EGLOGA TIRSI INTITULATA

By Baldassarre Castiglione

Quando fia mai che questa roca cetra

Meco del mio dolor non si lamenti?

Non è più in questi monti arbor o pietra

Che non intenda le mie pene e i stenti;

Né pur anchor mercé da te se impetra,

Nympha crudel, di sì longi tormenti:

Anci, se odi i miei mali acerbi e duri,

Di non odir t'infingi o non ti curi.

Spesso per la pietà del mio dolore

Scordan le matri dar latte agli agnelli,

E veggiendo languire el suo pastore

Non seguiton l'armento i miei vitelli;

Escon talhor di quel boschetto fuore

A pianger meco i simplicetti augelli,

Talhor nascosti in sue fronzute stanze

Par che cantin le mie dolci speranze.

Tu sola più che questa quercia annosa

Sei dura, e più che il mare e i scoglii sorda;

Più che un serpente sei aspra e sdegnosa

E più che una orsa assai del sangue ingorda.

Ché non è fiera in queste selve ascosa,

Che, come tu el mio cor, gli armenti morda;

E sol constante sei ne la mia doglia,

Nel resto mobil più che al vento foglia.

Ben mi racorda quando longo el rio

Ti vidi prima andar cogliendo i fiori,

Che mi dicesti: «O caro Iola mio,

Tu sei più bello tra tutti i pastori,

E sol come tu fai cantar disio,

Che i sassi col cantar par che inamori».

Poi mi ponesti una girlanda in testa,

Che di ligustri e rose era contesta.

Hoimè, alhor mi traesti el cor del petto

E teco nel portasti, e teco hor l'hai;

Ma poi che sì mi negi el dolce aspetto,

Che debbo far, se non sempre trar guai?

D'ombrose selve più non ho diletto,

Di vivi fonti, o prati, né harò mai;

Non so più manigiar la marra o 'l rastro,

Né parmi de l'armento esser più mastro.

Fatto hanno gli occhi miei homai un fonte

Col pianto, ove si può spegner la sete.

Venite, o fiere, giù da questo monte

A ber senza timor di laccio o rete;

E benché un fiume mi caggia dal fronte,

Pastori, voi dal petto foco harete:

Ché del mio cor non è pur una dramma,

Che homai non sia conversa in foco e fiamma.

E tu, nympha crudel, sol cagion sei

Di transformarmi in sì strana figura:

Che così bella fuor t'han fatta i dèi

E dentro poi crudele, acerba e dura.

Ma perché me ingannasser gli occhi miei

Contra ragion ti fe' tal la natura.

Le fiere aspetto han paventoso e strano,

E tu l'animo fiero e il volto humano.

Humano è il volto tuo? anci divino,

Ché dentro vi son pur due chiare stelle.

Le fresche rose còlte nel giardino

D'amor, fanno le guancie tenerelle,

La bocca sparge odor di gelsomino,

Duoi fior' vermiglii son le labra belle,

La gola e 'l mento e il delicato petto

Son di candida neve e latte stretto.

Queste catene mie, questi legami

Discioglier dal mio cor mai non potrei,

Questi mei cari, dolci, inescati hami

Smorsar non posso, né poter vorei.

E benché mille volte morte chiami,

Per te soavi son gli affanni miei.

Così el ciel vòle, e tu, che sei mia scorta:

Che ogniuno el suo destin seco si porta.

Le fiere ai boschi pur tornan la sera,

Dove di sua fatica hanno riposo;

Si riveston di foglie a primavera

I boschi, ignudi nel tempo nivoso.

L'autumno l'uva fa matura e nera

E ogni arbor da novelli frutti ascoso;

El mio duol mai non muta le sue tempre

E sono le mie pene acerbe sempre.

Ma i giorni obscuri diverrian sereni,

Se pietà ti pungesse il core un poco.

Alhor sariano i boschi e i fonti ameni,

Se meco fusti, o nympha, in questo loco.

Andrian di dolce latte i fiumi pieni,

Se amor per me il tuo cor ponesse in foco;

E sì sonori i miei versi sariano,

Che invidia Orpheo e Lino anchor n'haríano.

Corremi adunque in braccio, o Galatea,

Né ti sdegnar d'i boschi, o d'esser mia.

