Egloga terza decima
Alceo, che fai? perché t'affanni indarno,
Mentre per l'età grave, e solo e stanco
Tenti appressar la tua barchetta al lido?
Non vedi tu ch'al tuo voler contrasto
Fan congiurati incontro i venti, e l'onde?
Gitta la fune a me, che s'io la prendo,
Benché il flutto resista, e soffii il vento,
Tirerò te col palischermo a terra.
Che dici? io non t'intendo, alza la voce,
Se pur tu vuoi ch'io t'oda: il mare e 'l vento
M'intuonan sì gli orecchi che non ponno
Dar luogo a minor suono.
Oh gitta, gitta
La fune a me, se puoi, perch'io t'aiti
Ad appressarti a terra.
Ho pure al fine
Compreso ciò che dici. Eccomi: stendi
Le braccia, ch'io la gitto.
Oh! non l'ho presa
Per lo furor del vento: a mio parere
Fia ben che tu vi leghi o legno o pietra,
Ché sia più grave alquanto.
A te, ch'io torno
A lanciarla di nuovo.
Io l'ho, né credo
Che m'uscirà di mano. Il vento prende
Ognor forza maggiore: io sudo, e punto
A terra ambo le piante, e pur non posso
Vincer la prova. Eh, tu stai mal in piede,
Perché il vento in te dritto appoggia l'urto,
E contra noi combatte.
Io tocco il fondo
Col remo: ecco abbiam vinto: il legno è nostro.
Annoda tu la corda a quello scoglio,
E tira quanto puoi, perché s'appressi,
Ch'io vo' saltarvi sopra.
Oh tu sei destro
Sul piede: uom di vent'anni avrebbe a pena
Fatto più leggier salto.
Orsù tu scherni,
Cibisto; e forse è ver ch'anco venti anni
Non ho di vita, ma tu vivi, e poi
Parleràmi di novo. Io mi ricordo
Quando godea il vigor de l'età fresca
Ch'io vinsi, e fu presente un grande stuolo
Al fatto, Telamon, cui la mia etade
Diè fra i gran saltatori il primo vanto:
Telamon, che buon tempo attese a l'arte
Del governar navigli, e poi si diede
Prodigo de la vita a premer, folle,
Con temerario piede aerea fune.
Ohimè, gran pioggia ne prepara il cielo.
L'aria è ristretta in nubi, e 'l vento ognora
Più la condensa, e toglie il giorno al mondo.
Vedi com'egli è scuro, e come i lampi
Ratto alluman d'intorno, e con orrendo
Rumor s'odon mugghiar per l'aria i tuoni.
Irato è Giove, e freme: ecco la piova
Impetuosa scende, e seco è mista
Grandine, a' frutti infesta, et a le biade.
Corriam dentro a quell'antro antico e scabro,
E da l'ira del ciel difesa un monte
Saranne; e 'n tanto tu, ch'hai vie più lieve
Il piè, porta per me quel cesto, ov'io
Raccolto ho la mia preda: orsù, precorri.
L'acqua mi dà nel volto, e 'l terren molle
Il corso mi ritarda: al fin pur siamo
In loco ove non piove. Il mio mantello
Guadagnato ha nel peso, et è sì saldo
Che può reggersi in piede. In fin che cessa
La pioggia, sarà ben che noi sediamo,
Poi che 'l correr n'ha stanchi. Io miro quelle
Note nel sasso incise, e riconosco
La leggiarezza in lor d'un nostro amante.
Tu sai dunque chi scrisse? Io ti scongiuro,
Se non bastano i preghi, a dirmi il nome
De l'amante che dici: il T Timeta
Può dir, può dir Telone, e Tico, e Tirsi;
Il C Corinna, e Clori: or di', chi scrisse?
Trasilo è quel che scrisse, il più leggiero
D'ogni altro amante. In mille pietre incide
Egli il suo nome, e de la donna amata;
Ma quante pietre son, quante son note,
Tante amate da lui son donne e nomi:
E perché alor per Colocinta ardea,
Notò come tu vedi.
Egli amò dunque
Colocinta anco?
Amolla, et ella lui
Amò, ma tosto il core ad altra parte,
Non men lieve di lui, poscia rivolse.
