Egloga sesta decima

By Bernardino Baldi

Già due fiate i campi, et altrettante

Spogliato abbiam de' lor tesor le viti,

Dal dì che ne lasciasti: è così lunga

La lontananza tua ch'indi ne sembra

Estinto in te l'amor del patrio cielo.

Troppo t'inganni, il mio Simeta: è vero

Che già due volte ha corso intorno il sole

Dal dì ch'io ti lasciai, ma ch'obliarmi

Possa già mai de' monti ove la cuna

Ebbi primiero, e trassi l'aura, e 'l giorno,

Alor sarà che si vedran fra l'onde

Guizzar gli armenti, e i muti pesci a schiera

Per l'alte selve errar de l'Apennino.

S'egli è così, come sì tardo riedi

A riveder gli amici? È freddo amante

Chi può gran tempo abandonar l'amata.

Sì, quando e' può: ma non così se dura

Necessità fa che dimori lunge.

Sono a me ignoti i tuoi successi in parte,

Ileo, quinci desio che tu ne tessa

A me succinta istoria: il tempo invita

Al ragionar a l'ombra, or che cantando

Ingannan le cicale il caldo estivo.

Dirò; ma se udirai cose assai lievi,

Ragion vorrà che tu te stesso incolpi.

Cominciato avea già co' primi fiori

L'età novella a variarmi il mento,

Quando il buon Dafni de le Muse amico,

Dafni gentil che su l'Isauro nacque,

Meco amicizia strinse, e parte femmi

De' suoi pensieri, et io del cor l'interno

Tutto, parlando, discopersi a lui.

Intanto, come il Ciel guida le cose

Basse, a que' Duci onde si gloria Manto

Piacque ei così, che ne la reggia loro

L'alzaro a degno grado: egli bramoso

Di trarmi fuor de le paterne ville,

Sì poté col parlar, che desiar mi

Fe' da quel gran pastor, che non sol regge

Per le rive del Po felici armenti,

Ma numerosi ancor là giù ne pasce

Per gli alti colli, ove Aufido sonante

Entro al mar d'Adria impetuoso scende.

Questi a sé mi chiamò, perch'io partissi

Seco quanto imparai dal vecchio, e saggio

Uranio, onde talor gli feci aperto

Perché sì lunghe il verno abbia le notti,

Perché la state i giorni, e perché i sonni

S'agguaglino al vegghiar quando si veste

Di verde il mondo, e quando già si mira

Del folto bosco impallidir la spoglia.

Gli dispiegai perché Diana il volto

Cangi d'argento, et or cornuta mostri

La fronte, or piena; perché il sol talora

S'asconda a mezzo il cielo, e 'n mezzo al giorno

Porti al mondo la notte, e perché fosca

Talor la luna, e vergognosa, nieghi

A le notturne selve il lume usato;

Perché il sol giri obliquo, e perché tardo

Mova Boote, e qual cagion divieti

L'attufarsi a Callisto in seno a l'onde.

Molte altre cose ancor, che lungo fora

Narrar, gli dispiegai, né mi fu greve

Ciò far, poi che intelletto alto e celeste

Tosto s'agguaglia a le cagion del cielo.

Spesse fiate ancor, quando la mente

Egli avea tolto a le più gravi cure,

Or sotto un faggio assiso, or sotto un'elce,

Incitavami al canto, e volea ch'io

Eco destassi entro le cave selve:

E 'n me nascea stupor, ch'egli a cui diede

Febo i concetti, e le soavi note,

Me non sdegnasse udir rozzo, et a pena

Atto a svegliar le boscherecce Muse.

Così fra servitù dolce e gradita,

Servitù cara a me sovra ogni impero,

Tanto era corso avanti omai, che 'l tempo

M'avea posto di lei nel settimo anno.

Mentre tal de le cose era lo stato,

Presbarco il mantovan, ch'avea la cura

Di pasturar del mio signor le gregge,

Dagli anni oppresso, e dal mortale ardore,

Il sopremo suo dì cesse a le Parche.

Alor volto egli a me, con occhio amico,

Pien d'alta cortesia, così mi disse:

"Pastor chiede il mio gregge: io te desio,

Quando sembri a chi può, quel ch'a me sembri.

Le pecorelle tu conosci al nome,

Conoscono elle te: fian or tue parti

Spender per lor la vita, et oprar l'arme

Contro l'ingorde fere; e se di loro

Alcuna avrà che per follia vaneggi,

Tu la richiamerai, né ti fia grave

Sanar l'inferme, e 'n contro a le proterve

Dolcemente severa oprar la sferza'.

Sì disse: io riverente, ancor che grave

Scorgessi, e periglioso il novo incarco,

"Servo tuo son, risposi, e tu m'adopra

Come a te meglio sembra: in Dio mi fido,

Il cui giogo è soave, e 'l peso lieve'.

Dissi, e poi che il pastor ch'appresso al Minzio

Le gregge pasce de l'antica Manto,

A parte a parte interrogando, m'ebbe

Atto scoperto al pastorale uffizio,

Dato fummi il baston che 'n sé ritorto

Forma di sé bel giro, a quel simile

Che negli antichi tempi oprar solea,

Velato il capo e 'n alta parte assiso,

Negli augurii il Roman, partendo il cielo.