Vener nei boschi accompagnar solea

El suo amante, e lì spesso si adormia.

La luna, che è su in ciel sì bella dea,

Un pastorello per amor seguia;

E venne a lui nel bosco a una fontana,

Perché donolli un vel di bianca lana.

Di bianca lana i miei greggi coperti

Sono, come tu stessa veder puoi;

E benché magior dono assai tu merti

Che non agnelli, capre, vacche o boi,

L'armento e il gregge mio, per compiacerti,

E 'l cane e l'asinel tutti son tuoi,

E quanti frutti sono in queste selve,

E quanti augelli insieme e quante belve.

Un canestro di pomi t'ho già còlto,

Uno altro poi di prune e sorbe insieme;

E pur hor di palumbi un nido ho tolto,

Che anchor la matre in cima a l'olmo geme;

Un capreol ti serbo, che disciolto

Tra gli agnelli sen va, né del can teme;

Due tazze poi d'oliva, al torno fatte

Da quel bon mastro, harai piene di latte.

Ecco le nymphe qui, che una corona

Ti tessono di rose e d'altri fiori;

Odi la selva e il monte che risuona

Di fistole e sampogne di pastori.

Di fior' la terra lieta se incorona

E sparger se aparechia dolci odori.

Deh vieni homai, che null'altro ci resta,

Se non goder l'età fiorita in festa.

Si spogliano i serpenti la vechiezza

E rinovan la scorza insieme e gli anni;

Ma fugge e non ritorna la bellezza

In noi per arte alcuna, o novi panni.

Mentre adunque sei tal che ogniun t'aprezza,

Deh vieni a ristorar tanti miei danni,

Ché col tempo, ma in van, ti pentirai,

Se la bramata gratia a me non dai.

Hoimè, ch'io vedo pur mover le frondi

E sento caminar per questa selva.

Se sei la bella nympha, homai rispondi,

Ch'io son l'amante tuo, non fiera belva.

Lasso, perché mi fuggi e ti nascondi

Come timida cerva se rinselva?

Misero me, che fia? se ben discerno,

Questo a l'habito par pastore externo.

Dio ti salvi, pastor nobile e raro,

Che qui d'i tuoi martir' chiami mercede;

El tuo soave suon m'era sì caro,

Che per bon spatio non ho mosso el piede;

E il mio camin, che sì m'è parso amaro,

Nel tuo vago cantar dolce mi riede;

E questo corpo stanco homai si oblia

La noia e il mal de la passata via.

E se tali son quei che a queste fonti

Fanno agli armenti suoi la sete doma,

Non ha Parnaso i più honorati monti,

Né le sue selve più lodata chioma.

Hora sì par che 'l sacro colle i' monti,

Ove è la dea la qual tanto si noma:

Di che el dio Pan assai ringratio e lodo,

Ché d'esser giunto qui troppo mi godo.

La fama di lontan così m'accese,

Che el patrio albergo voluntier lassai

E la nympha crudel che già mi prese,

Per cui la fiamma del mio cor cantai.

Anch'io fui tra i pastor' del mio paese

Di qualche grido et honorato assai.

E se v'andasti mai, sapresti come

Ne le sampogne lor suona el mio nome.

Tu dèi pur di Menalca havere inteso,

Che fra tutti i pastori è sì nomato.

Cantai cum lui e a me l'honor fu reso,

Sì che per tutto Tirsi era gridato:

Onde ei di doglia e di furore acceso

Roppe la cetra, e fu di ciò biasmato;

Che era sì ben contesta e di tal legno,

Che già sonarla Pan non hebbe a sdegno.

Ma teco ragionar mi par vergogna

De le fistule roche di quel lido,

Perché intendo che sol qui la sampogna

Tiene el suo vero et honorato nido.

E tu ben mostro m'hai senza menzogna

L'effetto assai magior che non è il grido:

Ché di quanti pastori ho visto, estimo

Certo te sol tra i più lodati el primo.

Ma dimi, Iola, homai, dimi s'io sono

Lontan da lei che d'honorar disio:

Questo ti chiedo per cortese dono

E per pietà del mio camin sì rio,

Né te incresca lassare un poco el suono,

Finché contento fai el voler mio,

E siami scorta a ritruovar costei,

Se dentro, come fuor, gentil tu sei.

