Egloga sesta decima
Già due fiate i campi, et altrettante
Spogliato abbiam de' lor tesor le viti,
Dal dì che ne lasciasti: è così lunga
La lontananza tua ch'indi ne sembra
Estinto in te l'amor del patrio cielo.
Troppo t'inganni, il mio Simeta: è vero
Che già due volte ha corso intorno il sole
Dal dì ch'io ti lasciai, ma ch'obliarmi
Possa già mai de' monti ove la cuna
Ebbi primiero, e trassi l'aura, e 'l giorno,
Alor sarà che si vedran fra l'onde
Guizzar gli armenti, e i muti pesci a schiera
Per l'alte selve errar de l'Apennino.
S'egli è così, come sì tardo riedi
A riveder gli amici? È freddo amante
Chi può gran tempo abandonar l'amata.
Sì, quando e' può: ma non così se dura
Necessità fa che dimori lunge.
Sono a me ignoti i tuoi successi in parte,
Ileo, quinci desio che tu ne tessa
A me succinta istoria: il tempo invita
Al ragionar a l'ombra, or che cantando
Ingannan le cicale il caldo estivo.
Dirò; ma se udirai cose assai lievi,
Ragion vorrà che tu te stesso incolpi.
Cominciato avea già co' primi fiori
L'età novella a variarmi il mento,
Quando il buon Dafni de le Muse amico,
Dafni gentil che su l'Isauro nacque,
Meco amicizia strinse, e parte femmi
De' suoi pensieri, et io del cor l'interno
Tutto, parlando, discopersi a lui.
Intanto, come il Ciel guida le cose
Basse, a que' Duci onde si gloria Manto
Piacque ei così, che ne la reggia loro
L'alzaro a degno grado: egli bramoso
Di trarmi fuor de le paterne ville,
Sì poté col parlar, che desiar mi
Fe' da quel gran pastor, che non sol regge
Per le rive del Po felici armenti,
Ma numerosi ancor là giù ne pasce
Per gli alti colli, ove Aufido sonante
Entro al mar d'Adria impetuoso scende.
Questi a sé mi chiamò, perch'io partissi
Seco quanto imparai dal vecchio, e saggio
Uranio, onde talor gli feci aperto
Perché sì lunghe il verno abbia le notti,
Perché la state i giorni, e perché i sonni
S'agguaglino al vegghiar quando si veste
Di verde il mondo, e quando già si mira
Del folto bosco impallidir la spoglia.
Gli dispiegai perché Diana il volto
Cangi d'argento, et or cornuta mostri
La fronte, or piena; perché il sol talora
S'asconda a mezzo il cielo, e 'n mezzo al giorno
Porti al mondo la notte, e perché fosca
Talor la luna, e vergognosa, nieghi
A le notturne selve il lume usato;
Perché il sol giri obliquo, e perché tardo
Mova Boote, e qual cagion divieti
L'attufarsi a Callisto in seno a l'onde.
Molte altre cose ancor, che lungo fora
Narrar, gli dispiegai, né mi fu greve
Ciò far, poi che intelletto alto e celeste
Tosto s'agguaglia a le cagion del cielo.
Spesse fiate ancor, quando la mente
Egli avea tolto a le più gravi cure,
Or sotto un faggio assiso, or sotto un'elce,
Incitavami al canto, e volea ch'io
Eco destassi entro le cave selve:
E 'n me nascea stupor, ch'egli a cui diede
Febo i concetti, e le soavi note,
Me non sdegnasse udir rozzo, et a pena
Atto a svegliar le boscherecce Muse.
Così fra servitù dolce e gradita,
Servitù cara a me sovra ogni impero,
Tanto era corso avanti omai, che 'l tempo
M'avea posto di lei nel settimo anno.
Mentre tal de le cose era lo stato,
Presbarco il mantovan, ch'avea la cura
Di pasturar del mio signor le gregge,
Dagli anni oppresso, e dal mortale ardore,
Il sopremo suo dì cesse a le Parche.
Alor volto egli a me, con occhio amico,
Pien d'alta cortesia, così mi disse:
"Pastor chiede il mio gregge: io te desio,
Quando sembri a chi può, quel ch'a me sembri.
Le pecorelle tu conosci al nome,
Conoscono elle te: fian or tue parti
Spender per lor la vita, et oprar l'arme
Contro l'ingorde fere; e se di loro
Alcuna avrà che per follia vaneggi,
Tu la richiamerai, né ti fia grave
Sanar l'inferme, e 'n contro a le proterve
Dolcemente severa oprar la sferza'.
Sì disse: io riverente, ancor che grave
Scorgessi, e periglioso il novo incarco,
"Servo tuo son, risposi, e tu m'adopra
Come a te meglio sembra: in Dio mi fido,
Il cui giogo è soave, e 'l peso lieve'.
Dissi, e poi che il pastor ch'appresso al Minzio
Le gregge pasce de l'antica Manto,
A parte a parte interrogando, m'ebbe
Atto scoperto al pastorale uffizio,
Dato fummi il baston che 'n sé ritorto
Forma di sé bel giro, a quel simile
Che negli antichi tempi oprar solea,
Velato il capo e 'n alta parte assiso,
Negli augurii il Roman, partendo il cielo.
