Egloga terza decima

By Bernardino Baldi

Alceo, che fai? perché t'affanni indarno,

Mentre per l'età grave, e solo e stanco

Tenti appressar la tua barchetta al lido?

Non vedi tu ch'al tuo voler contrasto

Fan congiurati incontro i venti, e l'onde?

Gitta la fune a me, che s'io la prendo,

Benché il flutto resista, e soffii il vento,

Tirerò te col palischermo a terra.

Che dici? io non t'intendo, alza la voce,

Se pur tu vuoi ch'io t'oda: il mare e 'l vento

M'intuonan sì gli orecchi che non ponno

Dar luogo a minor suono.

Oh gitta, gitta

La fune a me, se puoi, perch'io t'aiti

Ad appressarti a terra.

Ho pure al fine

Compreso ciò che dici. Eccomi: stendi

Le braccia, ch'io la gitto.

Oh! non l'ho presa

Per lo furor del vento: a mio parere

Fia ben che tu vi leghi o legno o pietra,

Ché sia più grave alquanto.

A te, ch'io torno

A lanciarla di nuovo.

Io l'ho, né credo

Che m'uscirà di mano. Il vento prende

Ognor forza maggiore: io sudo, e punto

A terra ambo le piante, e pur non posso

Vincer la prova. Eh, tu stai mal in piede,

Perché il vento in te dritto appoggia l'urto,

E contra noi combatte.

Io tocco il fondo

Col remo: ecco abbiam vinto: il legno è nostro.

Annoda tu la corda a quello scoglio,

E tira quanto puoi, perché s'appressi,

Ch'io vo' saltarvi sopra.

Oh tu sei destro

Sul piede: uom di vent'anni avrebbe a pena

Fatto più leggier salto.

Orsù tu scherni,

Cibisto; e forse è ver ch'anco venti anni

Non ho di vita, ma tu vivi, e poi

Parleràmi di novo. Io mi ricordo

Quando godea il vigor de l'età fresca

Ch'io vinsi, e fu presente un grande stuolo

Al fatto, Telamon, cui la mia etade

Diè fra i gran saltatori il primo vanto:

Telamon, che buon tempo attese a l'arte

Del governar navigli, e poi si diede

Prodigo de la vita a premer, folle,

Con temerario piede aerea fune.

Ohimè, gran pioggia ne prepara il cielo.

L'aria è ristretta in nubi, e 'l vento ognora

Più la condensa, e toglie il giorno al mondo.

Vedi com'egli è scuro, e come i lampi

Ratto alluman d'intorno, e con orrendo

Rumor s'odon mugghiar per l'aria i tuoni.

Irato è Giove, e freme: ecco la piova

Impetuosa scende, e seco è mista

Grandine, a' frutti infesta, et a le biade.

Corriam dentro a quell'antro antico e scabro,

E da l'ira del ciel difesa un monte

Saranne; e 'n tanto tu, ch'hai vie più lieve

Il piè, porta per me quel cesto, ov'io

Raccolto ho la mia preda: orsù, precorri.

L'acqua mi dà nel volto, e 'l terren molle

Il corso mi ritarda: al fin pur siamo

In loco ove non piove. Il mio mantello

Guadagnato ha nel peso, et è sì saldo

Che può reggersi in piede. In fin che cessa

La pioggia, sarà ben che noi sediamo,

Poi che 'l correr n'ha stanchi. Io miro quelle

Note nel sasso incise, e riconosco

La leggiarezza in lor d'un nostro amante.

Tu sai dunque chi scrisse? Io ti scongiuro,

Se non bastano i preghi, a dirmi il nome

De l'amante che dici: il T Timeta

Può dir, può dir Telone, e Tico, e Tirsi;

Il C Corinna, e Clori: or di', chi scrisse?

Trasilo è quel che scrisse, il più leggiero

D'ogni altro amante. In mille pietre incide

Egli il suo nome, e de la donna amata;

Ma quante pietre son, quante son note,

Tante amate da lui son donne e nomi:

E perché alor per Colocinta ardea,

Notò come tu vedi.

Egli amò dunque

Colocinta anco?