Così l'armento tuo securo stia

Sempre dagli orsi e lupi et altre belve,

E gli agni tuoi per la più dritta via

Seguin le matri, e alcun mai non se 'nselve.

Così la cetra tua tanta harmonia

Mandi qui intorno ai monti e in queste selve,

Che Galatea ognihor te sia presente

E ne le braccia tue corra sovente.

Poiché ti degni di lodarme tanto,

Qual' gratie, o Tirsi, mai ti potrò rendere?

Qui son pastori assai, che col lor canto

I sassi fan de la pietate accendere.

Io di cantar tra lor già non mi vanto,

Ché i versi miei non pòn tanto alto ascendere.

Ben più lieta fu già questa mia lira,

La quale hor meco sol piange e sospira.

Ma se la nostra dea veder vorai,

Altro fia che in ciò adempia el tuo disio.

Molti pastor' qui apresso truoverai

Che inanti a lei ti menaran, perch'io

Di questo intorno non mi parto mai,

L'error d'altrui piangendo e il destin mio.

E qui d'amore ho compagnia, e sol sento

Muggi, balati, augei, rivi, echo e vento.

Intanto se posar qui meco un poco

Ti par, Tirsi mio caro, a me fia grato,

E scorderai iacendo a poco a poco

La lunga noia del camin passato.

Qui murmura un bel fonte, ameno è il loco,

E soffia el ventolino un fresco fiato.

Castagne e noci harai, latte e bon vino,

E credo anchor qui havere un marzollino.

Io mi ti colcarò, pastore, a canto,

Purché cantare un poco non te incresca,

Però che il tuo soave e dolce canto

Me più che il vento e il fonte assai rinfresca.

E questa nympha tua che chiami tanto,

Maraviglia ho che a udirti fuor non esca,

Anci come da te mai si disiunga,

Se sa che amor sì forte el cor ti punga.

A pochi i versi miei udir mai lasso,

Ma el tutto sa colei che m'ha in catene:

Che in ogni scorza e tronco a passo a passo

Scritto ho la sua bellezza e le mie pene.

Diroti una canzon scritta in quel sasso,

Ch'ella talhor nascosta a leger viene;

Et io per ben mirare el suo bel volto

Mostro non la veder.

Di', ch'io t'ascolto.

Queste lachrime mie, questi sospiri

Son dolce cibo de la mia nimica,

Onde ella si nutrica,

E di ciò solo appaga i suoi desiri.

Però, se giunta al fin mia vita vede,

Qualche dolce soccorso porge al core,

Che da propinqua morte lo diffende;

E tosto che ei repiglia el suo vigore,

Di lachrime e sospir' tributo chiede

La ingorda fame che tal cibo attende.

Ond'io, poiché el mio ben tanto m'offende,

Fugo rimedio che el dolor contempre,

Temendo non pur sempre

Sì proximi al piacer siano i martìri.

Troppo breve m'è parso el dolce canto,

Ch'io n'aspettava anchor e stava attento.

Le amare pene mie son longe, e il pianto.

Portòmi, Iola, la tua voce il vento;

Io per udirti mi nascosi intanto,

Tal che ben tutto ho inteso el pio lamento.

E perché el tuo disio, pastore, intesi,

Vèr voi per satisfarti el camin presi.

Tirsi, non ha pastor questo paese

Che meglio dar ti possa ciò che brami;

Questo è caro a ciascun, perché è cortese

E ben governa armenti, greggi e sami.

E tu, Dameta mio, che degne imprese

Fai sempre, e tai pastori honori et ami,

A Tirsi ben serai fido compagno,

Che sai come servire è gran guadagno.

Io me n'andrò per queste selve intorno

Finché in ciel sian le stelle e il giorno spento;

A la capanna poi farò ritorno

E colcaromi apresso del mio armento.

Spero più lieta notte haver che giorno

E da Galatea in parte esser contento:

Che spesso a consolarme in sogno viene,

Acioché un sogno sia el mio summo bene.