Vinserla forse i doni, et amò i versi
Di Trasilo, e la cetra, in fin che i versi,
Vinti, nel petto suo dier loco a l'oro.
Oh! tu non vedi, Alceo, che dal tuo cesto
Sdrucciolata è un'anguilla, e 'n terra serpe?
Olà, dove sì tosto? Io non ti presi
Con questo patto, sai. Mentr'io la stringo
Mi fugge fra le dita: avessi almeno
De le frondi del fico!
Eccole a punto:
Io l'ho colte colà da quel selvaggio
Che fra' sassi cresciuto adombra l'antro.
A tempo: or via con l'altre, a tuo mal grado.
L'umidità de l'aere, e 'l lungo croscio
De la piova cadente in lor risveglia
Novo e dolce desio de l'onda amica.
Il ragionar de' pesci a la memoria
Mi reca un non so che: se ti ricordi,
Tu sei mio debitor già fa gran tempo.
Se tu scherzi, anch'io scherzo, ma se pure
Tu dici da dovero, io non t'intendo.
Come, non sai che chi promette altrui
Si fa suo debitore, e sempre è reo
Finch'egli non attende? Io ti richiesi,
Già molti mesi son, che tu volessi
Dirmi del muto popolo de l'onde
Gli accorgimenti, l'arti, e le nature,
E cose altre simili.
Adesso vienmi
In mente, e fu quando tornammo insieme
Da la cittate, ove ambidue n'andammo,
Tu per ferrarvi un remo, io per comprarvi
Degli ami e de le nasse: adesso a punto
È tempo ch'io ti paghi; ma fra tante
Cose ch'io t'ho da dir, dove degg'io
Prender il mio principio?
Io mi rimetto
In questo a te: fa stima d'esser posto
Ad una ricca mensa ove sian molte
Vivande, e stendi il braccio ove t'aggrada.
Degg'io dir del serpente, il qual col rostro,
Per fuggir gli occhi altrui, fora l'arena?
O del ragno marin, che i pescatori
Con la spina crudel pungendo impiaga?
Dimmi, è favola o no che la murena
Voli al fischio del serpe, e l'accarezzi?
Che sia nemica al congro, e che talora
L'induri il sol la pelle sì, che indarno
Tenti di darsi al nuoto?
Il tutto è vero,
Se i miglior pescator narrano il vero.
Non so se udisti mai quanto sia crudo
Quel pesce a cui natura arma la fronte
Di quella spada ond'egli ha preso il nome:
Con quella a le gran navi impiaga il fianco,
Con quella inanzi a sé caccia le torme
De' tonni, come suol rabbioso lupo
Cacciar notturno le caprette e l'agne.
Feroce è dunque, ma non men feroce
La pastinaca parmi, che la coda
Vibra come pugnale, e tal veleno
Sparge ne la ferita che n'uccide
Gli animali, e le piante; empio non meno
È 'l cornuto monton, che sotto l'ombra
Del fondo de le navi, e degli scogli
S'asconde per rapir chiunque incauto,
Vago di tranquillar, salta ne l'onda.
Meraviglia non è ch'un pesce tenda
Insidie a l'uom, se l'uomo a l'uom talvolta
In vece d'uomo è sanguinosa fera.
Sonvene anco de' pii: fra' pesci è noto
Il fatto d'Arion, che fu sul dorso
Dal pietoso delfin condotto al lido.
Dicon ch'ei viene al fischio et a la voce
Di chi Simon nel suo chiamar l'appella.
So ben ch'egli ama i legni, e che predice
Le tempeste al nocchiero, a fin che possa
Da l'ingannevol mar ritrarsi in porto.
Il folpo ancor, sì de l'ulivo amico,
Non fugge da la man di chi la mano
Sotto l'onda gli porge, e 'nsegna altrui
Quando il mar covi inganni. È meraviglia
Che questo pesce del color s'ammanti
Del sasso a cui s'accosta, a punto come
Suole il cameleonte.
Anzi pur come
L'adulator, che se ben dentro è sempre
Fallace, e traditor, prende il sembiante
Ne la parte di fuor di vero amico.