Amolla, et ella lui

Amò, ma tosto il core ad altra parte,

Non men lieve di lui, poscia rivolse.

Vinserla forse i doni, et amò i versi

Di Trasilo, e la cetra, in fin che i versi,

Vinti, nel petto suo dier loco a l'oro.

Oh! tu non vedi, Alceo, che dal tuo cesto

Sdrucciolata è un'anguilla, e 'n terra serpe?

Olà, dove sì tosto? Io non ti presi

Con questo patto, sai. Mentr'io la stringo

Mi fugge fra le dita: avessi almeno

De le frondi del fico!

Eccole a punto:

Io l'ho colte colà da quel selvaggio

Che fra' sassi cresciuto adombra l'antro.

A tempo: or via con l'altre, a tuo mal grado.

L'umidità de l'aere, e 'l lungo croscio

De la piova cadente in lor risveglia

Novo e dolce desio de l'onda amica.

Il ragionar de' pesci a la memoria

Mi reca un non so che: se ti ricordi,

Tu sei mio debitor già fa gran tempo.

Se tu scherzi, anch'io scherzo, ma se pure

Tu dici da dovero, io non t'intendo.

Come, non sai che chi promette altrui

Si fa suo debitore, e sempre è reo

Finch'egli non attende? Io ti richiesi,

Già molti mesi son, che tu volessi

Dirmi del muto popolo de l'onde

Gli accorgimenti, l'arti, e le nature,

E cose altre simili.

Adesso vienmi

In mente, e fu quando tornammo insieme

Da la cittate, ove ambidue n'andammo,

Tu per ferrarvi un remo, io per comprarvi

Degli ami e de le nasse: adesso a punto

È tempo ch'io ti paghi; ma fra tante

Cose ch'io t'ho da dir, dove degg'io

Prender il mio principio?

Io mi rimetto

In questo a te: fa stima d'esser posto

Ad una ricca mensa ove sian molte

Vivande, e stendi il braccio ove t'aggrada.

Degg'io dir del serpente, il qual col rostro,

Per fuggir gli occhi altrui, fora l'arena?

O del ragno marin, che i pescatori

Con la spina crudel pungendo impiaga?

Dimmi, è favola o no che la murena

Voli al fischio del serpe, e l'accarezzi?

Che sia nemica al congro, e che talora

L'induri il sol la pelle sì, che indarno

Tenti di darsi al nuoto?

Il tutto è vero,

Se i miglior pescator narrano il vero.

Non so se udisti mai quanto sia crudo

Quel pesce a cui natura arma la fronte

Di quella spada ond'egli ha preso il nome:

Con quella a le gran navi impiaga il fianco,

Con quella inanzi a sé caccia le torme

De' tonni, come suol rabbioso lupo

Cacciar notturno le caprette e l'agne.

Feroce è dunque, ma non men feroce

La pastinaca parmi, che la coda

Vibra come pugnale, e tal veleno

Sparge ne la ferita che n'uccide

Gli animali, e le piante; empio non meno

È 'l cornuto monton, che sotto l'ombra

Del fondo de le navi, e degli scogli

S'asconde per rapir chiunque incauto,

Vago di tranquillar, salta ne l'onda.

Meraviglia non è ch'un pesce tenda

Insidie a l'uom, se l'uomo a l'uom talvolta

In vece d'uomo è sanguinosa fera.

Sonvene anco de' pii: fra' pesci è noto

Il fatto d'Arion, che fu sul dorso

Dal pietoso delfin condotto al lido.

Dicon ch'ei viene al fischio et a la voce

Di chi Simon nel suo chiamar l'appella.

So ben ch'egli ama i legni, e che predice

Le tempeste al nocchiero, a fin che possa

Da l'ingannevol mar ritrarsi in porto.

Il folpo ancor, sì de l'ulivo amico,

Non fugge da la man di chi la mano

Sotto l'onda gli porge, e 'nsegna altrui

Quando il mar covi inganni. È meraviglia

Che questo pesce del color s'ammanti

Del sasso a cui s'accosta, a punto come

Suole il cameleonte.

Anzi pur come

L'adulator, che se ben dentro è sempre

Fallace, e traditor, prende il sembiante

Ne la parte di fuor di vero amico.