Poiché col tuo martir solo e pensoso

Vòi pur, Iola mio, restar piangendo

Fra queste quercie e questi faggi ascoso,

A più sorda di lor mercé chiedendo,

Io me n'andrò del tuo languir doglioso,

E contentar questo pastore intendo.

Andiamo, o Tirsi, e pel camin potrai

Forse truovar quel che cercando vai.

Ché spesso intorno al vago e bel Metauro

Va questa dea cum le sue nymphe errando,

Legiadre sì, che dal mare indo al mauro

Non è chi possa lor gir paregiando;

Non ornate di gemme o d'ostro o d'auro,

Ché tai pompe da lor son poste in bando:

Candide tutte, e sol per ornamento

Portan girlande e dan le treccie al vento.

Qual si vede di lor pigliar la via

Al bosco, ove truovar la fiera crede,

Qual cum l'arco a ferir ratta se invia,

Qual fra l'herbette e i fior' cantando sede.

Una tra tutte lor vi è dolce e pia,

Che a canto de la dea sempre si vede:

Questa non porta mai seco arme in cacia,

Sol col dolce parlar le fiere allacia.

Quinci talhor vedrai molte di loro

Fare una lieta et amorosa danza,

E molte quindi che del sacro alloro

Cum la sampogna in man stanno in speranza.

Fra così dolce e glorioso choro

Stassi la dea che tutte l'altre avanza.

Florido fa el terren, là ove ella el tocchi,

E tien sereno el ciel sol coi belli occhi.

Par che la terra e il fiume e il bosco rida,

Ove el suo santo piede el passo piglia,

E l'aria intorno el suo bel nome grida,

Ove ella volge le honorate ciglia.

A questa ogniuno i suoi pensieri affida

E sempre ha ben chi seco si consiglia:

Tanto è prudente et ha in sé tanto amore,

Portando sempre in fronte el sacro honore.

Le lode di costei son tanto chiare,

Che lor uopo non è di roca tromba,

Né bastante son io la fama alzare

Di questa pura e candida colomba.

Così son l'opre sue divine e rare,

Che i boschi el sanno e l'aria ne rimbomba.

Né sol coi modi suoi gli homini paca,

Ché anchor le fiere horrende amica e placa.

A questa nostra dea tutti i pastori,

Che gran tempo habitâr queste contrade,

Vengon cantando i loro accesi amori

E la dolce perduta libertade;

E fan cozzar montoni e giostrar tori,

Spargendo ove ella va di fior' le strade;

E si vede ancho a questa vita vera

Tra noi di externi una honorata schiera.

Dal sino d'Hadria qua venne un pastore

Fra tutti gli altri assai famoso e degno,

Qual sentendo di questa el gran valore

Solo a cantar di lei pose el suo inzegno;

Et ha del suo splendor sì vago el core,

Che non curò lassare il patrio regno,

Ma venne ad habitar questo paese

E cantò dolcemente: Alma cortese.

Venne dal Mintio quel che al secol nostro

Via più cresce l'honor, cresce la fama:

Questo è sì noto nel paese vostro,

Che ogni pastor di là l'honora et ama;

So c'hai veduto del suo sacro inchiostro

Là ove si duol d'amore e mercé chiama.

Dolce e amaro destin, che mi sospinse,

Cantò l'altr'hieri, e tutti gli altri vinse.

Èvi il pastore antico, e ogniun l'honora

Ché del sacrato allor porta corona;

Questo ha la cheli sua dolce e sonora,

La cheli stessa cum che Phebo suona,

E l'have in modo tal che al collo ognihora

La tien, sì che di lui ben si ragiona.

Questo agli altri pastor' dona consiglio,

Ché già provò d'amor el fiero artiglio.

Venne d'Hetruria un altro in questi monti

Saggio e docto pastore in ciascuna arte;

Non son piaggie qui atorno o rive o fonti,

Che non intendan le sue lode sparte.

Ma temo assai che prima el sol tramonti,

Ch'io possa dir di lui pur una parte.

Questo cantò con amorosa voce:

Se fosse el passo mio così veloce.

Stassi tra questi anchor un giovinetto

Pastor, che a dir di lui pietate prendo:

Così fu grave il duol, grave il dispetto

Che già gli fece amor, si come intendo,

Ch'egli ne porta anchor piagato el petto;

E mille fiate al dì si duol dicendo:

Io son forzato, Amore, a dire hor cose

A te di poco honore, a me noiose.