Dato fummi il capel che peregrino
Porta ornamento a pastorali chiome:
Dati in somma a me fur tutti quei segni
Quasi ch'altrui scopron pastor, bench'io
Sia de' minori a paragon di quelli
Che i paschi vie più larghi hanno in governo.
Poi che stato cangiai, meco proposi
Di cangiar vita insieme, e far che l'opre
Al novo stato mio fosser conformi.
Odi i successi: in vigilando sopra
L'amata greggia mia, da le vicine
Selve uscir fieri, et affamati lupi:
Questi per ingannarmi, al primo incontro
Fedelissimi can sembrando in vista,
Mi lusingar con le setose code.
Io, ch'agli occhi focosi, al pelo irsuto
Gli riconobbi, et a la strania voce,
Tentai s'alcun mastin potessi meco
Aver, che folto il dorso, e 'l collo armato
D'acuto ferro, gli tenesse lunge
Dal chiuso ovil, le tenebrose notti.
Mira gran maraviglia: alcun non seppi
Trovar che non temesse, anzi qualora
Attizzargli volea, fuggiano indietro,
Bassi gli orecchi, taciti, e le code
Per lo freddo timor raccolte al ventre.
Questi con mille insidie alor intorno
Cominciaro a girarmi, e non han fine
Ancor i ciechi assalti, onde a gran pena
La greggia dagl'insulti, e me difendo.
Ben puoi considerar dunque, o Simeta,
Se forza o no, da le paterne case
E dal Metauro mio, mi tien lontano.
Molta ragion ti move, e tal che lode
De' tuoi tardi ritorni a te si deve:
Ma quanto tempo noi che sì t'amiamo
Renderai tu con la presenza lieti?
Una luna, cred'io, godrovvi, e poscia
Verso la mandra mia farò ritorno.
Oh, troppo tosto fuggi: e non è meglio
Che con noi tu dimori almen due mesi?
D'alpe nato sei tu, se nulla stimi
De' parenti l'amor, che ti nodriro
Con tanta fé mentre eri avvolto in fasce;
O di ruvida quercia in sasso alpestre,
Se noi te non pieghiam, tuoi fidi amici.
Inoltra so ben io che così fresca
Cella, e sì dolce il vin tu non avrai
Ne la capanna tua, come a te serba
Nel fondo opaco il tuo paterno ostello.
E forse dico nulla, ora che 'l sole
Con l'ardente Leon la terra infiamma?
Vero è quanto tu dici, e 'n tutti i modi
Procurerò di far che si contempri
Il dever e 'l piacer, che parte quinci
Mi richiamano altrove, e parte quivi
Mi ritengono a forza.
Or mi consoli:
Ma perché così lungo hai tu soggiorno
Fatto ne la città del vago Isauro?
Cento hovvi amici cari, e 'l zio materno,
Che padre a me in amor, dolce m'accoglie:
Ivi è 'l mio Dafni, ivi è l'eroe dal Monte,
Nato di regia stirpe, in cui riluce
Quanta bontà, quanto valore, e quanto
Può donar senno ad uom mortale il Cielo.
Questi acuto mirando, et a le carte
Confidando vivaci i bei pensieri,
Stupir fa il mondo, e 'n guisa tal disvela
De' corpi eterni in un le forme e i moti,
Che quel che sembra altrui troppo alto e scuro,
Fa chiaro e piano. Or non sai tu de l'opra,
Onde imitando il Siciliano antico,
Osa insegnar come con poca forza,
Dato saldo sostegno, altri la terra
Possa, di monti e d'acque intorno carca,
Turbar dal centro ov'ella immota siede?
Vive la gloria in lui d'Uranio nostro,
Da cui giovane ancor felice apprese
Di quelle arti i principii, onde a se stesso,
Fabro divin, tal preparato ha scala,
Che dal basso terren l'alza a le stelle:
Quinci io vago d'udir quelle celesti
Cose, onde ei, sua bontà, suol degno farmi,
Spesso i miei monti, e le mie case oblio.
Hai tu veduto poi l'immensa copia
De' dotti libri ch'a le sacre Muse
Prepara (eterna gloria!) il Duce nostro?
Felice è chi lo serve, e noi felici,
Che viviam sotto a sì prudente impero;
E felici color dich'io, che ponno
Trar gran tesor da tante chiare carte.
Veduto ho nuovi tempii, e nuove mura,
Nuovi palagi, et orti, e nòve fonti,
Talché forse di me stupido meno
Rimase Ulisse alor che de' Feaci
Seco ammirò le celebrate cose.
Sovra ben salda base ho veduto anco
Del nostro alto signor l'avo paterno,
Finto di bianchi marmi, e ben rassembra
Opra di man sovra mill'altre industre,
Tal del sommo valor che con lui nacque
Ornato appar la gloriosa fronte.
Udito ho dir ch'Urbin nostro anco un giorno
L'aspetto onorerà del duce antico,
Che 'n pace saggio, e valoroso in guerra,
Del grande animo suo vestigio eterno
Lasciò l'alta magion che noi vediamo
A le vetuste maraviglie eguale.
Verdeggi ognor la quercia, arbor di Giove;
Verdeggi, e viva, onor de' nostri monti:
E noi l'ombra di lei lieti godiamo,
Che corone altrui parte, e frutti d'oro.