Non so se udisti mai come lo scaro,

Ch'a guisa di giovenco e pasce e rumina,

S'ingegni uscir fuor del vimineo giro

De la rinchiusa nassa: egli non mai

Tenta col capo suo d'aprir l'angusto

De' vinchi, ma ficcando in lor l'acuto

De la coda, e sbattendo, a poco a poco

Gli apre e dilata; e 'n tanto al prigioniero

Porge aita il compagno, il qual di fuori

Intorno errando, con la bocca amica,

Poi ch'altra man non ha, lo trae dal chiuso

Del circondato vallo. Or qual pietate

Verso la propria stirpe agguaglia quella

Del pesce che siluro il Greco, e noi

Storion nominiamo? egli s'aviene

Che presa la moglier vedovo resti,

Difende i pargoletti, e per salvargli

Sprezzator ne divien de la sua vita.

Fa l'istesso la leccia. Eterna guerra

Han fra lor poscia il cefalo veloce

E la veloce spigola, né mai

Depongon gli odii antichi: il capo ha grande

Il cefalo, e dal capo ha preso il nome;

Ma scarso ha poi l'ingegno, sì che stima

D'esser celato altrui, qualor aviene

Che 'l capo solo asconda; e 'l suo costume

Imita ancor la non prudente ombrina.

Astuta è più la spigola, che chiusa

Nel giro de la rete, opra la coda

D'aratro in vece, e per fuggir, nel suolo

Se stessa appiatta, onde cavò la rena.

Senza padre l'anguilla, e senza madre

Nasce, e senza marito, e senza latte

Genera e nudre i figli, e non v'è sesso

Fra lor distinto. Altri son poi de' pesci

Femine tutti, e tutti sempre pieni

D'uova o di latte, e quinci indarno uom chiede

Maschio alcun ritrovar dei fragolini.

Il sargo ama la triglia, e di quel fango

Si pasce ove la triglia ebbe il suo letto.

L'astaco ama la patria, e per suo amore,

Sciolto da la prigion, torna là 'v'ebbe

Dolce, e diletto il consueto albergo.

Fra gl'ingegnosi pesci ecco il marino

Riccio, che quelle spine ond'egli è cinto

Opra in loco di piedi, e prevedendo

Il gran moto del mar, per far che l'onde

Non gli facciano oltraggio, in fra gli scogli

S'asconde, e 'l tergo suo carca d'arena.

L'astuta seppia ancor d'ancore in vece

Opra le lunghe braccia, e non si muove

Per colpo d'onde, e se timor la prende

D'improvisa prigion, di natio inchiostro

Torbide sparge, e tenebrose nubi.

L'occhiata timidissima s'asconde

Quando è sereno il cielo, et entra sotto

I sassi e l'alga, ma se l'onda ferve,

E calan gli altri pesci al fondo immoto,

Ella al sommo n'ascende, a fin che velo

Contro le viste altrui le faccia il denso

De le canute, et agitate spume.

Ma chi non si stupisce a la secreta

Virtù de l'occhiatella, che distinto

Di negre macchie a guisa d'occhi ha il dorso?

De l'occhiatella, che vivendo sparge

Per le reti, per l'aste, e per le fila

Degli ami e de' tridenti il torpor pegro,

Onde tremanti, stupide, et immote

Ne divengon le man di quei che stringe,

Del suo letargo infetti, e gli ami, e l'aste.

Questa perché tal forza in sé conosce,

Da l'arene coperta inebria, e lega

I pesci più veloci, e così sazia

D'ebra e stupida preda il ventre ingordo.

Gran meraviglia porge, e gran soggetto

È questo pesce a quei vivaci ingegni

Che dagli effetti a le cagion sen vanno:

Ma pur è nulla al paragon di quello

Di che parlarti intendo. In mar si trova

Piccioletto animale: i Greci il nome

Da l'effetto gli diero, egli è da' nostri

Remora detto. Questo alor che 'l vento,

Raddoppiate le forze, empie le grandi

Vele de' maggior legni, e con le braccia

Concordi opran le ciurme i lunghi remi,

Solo affisso al timon, fa che le navi

Perdono il moto e l'impeto, e si stanno

Non come legni sol cui ferro affreni,

Ma quasi scoglio pur, che nulla curi

Gl'impetuosi venti e l'onde vaste.