Questi degni pastori et altri apresso,

De' quai si vede una gran schiera folta,

Vanno ogni dì, sí come è a lor concesso,

Inanti a lei cum riverentia molta.

Un vi è tra loro il qual cantando spesso

La nostra dea cum le sue nymphe ascolta:

Detto è il secundo, ma tra tutti è il primo

Cum la sua voce, e so che 'l vero estimo.

Fra questa lieta et honorata gente

Vive la dea che tu cercando vai,

E, se non ch'ella el veta e nol consente,

Li honor' divini harìa dal mondo homai.

Pur noi a questa ricorriam sovente,

E, se qui entrar tu vòi, veder potrai

Pieno un tempio di voti e d'ornamenti

Dicati a lei per risanar li armenti.

E percioché si suole in simil giorno

In questi boschi a lei render gli honori,

Tosto vedrai venir d'ogni contorno

Col sacrificio in man molti pastori,

Che le sue lode canteran qui intorno

Empiendo il bosco di soavi odori:

Però a me par che qui faciam dimora

Per poterli veder, ché giunta è l'hora.

El nome di costei, Dameta, è tale

Che ogniun l'honora, et io lontan lo intesi,

E il viver lieto e l'obliar del male

Ch'altrui sostenne già in altri paesi,

E questo dolce albergo, e quanto e quale

Sia el valor d'i pastor' saggi e cortesi;

Ond'io volli venir qui col mio gregge

Per viver sotto questa santa legge.

E già le care tue dolci parole

M'hanno cotanto intenerito el core,

Che prima che nel mar s'atuffi el sole

Disposto ho di vederla e farle honore.

E ben del mio tardare assai mi duole,

Perché degli anni mei perso ho il migliore.

Non ti doler, ché anchor potrai contento

Pascer molt'anni el tuo felice armento.

Tu puoi cum noi sperar la pace eterna

E de' lupi sprezzar le insidie tante,

Mercé d'un bon pastore, el qual governa

I campi lieti e le contrade sante.

Di questo ho udito dire in parte externa

Cose di che convien la fama cante.

So ben che il nome suo molto si spande,

Ma il vero è de la fama assai più grande.

Dirti el tutto di lui mai non potrei:

È docto e saggio, e qui tra noi è un sole,

Clemente ove si puote, e iusto ai rei,

Splendido, e il nostro ben procura e vòle.

Mille e mille opre sue narrar saprei,

Ma tempo è di dar fine ale parole,

Percioché di lontan, s'io non m'inganno,

Scorgo i pastor' che al sacrificio vanno.

Poiché discesa da' celesti chori

Sei nel mundo tra noi, alma beata,

Odi i devoti priegi de' pastori,

Né ti sdegnar da noi esser lodata;

E questo picciol dono e i nostri cori

Insieme accepta cum la mente grata;

E se cum fé serviam tue sante leggi,

Fa' sian chiari tra gli altri i nostri greggi.

Tanta dolcezza è nel mio cor discesa,

Dameta, odendo la harmonia di questi,

Ch'io sento da un desir l'anima presa

Che mi ralegra il core e i spirti mesti;

E parmi che a me stesso i' faccia offesa,

Che de ire ad honorarli homai più resti.

Ben li fia tempo, o Tirsi, aspetta alquanto

Che altro ci resta anchor miglior che 'l canto.

Magior cosa vedrai, magior miracolo

Di genti horrende in viso e spaventevoli,

Che sogliono qui intorno al santo oracolo

Far lieti balli e giochi sollacievoli.

Né dèi, né fauni son, ma per miracolo

D'arbor' son nati e son tra lor piacevoli;

E già parmi d'udir che escan del bosco,

Perché a l'usato suon ben li conosco.

Andiamo, o Tirsi, homai, che mi par l'hora

Che essa qui a una fontana venir suole,

E a l'ombra cum le sue nymphe dimora,

Dove passar non può raggio di sole.

Cantando a mano a man ballan talhora

Le nymphe coi pastori, e talhor sole.

Quivi ad agio vederla ben potrai;

A cena e albergo poi meco verrai.