sarà che degnamente mai

Quant'ogn'un deverria, dolgasi e pianga?

Ma tu, che più vicin corri a Fornello

Ed ognor miri Cinestretto gaio,

D'esta diva mortal villesco albergo,

Ben dei con meco, Fulïone altero,

Altero e caro già, mentre la bella

E casta ninfa alle sue vaghe e dolci

Luci, di cui non fu luce più chiara,

Delle pure onde tue specchio facea;

Or più ch'altro giammai, dimesso e vile;

Lagrimar sempre e sospirar più ch'ambi

In assai men, che non balena, ahi! lassi!

Quanto era in noi di buon, perduto avemo,

Or chi sarà che degnamente mai,

Quant'ognun doverria, dolgasi e pianga?

Così dicea piangendo in voci meste,

La barba e 'l crin di verde muschio pieno,

L'afflitto veglio al suo gran frate eguale,

Da colmar di pietà lupi, orsi e tigri.

Ma tu tessendo omai l'ordita storia,

La tua promessa al tuo Carino attendi,

Glorïoso Damon, cui tanto denno

Gl'abeti, i faggi, i pin, le querce e gl'olmi,

E lauri, mirti, olivi, edere e palme,

Quanto ad altro pastor, ch'oggi zampogni;

Sì dolcemente fai squillare i boschi,

Al chiaro suon della tua dolce avena,

Sedendo all'ombra d'un sacrato alloro,

Che d'odore e color tutt'altri avanza;

E ben te n'hanno invidia Aminta e Tirsi.

Dunque, Damon, se vuoi piacermi, canta.

Altro ch'a te piacer non cerco e bramo,

E per te, vago pastorel gentile,

Lieve mi contarei portare Atlante,

Che con le spalle il ciel puntella e regge:

E per mirar solo una volta dove

Fur le vestigia de' tuoi piedi o l'ombra

Toccò pur de' tuoi panni, in alcun tempo,

Mille fïate e più morir tôrrei.

Ma temo di noiarti, e non vorrei

Colui ch'io brigo d'onorare, offendere;

E se ben te discreto ed amorevole

Conosco, pur così, così mi perito,

Dubbiando, oimè, di non venirti a sdegno,

Che più tosto ameria non esser nato.

No, no Damon, che 'l poverello Alessi,

Alessi a me maggiore a te compagno,

Che dianzi era felice, ora è nïente,

Più d'altro i versi tuoi d'udire agogna:

Ed io per me maggior diletto prendo

Del cantar tuo, che quando chiuso in riva

Gabbia vezzoso lucherin nidiace,

Od un fringuel dalle sei penne ascolto.

Dunque, Damon, se vuoi piacermi, canta.

Piangea la terra sconsolata e trista

Delia, da fera e crudel morte spenta:

Né sperava al suo duol riposo e tregua,

Non che di mai trovar ristoro o pace.

Ma il cielo oltra l'usato allegro e lieto,

Si fea del pianto nostro altero e bello

Più che pria chiaro e più lucente assai.

E lei novella de' superni chiostri

Abitatrice e cittadina vede,

Ch'in mezzo a mille schiere elette e dive,

Sotto i suoi piè le nubi e l'alte stelle,

Tutta di gioia e meraviglia piena,

E tra due figliuoletti un d'ogni lato;

Del suo perfetto oprar merto riceve;

Né le dispiace aver cangiato albergo.

Ma ben le duol d'aver lasciato solo

Con cinque figli pargoletti in pena,

Il caro e dolce suo fedele sposo,

Tra più ricchi bifolchi ornato e chiaro,

Cui più vivendo, che sé stessa amava.

Ma perché scerne nell'eterno lume

Dopo questa mortal breve dimora,

Stabilita a ciascun la sua salute

E prepararsi già lor sede in parte,

Ove gli mirerà sempre e dappresso:

Infinito piacer gioisce e gode.

