EGLOGA SECONDA.
Lasciate, o Ninfe, i freschi erbosi fondi
De' liquidi cristalli, e i chiari fiumi
Che intorno bagnan le campagne tosche.
Cercate, ahi lasse! un più doglioso albergo
Che v'inviti a doler del miser fato
Del vostro Cosmo: o monti, o piagge, o colli,
Non ricevete in voi venti sereni.
Voi vaghe erbette, e voi già liete piante,
Omai triste spogliate i fiori e 'l verde.
Pallide sian le rose, e tu, Iacinto,
Descrivi entro al tuo sen doppio dolore,
Poi che morto è chi fea già il mondo adorno.
Piangete, sempre omai, sorelle tosche.
Candidi cigni, e voi piangenti ancora
Come presso al morir dolce solete,
Dite all'arene, ai sassi, ai pesci, all'onde
Che più non sentiran le chiare note
Come solìen, poiché nel mondo è spento
Per morte acerba il nuovo t¢sco Orfeo.
Piangete sempre omai, sorelle tosche.
Quel che a tutt'i pastor sì dolce e caro
Mai sempre visse, più sonar non deve
La sua zampogna, o sotto ombrosi rami
Col suo canto addolcir l'aër d'intorno.
Muto sta il mondo, e le greggi e gli armenti
Fuggon piangendo le chiare acque e l'erba.
Piangete sempre omai, sorelle tosche.
Pianto ha la tua partenza, almo pastore,
Il biondo Apollo, i Satiri, i Silvani,
E Pan viepiù d'ogni altro a noi si dolse.
Le chiare fonti e i freschi ruscelletti
Rigan di pianto sì le valli e i prati
Che ben sembra, ove son, perpetuo il verno.
La misera Eco entro a' cavati sassi
Tacendo piange, poi che più non spera
Render l'ultimo suon delle tue voci.
Gli arbor lascian cader dagli alti rami
I pomi acerbi, i fior languendo stanno.
Non dalle pecorelle il bianco latte
Nei vasi stilla, non più l'ape avara
Aduna il dolce mèl ne' chiusi alberghi;
Ché morto essendo il suo pastor più chiaro,
Sol si pasce d'amaro e il dolce ha schivo.
Piangete sempre omai, sorelle tosche.
Non sì doglioso nei deserti lidi
Degli arenosi mar piange il delfino
La morta sposa, non per gli alti tetti
Chiama con tal dolor Progne i suoi figli,
Non Filomela con tal duol si lagna
Del folle creder suo per boschi e valli,
Non tanto d'Alcïon si duol Ceice
Lungo le rive amate, quanto ognora
Piangon tutti chiamando il miser Cosmo.
Piangete sempre omai, sorelle tosche.
Qual sì chiaro pastore ha 'l terren t¢sco,
Qual tanto ornato, che por bocca ardisca
Alla zampogna tua sì ch'ella schiva
D'ogni altro successor non fugga indietro,
Dicendo: Ah troppo nobil fur gli spirti
Che mi dier voce, ohimè, troppo fu dotta
La man che 'l mio cantar fea vario e lieto:
Non mi toccar, ché omai vedova e muta
Col mio primo signor voglio esser sempre?
Piangete sempre omai, sorelle tosche.
La bella Galatea, che le salse onde
Del mar lasciando in su le rive d'Arno
Lieta più volte ad ascoltar ti venne,
Sospira e piange, e con la morte duolsi
Che, furandoti al mondo, il fer Ciclopo
Per sua doglia maggior riserba in vita,
Onde obliando il dolce suo soggiorno
Delle chiare acque, in sulle ignude arene
Solo in te richiamar si sfoga e pasce.
Piangete sempre omai, sorelle tosche.
Teco, o sommo pastor, son muti insieme
Quei dolci versi in alto stile ornato
Onde ogni cor gentil sì lieto andava.
Tristi e dogliosi i pargoletti amori,
Spente le faci, e gli strai tronchi e gli archi,
Ti stan dintorno, e gli onorati spirti
Spargendo rose e fior chiaman sovente.
Vener porgendo al caro suo poeta
Baci più dolci e lagrime più amare
Che mai porgesse al morto amato Adone,
Piange or la condizion di noi mortali.
Piangete sempre omai, sorelle tosche.
Vie più di tutti gli altri il t¢sco fiume
Ovunque passa si lamenta e duole
Del grave danno suo, dicendo: Ahi lasso!
Ben piansi io con ragion, quando s'estinse
Quel gran lume divin, quell'alto e sacro
Mio figlio antico, a me contrario un tempo
Contra 'l dover; che in stil sì dotto e raro
Cantò il cielo, e l'abisso, e i luoghi dove
Si purga l'alma a gire a miglior porto.
Ben con ragione ancor più d'altro piansi
Chi Laura pianse, e che in sì dolci rime
Gli amorosi pensier, le fiamme ardenti
Sfogò cantando, ond'oggi suona il mondo
Non pur le rive mie quinci vicine;
Né molto poi con l'amata Elsa insieme
Gran tempo piansi il mio diletto amico
Maestro d'alto dir, che i lunghi pianti
Già di Fiammetta in parlar sciolto stese,
E i dolci ragionar dei dieci giorni
Sì chiari e bei che non vedran mai notte.
Ma, lasso, ancor con sì dogliose voci
Con sì caldi sospir non piansi alcuno,
Quanto il mio Cosmo, ohimè, la cui zampogna
Pur giovinetta non m'avea men pregio
Dato, che l'altrui già canuta cetra:
Poi doppio duol mi reca il pensar solo
Quel che, lasso! di lui sperava il mondo.
Piangete sempre omai, sorelle tosche.
Le liete rose, le fresch'erbe e verdi,
Le violette, i fior vermigli e i persi
Bene han la vita lor caduca e frale.
Ma l'aure dolci, i Sol benigni e l'acque
Rendon gli spirti lor, che d'anno in anno
Tornan più che mai belli al nuovo aprile.
Ma, lassi, non virtù, regni, o tesoro
A noi render potrian quest'alma luce,
Ché quando morte vien, perpetuo il verno
Reca, e i tempi miglior si porta via.
Eterno sonno dèi, Cosmo onorato,
Dormir sotterra, mentre in altra parte
Hai del tuo bene oprar vittoria e palma.
Piangete sempre omai, sorelle tosche.
Deh! potess'io come il buon tracio Orfeo
Come il fero Tirintio, e il saggio Ulisse,
Scender là dove sei nei regni oscuri.
Ché a Proserpina bella e al gran Plutone
Narrando quanto il mondo oggi s'attrista
Della partenza tua, forse pietosi
Gli farei tal, che torneresti ancora.
Ma se il soave canto e i dolci versi,
Onde vivendo altrui sì lieto festi,
Tocche han laggiù le sante orecchie, vano
Fôra 'l sperar, ché tanto è caro il dono
Ch'io chiederei, che pur pietade stessa
Ne diverria, non ch'altri, avara e cruda.
Dunque, o tristi pensier, senz'altra spene
Di rivederlo mai se non vien morte
Che tronchi gli anni miei gravosi e stanchi,
Sfoghiamo il duol con lagrimoso canto
Lui chiamando ad ognor che non risponde.
Piangete sempre omai, sorelle tosche.