EGLOGA TIRSI INTITULATA
Quando fia mai che questa roca cetra
Meco del mio dolor non si lamenti?
Non è più in questi monti arbor o pietra
Che non intenda le mie pene e i stenti;
Né pur anchor mercé da te se impetra,
Nympha crudel, di sì longi tormenti:
Anci, se odi i miei mali acerbi e duri,
Di non odir t'infingi o non ti curi.
Spesso per la pietà del mio dolore
Scordan le matri dar latte agli agnelli,
E veggiendo languire el suo pastore
Non seguiton l'armento i miei vitelli;
Escon talhor di quel boschetto fuore
A pianger meco i simplicetti augelli,
Talhor nascosti in sue fronzute stanze
Par che cantin le mie dolci speranze.
Tu sola più che questa quercia annosa
Sei dura, e più che il mare e i scoglii sorda;
Più che un serpente sei aspra e sdegnosa
E più che una orsa assai del sangue ingorda.
Ché non è fiera in queste selve ascosa,
Che, come tu el mio cor, gli armenti morda;
E sol constante sei ne la mia doglia,
Nel resto mobil più che al vento foglia.
Ben mi racorda quando longo el rio
Ti vidi prima andar cogliendo i fiori,
Che mi dicesti: «O caro Iola mio,
Tu sei più bello tra tutti i pastori,
E sol come tu fai cantar disio,
Che i sassi col cantar par che inamori».
Poi mi ponesti una girlanda in testa,
Che di ligustri e rose era contesta.
Hoimè, alhor mi traesti el cor del petto
E teco nel portasti, e teco hor l'hai;
Ma poi che sì mi negi el dolce aspetto,
Che debbo far, se non sempre trar guai?
D'ombrose selve più non ho diletto,
Di vivi fonti, o prati, né harò mai;
Non so più manigiar la marra o 'l rastro,
Né parmi de l'armento esser più mastro.
Fatto hanno gli occhi miei homai un fonte
Col pianto, ove si può spegner la sete.
Venite, o fiere, giù da questo monte
A ber senza timor di laccio o rete;
E benché un fiume mi caggia dal fronte,
Pastori, voi dal petto foco harete:
Ché del mio cor non è pur una dramma,
Che homai non sia conversa in foco e fiamma.
E tu, nympha crudel, sol cagion sei
Di transformarmi in sì strana figura:
Che così bella fuor t'han fatta i dèi
E dentro poi crudele, acerba e dura.
Ma perché me ingannasser gli occhi miei
Contra ragion ti fe' tal la natura.
Le fiere aspetto han paventoso e strano,
E tu l'animo fiero e il volto humano.
Humano è il volto tuo? anci divino,
Ché dentro vi son pur due chiare stelle.
Le fresche rose còlte nel giardino
D'amor, fanno le guancie tenerelle,
La bocca sparge odor di gelsomino,
Duoi fior' vermiglii son le labra belle,
La gola e 'l mento e il delicato petto
Son di candida neve e latte stretto.
Queste catene mie, questi legami
Discioglier dal mio cor mai non potrei,
Questi mei cari, dolci, inescati hami
Smorsar non posso, né poter vorei.
E benché mille volte morte chiami,
Per te soavi son gli affanni miei.
Così el ciel vòle, e tu, che sei mia scorta:
Che ogniuno el suo destin seco si porta.
Le fiere ai boschi pur tornan la sera,
Dove di sua fatica hanno riposo;
Si riveston di foglie a primavera
I boschi, ignudi nel tempo nivoso.
L'autumno l'uva fa matura e nera
E ogni arbor da novelli frutti ascoso;
El mio duol mai non muta le sue tempre
E sono le mie pene acerbe sempre.
Ma i giorni obscuri diverrian sereni,
Se pietà ti pungesse il core un poco.
Alhor sariano i boschi e i fonti ameni,
Se meco fusti, o nympha, in questo loco.
Andrian di dolce latte i fiumi pieni,
Se amor per me il tuo cor ponesse in foco;
E sì sonori i miei versi sariano,
Che invidia Orpheo e Lino anchor n'haríano.
Corremi adunque in braccio, o Galatea,
Né ti sdegnar d'i boschi, o d'esser mia.
Vener nei boschi accompagnar solea
El suo amante, e lì spesso si adormia.
La luna, che è su in ciel sì bella dea,
Un pastorello per amor seguia;
E venne a lui nel bosco a una fontana,
Perché donolli un vel di bianca lana.
Di bianca lana i miei greggi coperti
Sono, come tu stessa veder puoi;
E benché magior dono assai tu merti
Che non agnelli, capre, vacche o boi,
L'armento e il gregge mio, per compiacerti,
E 'l cane e l'asinel tutti son tuoi,
E quanti frutti sono in queste selve,
E quanti augelli insieme e quante belve.
Un canestro di pomi t'ho già còlto,
Uno altro poi di prune e sorbe insieme;
E pur hor di palumbi un nido ho tolto,
Che anchor la matre in cima a l'olmo geme;
Un capreol ti serbo, che disciolto
Tra gli agnelli sen va, né del can teme;
Due tazze poi d'oliva, al torno fatte
Da quel bon mastro, harai piene di latte.
Ecco le nymphe qui, che una corona
Ti tessono di rose e d'altri fiori;
Odi la selva e il monte che risuona
Di fistole e sampogne di pastori.
Di fior' la terra lieta se incorona
E sparger se aparechia dolci odori.