Dunque le selve e l'altre ville liete,

Dell'altrui ben, non de' suoi danni triste,

Si rallegrino in vista e dentro al core,

Facendo festa e giulleria, che Delia,

Che 'l fior fu qui delle più caste e sagge,

Or ch'ha deposto la sua bella spoglia

In alto seggio umilemente assisa,

Cresca su tra gli dei splendore e gloria.

E tu, Carin mio caro, al buono Alessi,

Alessi a te parente, a me compagno,

Per mia bocca e di sua, già donna or diva,

Dirai, che spoglie omai la guerra e 'l duolo,

E pace eterna e gioia eterna vesta:

Sicuro di dover, quando che sia,

S'al principio risponde il mezzo e 'l fine

Della sua vita, ch'è celata altrui,

Più che mai bella e più che mai cortese,

Eternamente rivederla in cielo.

Tal è il tuo canto a noi, divin poeta,

Qual è il dormir, quando altri è stanco, all'ombra

Sopra tenera erbetta, e quale al caldo

Estivo, quando il Sol la terra fende,

Spegner la sete a chiaro fresco e vivo

Fonte, che dolce mormorando corra.

Deh! perché non è qui quel caprar nobile

Col suo caro german, non meno amabile,

Ch'ha vicino a Faltucchia il suo piacevole

Tugurio, ch'a ragion Riposo chiamasi,

Ove sì spesso a tuo diporto invitati

Nel dritto mezzo de' duoi prati floridi

Cinti d'alti cipressi, che le coccole

Muovon soffiati da' soavi zefiri;

Tal che dolce armonia d'intorno rendono,

E gl'augelletti ad albergarvi allettano?

Questi vecchio il senno e d'anni giovine,

Usato di toccar lïuti e cetere,

E gonfiar cornamuse, avene e calami

Appo il bel fonte che Morgana appellasi,

Suo diletto Aganippe e suo Castalio;

Lodar potrebbe i tuoi versi dolcissimi

Coi versi suoi che i più lodati lodano,

E dare al canto tuo canto dicevole.

Ma io che posso così rozzo e povero,

Se non umili e 'ndegne grazie rendere

In mio nome e d'Alessi al tuo gran merito,

Alle tue note che sì alto poggiano?

Né tu, Carin, né 'l caro Alessi deve,

Alessi a te parente, a me compagno,

Rendermi grazie, assai contento e pago,

Terrommi sol che non molesto sia,

Alle orecchie di lui strider sì roco,

Della mia bassa e mal cerata canna:

Ch'a te dovemo, ed egli ed io, se cosa

Udrà che non gli spiaccia o pur gl'aggrade.

Troppo cortese sei, Damone, ed io

Forse troppo ardirò. Per quel pastore

Tuo caro Pitia sì famoso e raro,

Che più d'altro benigno e più severo,

Del Gran Duce toscano il nome tiene,

Non ti sia grave, e per amor d'Alessi

E mio, che tanto t'amo e tanto onoro,

Quanto figliuol diletto amato padre

Giugnere ancora a' tuoi concenti gravi,

Quel che sempre nell'urna insculto leggasi

Che sia dell'amor tuo segno perpetuo,

E del valor di lei pegno certissimo.

Chi vorrebbe o porrìa versi negare

A Carin delle Muse amico e donno?

Che ne fa tanti e così cari ognora,

Dando a sé gloria e meraviglia altrui;

Che piombo è ben, chi non l'ammira e loda,

Non ch'io che tanto t'amo e tanto onoro,

Quanto diletto padre amato figlio,

Di' pur, Carin, ch'io canti e poscia ascolta.

Canta pur tu, Damon, ch'io sempre ascolto.

Delia, che sola tra tutt'altre il cumulo

Ebbe d'ogni eccellenza, anzi il suo giorno,

Per fare il ciel di sue virtuti adorno,

Lasciò 'l corpo sepolto in questo tumulo.