Egloga settima
Il pescator Alcon d'amore ardea
De la bella Tibrina, et ella sorda
Vie più ch'un duro scoglio, un tronco, un aspe,
Il fuggia, lo sprezzava, e prendea sdegno
Di piegar pur gli orecchi a' suoi lamenti:
Ond'ei, come torel cui l'ago infesto
Punga de l'animal che sì l'offende,
O qual destrier feroce a cui lo sprone
Di rigido corrier tormenti il fianco,
Trovar non potea loco, e non sapea
Come scoter da sé l'interna fiamma,
Ch'ognor vie più cocente in lui crescea.
Cibo non prendea mai, se non condito
D'amarissimo pianto, e se talora
Volea col dolce sonno ai moti alquanto
Riposo dar del torbido pensiero,
Sorgea qual forsennato, e dinegava
Agli occhi stanchi il solito tributo.
E fra l'altre una notte a mezzo il verno,
Quando il rigor del ciel si fa più crudo,
Agitato dal duol sen gìo veloce
Al chiuso albergo de l'amata, et ivi
Sovra un tronco s'assise che giacea
Anzi l'uscio di lei, tutto coverto
Di freddissima neve; e dopo ch'ebbe
Gran pezzo prima sospirato, e pianto,
Dal profondo del cor mandò fuor questo,
Non so s'io deggia dir canto o lamento.