Non so se udisti mai come lo scaro,
Ch'a guisa di giovenco e pasce e rumina,
S'ingegni uscir fuor del vimineo giro
De la rinchiusa nassa: egli non mai
Tenta col capo suo d'aprir l'angusto
De' vinchi, ma ficcando in lor l'acuto
De la coda, e sbattendo, a poco a poco
Gli apre e dilata; e 'n tanto al prigioniero
Porge aita il compagno, il qual di fuori
Intorno errando, con la bocca amica,
Poi ch'altra man non ha, lo trae dal chiuso
Del circondato vallo. Or qual pietate
Verso la propria stirpe agguaglia quella
Del pesce che siluro il Greco, e noi
Storion nominiamo? egli s'aviene
Che presa la moglier vedovo resti,
Difende i pargoletti, e per salvargli
Sprezzator ne divien de la sua vita.
Fa l'istesso la leccia. Eterna guerra
Han fra lor poscia il cefalo veloce
E la veloce spigola, né mai
Depongon gli odii antichi: il capo ha grande
Il cefalo, e dal capo ha preso il nome;
Ma scarso ha poi l'ingegno, sì che stima
D'esser celato altrui, qualor aviene
Che 'l capo solo asconda; e 'l suo costume
Imita ancor la non prudente ombrina.
Astuta è più la spigola, che chiusa
Nel giro de la rete, opra la coda
D'aratro in vece, e per fuggir, nel suolo
Se stessa appiatta, onde cavò la rena.
Senza padre l'anguilla, e senza madre
Nasce, e senza marito, e senza latte
Genera e nudre i figli, e non v'è sesso
Fra lor distinto. Altri son poi de' pesci
Femine tutti, e tutti sempre pieni
D'uova o di latte, e quinci indarno uom chiede
Maschio alcun ritrovar dei fragolini.
Il sargo ama la triglia, e di quel fango
Si pasce ove la triglia ebbe il suo letto.
L'astaco ama la patria, e per suo amore,
Sciolto da la prigion, torna là 'v'ebbe
Dolce, e diletto il consueto albergo.
Fra gl'ingegnosi pesci ecco il marino
Riccio, che quelle spine ond'egli è cinto
Opra in loco di piedi, e prevedendo
Il gran moto del mar, per far che l'onde
Non gli facciano oltraggio, in fra gli scogli
S'asconde, e 'l tergo suo carca d'arena.
L'astuta seppia ancor d'ancore in vece
Opra le lunghe braccia, e non si muove
Per colpo d'onde, e se timor la prende
D'improvisa prigion, di natio inchiostro
Torbide sparge, e tenebrose nubi.
L'occhiata timidissima s'asconde
Quando è sereno il cielo, et entra sotto
I sassi e l'alga, ma se l'onda ferve,
E calan gli altri pesci al fondo immoto,
Ella al sommo n'ascende, a fin che velo
Contro le viste altrui le faccia il denso
De le canute, et agitate spume.
Ma chi non si stupisce a la secreta
Virtù de l'occhiatella, che distinto
Di negre macchie a guisa d'occhi ha il dorso?
De l'occhiatella, che vivendo sparge
Per le reti, per l'aste, e per le fila
Degli ami e de' tridenti il torpor pegro,
Onde tremanti, stupide, et immote
Ne divengon le man di quei che stringe,
Del suo letargo infetti, e gli ami, e l'aste.
Questa perché tal forza in sé conosce,
Da l'arene coperta inebria, e lega
I pesci più veloci, e così sazia
D'ebra e stupida preda il ventre ingordo.
Gran meraviglia porge, e gran soggetto
È questo pesce a quei vivaci ingegni
Che dagli effetti a le cagion sen vanno:
Ma pur è nulla al paragon di quello
Di che parlarti intendo. In mar si trova
Piccioletto animale: i Greci il nome
Da l'effetto gli diero, egli è da' nostri
Remora detto. Questo alor che 'l vento,
Raddoppiate le forze, empie le grandi
Vele de' maggior legni, e con le braccia
Concordi opran le ciurme i lunghi remi,
Solo affisso al timon, fa che le navi
Perdono il moto e l'impeto, e si stanno
Non come legni sol cui ferro affreni,
Ma quasi scoglio pur, che nulla curi
Gl'impetuosi venti e l'onde vaste.