Udito ho ragionar di questo fatto

Da molti naviganti e pescatori,

Che l'afferman per vero.

Et io conobbi

Un ch'ardia di spiegare onde nascesse

Sì strana meraviglia.

E che dicea?

Molte cose dicea, che mi son fuori

De la memoria uscite, e s'io l'avessi,

Non mi vi fermerei, ché non v'ha tempo.

Passo dunque a parlar del navigante

Che fu detto nautìlo: una cocchiglia

È questo in mar, che la sua scorza adopra

In loco di barchetta, ove distesa

Una pelle ch'egli ha, larga e sottile,

Accoglie l'aure amiche, e de le braccia

Si serve al par dei remi, e per timone

Oprando va la piccioletta coda.

Né già gli mancan trombe, ond'egli scarchi,

Quand'è colma d'umor, la natia conca:

In somma egli è nocchiero, egli è governo,

Egli è velo a se stesso, e nave, e remo;

Né, per quanto mi creda, ebbe altro essempio

Quei che primier diè forma ai cavi legni.

Quinci imparò il nocchier; ma da qual pesce

Crediam noi ch'apparasse il pescatore?

Odi. Una rana ha il mar che mai non gracida,

Né vive d'erbe verdi, anzi nel fondo

Sol di quei pesciolin ch'astuta prende

Si nudre; ascondesi ella, e da l'arena

Coperta manda fuori alcune fila

Nervose e lunghe, a cui natura annoda

In cima un non so che sembiante a l'esca,

A cui per divorar corsi gli incauti,

Pian pian da lei, ch'a sé ritira l'amo,

Condotti son ne l'affamata gola:

E perciò pescatrice altri l'appella.

Fra le marine conche una è che pinna

Dai più dotti è chiamata, e da la plebe

De' pescator nàccare è detta, forse

Perché somiglia i nàccari, che fanno

Strepitosa armonia percossi a tempo.

Questa, per sé non atta a procacciarsi

Cibo onde viva, un gamberetto alberga

Ne l'argentata stanza, e con lui parte

E la casa e la preda: apre ella il chiuso

Del cavo tetto, e porge a' pesciolini

L'allettatrice lingua; e' intanto, quando

Vede il cauto guardian gl'incauti sotto

L'aperto colmo, lievemente morde

La cieca sua compagna, et ella chiude

De la dura prigion le doppie porte.

Quinci partendo l'acquistata cena

Con l'utile suo amico, allegra gode

Communemente il guadagnato cibo.

Quanto può l'amicizia! ognun di loro

Viver da sé procurerebbe indarno.

Così visto ho talor ch'un zoppo e un cieco

Fan di due non perfetti un uomo intiero,

Che come il perfetto uom, vede e camina.

Poi che parli de' ciechi, e degli amici,

Eccoti la balena, che di vista

Ottusa a fatto, ha per sua guida un pesce

Lunghetto e bianco, il qual la coda ognora

Le scuote inanzi agli occhi, e la conduce

Ove l'onda è sicura; et ella certa

De la sua fedeltà muove le vaste

Membra dietro al suo nuoto, a punto a punto

Come naviglio suol, che 'l dubbio fondo

Manda inanzi a tentar dal palischermo.

E del vécchio marin che dici, a cui

Già mai non tocca il folgore la pelle?

Direi ch'egli è peloso, e ch'a le spalle

Ha piedi a guisa d'orso, e ch'egli dorme

Pur come gli orsi, e i sonnacchiosi tassi.

Ma tempo è di dar fin, che s'io volessi

Tesser più lunga istoria, un mese intiero

Breve tempo sarebbe, e fora a punto

Un voler numerar tutte le stille

De la passata pioggia, o tutte l'onde

Che muove il mar quando adirato ferve.

E poi, come tu vedi, il cielo omai

Sfogato ha la sua rabbia, e già l'acquose

Nubi son dileguate, ond'egli è tempo

Ch'io vada a la cittade a veder s'io

Cangiar possa il mio pesce in tanto argento.