Dato fummi il capel che peregrino

Porta ornamento a pastorali chiome:

Dati in somma a me fur tutti quei segni

Quasi ch'altrui scopron pastor, bench'io

Sia de' minori a paragon di quelli

Che i paschi vie più larghi hanno in governo.

Poi che stato cangiai, meco proposi

Di cangiar vita insieme, e far che l'opre

Al novo stato mio fosser conformi.

Odi i successi: in vigilando sopra

L'amata greggia mia, da le vicine

Selve uscir fieri, et affamati lupi:

Questi per ingannarmi, al primo incontro

Fedelissimi can sembrando in vista,

Mi lusingar con le setose code.

Io, ch'agli occhi focosi, al pelo irsuto

Gli riconobbi, et a la strania voce,

Tentai s'alcun mastin potessi meco

Aver, che folto il dorso, e 'l collo armato

D'acuto ferro, gli tenesse lunge

Dal chiuso ovil, le tenebrose notti.

Mira gran maraviglia: alcun non seppi

Trovar che non temesse, anzi qualora

Attizzargli volea, fuggiano indietro,

Bassi gli orecchi, taciti, e le code

Per lo freddo timor raccolte al ventre.

Questi con mille insidie alor intorno

Cominciaro a girarmi, e non han fine

Ancor i ciechi assalti, onde a gran pena

La greggia dagl'insulti, e me difendo.

Ben puoi considerar dunque, o Simeta,

Se forza o no, da le paterne case

E dal Metauro mio, mi tien lontano.

Molta ragion ti move, e tal che lode

De' tuoi tardi ritorni a te si deve:

Ma quanto tempo noi che sì t'amiamo

Renderai tu con la presenza lieti?

Una luna, cred'io, godrovvi, e poscia

Verso la mandra mia farò ritorno.

Oh, troppo tosto fuggi: e non è meglio

Che con noi tu dimori almen due mesi?

D'alpe nato sei tu, se nulla stimi

De' parenti l'amor, che ti nodriro

Con tanta fé mentre eri avvolto in fasce;

O di ruvida quercia in sasso alpestre,

Se noi te non pieghiam, tuoi fidi amici.

Inoltra so ben io che così fresca

Cella, e sì dolce il vin tu non avrai

Ne la capanna tua, come a te serba

Nel fondo opaco il tuo paterno ostello.

E forse dico nulla, ora che 'l sole

Con l'ardente Leon la terra infiamma?

Vero è quanto tu dici, e 'n tutti i modi

Procurerò di far che si contempri

Il dever e 'l piacer, che parte quinci

Mi richiamano altrove, e parte quivi

Mi ritengono a forza.

Or mi consoli:

Ma perché così lungo hai tu soggiorno

Fatto ne la città del vago Isauro?

Cento hovvi amici cari, e 'l zio materno,

Che padre a me in amor, dolce m'accoglie:

Ivi è 'l mio Dafni, ivi è l'eroe dal Monte,

Nato di regia stirpe, in cui riluce

Quanta bontà, quanto valore, e quanto

Può donar senno ad uom mortale il Cielo.

Questi acuto mirando, et a le carte

Confidando vivaci i bei pensieri,

Stupir fa il mondo, e 'n guisa tal disvela

De' corpi eterni in un le forme e i moti,

Che quel che sembra altrui troppo alto e scuro,

Fa chiaro e piano. Or non sai tu de l'opra,

Onde imitando il Siciliano antico,

Osa insegnar come con poca forza,

Dato saldo sostegno, altri la terra

Possa, di monti e d'acque intorno carca,

Turbar dal centro ov'ella immota siede?

Vive la gloria in lui d'Uranio nostro,

Da cui giovane ancor felice apprese

Di quelle arti i principii, onde a se stesso,

Fabro divin, tal preparato ha scala,

Che dal basso terren l'alza a le stelle:

Quinci io vago d'udir quelle celesti

Cose, onde ei, sua bontà, suol degno farmi,

Spesso i miei monti, e le mie case oblio.

Hai tu veduto poi l'immensa copia

De' dotti libri ch'a le sacre Muse

Prepara (eterna gloria!) il Duce nostro?

Felice è chi lo serve, e noi felici,

Che viviam sotto a sì prudente impero;

E felici color dich'io, che ponno

Trar gran tesor da tante chiare carte.

Veduto ho nuovi tempii, e nuove mura,

Nuovi palagi, et orti, e nòve fonti,

Talché forse di me stupido meno

Rimase Ulisse alor che de' Feaci

Seco ammirò le celebrate cose.

Sovra ben salda base ho veduto anco

Del nostro alto signor l'avo paterno,

Finto di bianchi marmi, e ben rassembra

Opra di man sovra mill'altre industre,

Tal del sommo valor che con lui nacque

Ornato appar la gloriosa fronte.

Udito ho dir ch'Urbin nostro anco un giorno

L'aspetto onorerà del duce antico,

Che 'n pace saggio, e valoroso in guerra,

Del grande animo suo vestigio eterno

Lasciò l'alta magion che noi vediamo

A le vetuste maraviglie eguale.

Verdeggi ognor la quercia, arbor di Giove;

Verdeggi, e viva, onor de' nostri monti:

E noi l'ombra di lei lieti godiamo,

Che corone altrui parte, e frutti d'oro.