Udito ho ragionar di questo fatto
Da molti naviganti e pescatori,
Che l'afferman per vero.
Et io conobbi
Un ch'ardia di spiegare onde nascesse
Sì strana meraviglia.
E che dicea?
Molte cose dicea, che mi son fuori
De la memoria uscite, e s'io l'avessi,
Non mi vi fermerei, ché non v'ha tempo.
Passo dunque a parlar del navigante
Che fu detto nautìlo: una cocchiglia
È questo in mar, che la sua scorza adopra
In loco di barchetta, ove distesa
Una pelle ch'egli ha, larga e sottile,
Accoglie l'aure amiche, e de le braccia
Si serve al par dei remi, e per timone
Oprando va la piccioletta coda.
Né già gli mancan trombe, ond'egli scarchi,
Quand'è colma d'umor, la natia conca:
In somma egli è nocchiero, egli è governo,
Egli è velo a se stesso, e nave, e remo;
Né, per quanto mi creda, ebbe altro essempio
Quei che primier diè forma ai cavi legni.
Quinci imparò il nocchier; ma da qual pesce
Crediam noi ch'apparasse il pescatore?
Odi. Una rana ha il mar che mai non gracida,
Né vive d'erbe verdi, anzi nel fondo
Sol di quei pesciolin ch'astuta prende
Si nudre; ascondesi ella, e da l'arena
Coperta manda fuori alcune fila
Nervose e lunghe, a cui natura annoda
In cima un non so che sembiante a l'esca,
A cui per divorar corsi gli incauti,
Pian pian da lei, ch'a sé ritira l'amo,
Condotti son ne l'affamata gola:
E perciò pescatrice altri l'appella.
Fra le marine conche una è che pinna
Dai più dotti è chiamata, e da la plebe
De' pescator nàccare è detta, forse
Perché somiglia i nàccari, che fanno
Strepitosa armonia percossi a tempo.
Questa, per sé non atta a procacciarsi
Cibo onde viva, un gamberetto alberga
Ne l'argentata stanza, e con lui parte
E la casa e la preda: apre ella il chiuso
Del cavo tetto, e porge a' pesciolini
L'allettatrice lingua; e' intanto, quando
Vede il cauto guardian gl'incauti sotto
L'aperto colmo, lievemente morde
La cieca sua compagna, et ella chiude
De la dura prigion le doppie porte.
Quinci partendo l'acquistata cena
Con l'utile suo amico, allegra gode
Communemente il guadagnato cibo.
Quanto può l'amicizia! ognun di loro
Viver da sé procurerebbe indarno.
Così visto ho talor ch'un zoppo e un cieco
Fan di due non perfetti un uomo intiero,
Che come il perfetto uom, vede e camina.
Poi che parli de' ciechi, e degli amici,
Eccoti la balena, che di vista
Ottusa a fatto, ha per sua guida un pesce
Lunghetto e bianco, il qual la coda ognora
Le scuote inanzi agli occhi, e la conduce
Ove l'onda è sicura; et ella certa
De la sua fedeltà muove le vaste
Membra dietro al suo nuoto, a punto a punto
Come naviglio suol, che 'l dubbio fondo
Manda inanzi a tentar dal palischermo.
E del vécchio marin che dici, a cui
Già mai non tocca il folgore la pelle?
Direi ch'egli è peloso, e ch'a le spalle
Ha piedi a guisa d'orso, e ch'egli dorme
Pur come gli orsi, e i sonnacchiosi tassi.
Ma tempo è di dar fin, che s'io volessi
Tesser più lunga istoria, un mese intiero
Breve tempo sarebbe, e fora a punto
Un voler numerar tutte le stille
De la passata pioggia, o tutte l'onde
Che muove il mar quando adirato ferve.
E poi, come tu vedi, il cielo omai
Sfogato ha la sua rabbia, e già l'acquose
Nubi son dileguate, ond'egli è tempo
Ch'io vada a la cittade a veder s'io
Cangiar possa il mio pesce in tanto argento.