EGLOGA SECONDA.

By Luigi Alamanni

Lasciate, o Ninfe, i freschi erbosi fondi

De' liquidi cristalli, e i chiari fiumi

Che intorno bagnan le campagne tosche.

Cercate, ahi lasse! un più doglioso albergo

Che v'inviti a doler del miser fato

Del vostro Cosmo: o monti, o piagge, o colli,

Non ricevete in voi venti sereni.

Voi vaghe erbette, e voi già liete piante,

Omai triste spogliate i fiori e 'l verde.

Pallide sian le rose, e tu, Iacinto,

Descrivi entro al tuo sen doppio dolore,

Poi che morto è chi fea già il mondo adorno.

Piangete, sempre omai, sorelle tosche.

Candidi cigni, e voi piangenti ancora

Come presso al morir dolce solete,

Dite all'arene, ai sassi, ai pesci, all'onde

Che più non sentiran le chiare note

Come solìen, poiché nel mondo è spento

Per morte acerba il nuovo t¢sco Orfeo.

Piangete sempre omai, sorelle tosche.

Quel che a tutt'i pastor sì dolce e caro

Mai sempre visse, più sonar non deve

La sua zampogna, o sotto ombrosi rami

Col suo canto addolcir l'aër d'intorno.

Muto sta il mondo, e le greggi e gli armenti

Fuggon piangendo le chiare acque e l'erba.

Piangete sempre omai, sorelle tosche.

Pianto ha la tua partenza, almo pastore,

Il biondo Apollo, i Satiri, i Silvani,

E Pan viepiù d'ogni altro a noi si dolse.

Le chiare fonti e i freschi ruscelletti

Rigan di pianto sì le valli e i prati

Che ben sembra, ove son, perpetuo il verno.

La misera Eco entro a' cavati sassi

Tacendo piange, poi che più non spera

Render l'ultimo suon delle tue voci.

Gli arbor lascian cader dagli alti rami

I pomi acerbi, i fior languendo stanno.

Non dalle pecorelle il bianco latte

Nei vasi stilla, non più l'ape avara

Aduna il dolce mèl ne' chiusi alberghi;

Ché morto essendo il suo pastor più chiaro,

Sol si pasce d'amaro e il dolce ha schivo.

Piangete sempre omai, sorelle tosche.

Non sì doglioso nei deserti lidi

Degli arenosi mar piange il delfino

La morta sposa, non per gli alti tetti

Chiama con tal dolor Progne i suoi figli,

Non Filomela con tal duol si lagna

Del folle creder suo per boschi e valli,

Non tanto d'Alcïon si duol Ceice

Lungo le rive amate, quanto ognora

Piangon tutti chiamando il miser Cosmo.

Piangete sempre omai, sorelle tosche.

Qual sì chiaro pastore ha 'l terren t¢sco,

Qual tanto ornato, che por bocca ardisca

Alla zampogna tua sì ch'ella schiva

D'ogni altro successor non fugga indietro,

Dicendo: Ah troppo nobil fur gli spirti

Che mi dier voce, ohimè, troppo fu dotta

La man che 'l mio cantar fea vario e lieto:

Non mi toccar, ché omai vedova e muta

Col mio primo signor voglio esser sempre?

Piangete sempre omai, sorelle tosche.

La bella Galatea, che le salse onde

Del mar lasciando in su le rive d'Arno

Lieta più volte ad ascoltar ti venne,

Sospira e piange, e con la morte duolsi

Che, furandoti al mondo, il fer Ciclopo

Per sua doglia maggior riserba in vita,

Onde obliando il dolce suo soggiorno

Delle chiare acque, in sulle ignude arene

Solo in te richiamar si sfoga e pasce.

Piangete sempre omai, sorelle tosche.

Teco, o sommo pastor, son muti insieme

Quei dolci versi in alto stile ornato

Onde ogni cor gentil sì lieto andava.

Tristi e dogliosi i pargoletti amori,

Spente le faci, e gli strai tronchi e gli archi,

Ti stan dintorno, e gli onorati spirti

Spargendo rose e fior chiaman sovente.

Vener porgendo al caro suo poeta

Baci più dolci e lagrime più amare

Che mai porgesse al morto amato Adone,

Piange or la condizion di noi mortali.

Piangete sempre omai, sorelle tosche.

Vie più di tutti gli altri il t¢sco fiume

Ovunque passa si lamenta e duole

Del grave danno suo, dicendo: Ahi lasso!

Ben piansi io con ragion, quando s'estinse

Quel gran lume divin, quell'alto e sacro

Mio figlio antico, a me contrario un tempo

Contra 'l dover; che in stil sì dotto e raro

Cantò il cielo, e l'abisso, e i luoghi dove

Si purga l'alma a gire a miglior porto.

Ben con ragione ancor più d'altro piansi

Chi Laura pianse, e che in sì dolci rime

Gli amorosi pensier, le fiamme ardenti

Sfogò cantando, ond'oggi suona il mondo

Non pur le rive mie quinci vicine;

Né molto poi con l'amata Elsa insieme

Gran tempo piansi il mio diletto amico

Maestro d'alto dir, che i lunghi pianti

Già di Fiammetta in parlar sciolto stese,

E i dolci ragionar dei dieci giorni

Sì chiari e bei che non vedran mai notte.

Ma, lasso, ancor con sì dogliose voci

Con sì caldi sospir non piansi alcuno,

Quanto il mio Cosmo, ohimè, la cui zampogna

Pur giovinetta non m'avea men pregio

Dato, che l'altrui già canuta cetra:

Poi doppio duol mi reca il pensar solo

Quel che, lasso! di lui sperava il mondo.

Piangete sempre omai, sorelle tosche.

Le liete rose, le fresch'erbe e verdi,

Le violette, i fior vermigli e i persi

Bene han la vita lor caduca e frale.

Ma l'aure dolci, i Sol benigni e l'acque

Rendon gli spirti lor, che d'anno in anno

Tornan più che mai belli al nuovo aprile.

Ma, lassi, non virtù, regni, o tesoro

A noi render potrian quest'alma luce,

Ché quando morte vien, perpetuo il verno

Reca, e i tempi miglior si porta via.

Eterno sonno dèi, Cosmo onorato,

Dormir sotterra, mentre in altra parte

Hai del tuo bene oprar vittoria e palma.

Piangete sempre omai, sorelle tosche.

Deh! potess'io come il buon tracio Orfeo

Come il fero Tirintio, e il saggio Ulisse,

Scender là dove sei nei regni oscuri.

Ché a Proserpina bella e al gran Plutone

Narrando quanto il mondo oggi s'attrista

Della partenza tua, forse pietosi

Gli farei tal, che torneresti ancora.

Ma se il soave canto e i dolci versi,

Onde vivendo altrui sì lieto festi,

Tocche han laggiù le sante orecchie, vano

Fôra 'l sperar, ché tanto è caro il dono

Ch'io chiederei, che pur pietade stessa

Ne diverria, non ch'altri, avara e cruda.

Dunque, o tristi pensier, senz'altra spene

Di rivederlo mai se non vien morte

Che tronchi gli anni miei gravosi e stanchi,

Sfoghiamo il duol con lagrimoso canto

Lui chiamando ad ognor che non risponde.

Piangete sempre omai, sorelle tosche.