Deh vieni homai, che null'altro ci resta,
Se non goder l'età fiorita in festa.
Si spogliano i serpenti la vechiezza
E rinovan la scorza insieme e gli anni;
Ma fugge e non ritorna la bellezza
In noi per arte alcuna, o novi panni.
Mentre adunque sei tal che ogniun t'aprezza,
Deh vieni a ristorar tanti miei danni,
Ché col tempo, ma in van, ti pentirai,
Se la bramata gratia a me non dai.
Hoimè, ch'io vedo pur mover le frondi
E sento caminar per questa selva.
Se sei la bella nympha, homai rispondi,
Ch'io son l'amante tuo, non fiera belva.
Lasso, perché mi fuggi e ti nascondi
Come timida cerva se rinselva?
Misero me, che fia? se ben discerno,
Questo a l'habito par pastore externo.
Dio ti salvi, pastor nobile e raro,
Che qui d'i tuoi martir' chiami mercede;
El tuo soave suon m'era sì caro,
Che per bon spatio non ho mosso el piede;
E il mio camin, che sì m'è parso amaro,
Nel tuo vago cantar dolce mi riede;
E questo corpo stanco homai si oblia
La noia e il mal de la passata via.
E se tali son quei che a queste fonti
Fanno agli armenti suoi la sete doma,
Non ha Parnaso i più honorati monti,
Né le sue selve più lodata chioma.
Hora sì par che 'l sacro colle i' monti,
Ove è la dea la qual tanto si noma:
Di che el dio Pan assai ringratio e lodo,
Ché d'esser giunto qui troppo mi godo.
La fama di lontan così m'accese,
Che el patrio albergo voluntier lassai
E la nympha crudel che già mi prese,
Per cui la fiamma del mio cor cantai.
Anch'io fui tra i pastor' del mio paese
Di qualche grido et honorato assai.
E se v'andasti mai, sapresti come
Ne le sampogne lor suona el mio nome.
Tu dèi pur di Menalca havere inteso,
Che fra tutti i pastori è sì nomato.
Cantai cum lui e a me l'honor fu reso,
Sì che per tutto Tirsi era gridato:
Onde ei di doglia e di furore acceso
Roppe la cetra, e fu di ciò biasmato;
Che era sì ben contesta e di tal legno,
Che già sonarla Pan non hebbe a sdegno.
Ma teco ragionar mi par vergogna
De le fistule roche di quel lido,
Perché intendo che sol qui la sampogna
Tiene el suo vero et honorato nido.
E tu ben mostro m'hai senza menzogna
L'effetto assai magior che non è il grido:
Ché di quanti pastori ho visto, estimo
Certo te sol tra i più lodati el primo.
Ma dimi, Iola, homai, dimi s'io sono
Lontan da lei che d'honorar disio:
Questo ti chiedo per cortese dono
E per pietà del mio camin sì rio,
Né te incresca lassare un poco el suono,
Finché contento fai el voler mio,
E siami scorta a ritruovar costei,
Se dentro, come fuor, gentil tu sei.
Così l'armento tuo securo stia
Sempre dagli orsi e lupi et altre belve,
E gli agni tuoi per la più dritta via
Seguin le matri, e alcun mai non se 'nselve.
Così la cetra tua tanta harmonia
Mandi qui intorno ai monti e in queste selve,
Che Galatea ognihor te sia presente
E ne le braccia tue corra sovente.
Poiché ti degni di lodarme tanto,
Qual' gratie, o Tirsi, mai ti potrò rendere?
Qui son pastori assai, che col lor canto
I sassi fan de la pietate accendere.
Io di cantar tra lor già non mi vanto,
Ché i versi miei non pòn tanto alto ascendere.
Ben più lieta fu già questa mia lira,
La quale hor meco sol piange e sospira.
Ma se la nostra dea veder vorai,
Altro fia che in ciò adempia el tuo disio.
Molti pastor' qui apresso truoverai
Che inanti a lei ti menaran, perch'io
Di questo intorno non mi parto mai,
L'error d'altrui piangendo e il destin mio.
E qui d'amore ho compagnia, e sol sento
Muggi, balati, augei, rivi, echo e vento.
Intanto se posar qui meco un poco
Ti par, Tirsi mio caro, a me fia grato,
E scorderai iacendo a poco a poco
La lunga noia del camin passato.
Qui murmura un bel fonte, ameno è il loco,
E soffia el ventolino un fresco fiato.
Castagne e noci harai, latte e bon vino,
E credo anchor qui havere un marzollino.
Io mi ti colcarò, pastore, a canto,
Purché cantare un poco non te incresca,
Però che il tuo soave e dolce canto
Me più che il vento e il fonte assai rinfresca.
E questa nympha tua che chiami tanto,
Maraviglia ho che a udirti fuor non esca,
Anci come da te mai si disiunga,
Se sa che amor sì forte el cor ti punga.
A pochi i versi miei udir mai lasso,
Ma el tutto sa colei che m'ha in catene:
Che in ogni scorza e tronco a passo a passo
Scritto ho la sua bellezza e le mie pene.
Diroti una canzon scritta in quel sasso,
Ch'ella talhor nascosta a leger viene;
Et io per ben mirare el suo bel volto
Mostro non la veder.
Di', ch'io t'ascolto.
Queste lachrime mie, questi sospiri
Son dolce cibo de la mia nimica,
Onde ella si nutrica,
E di ciò solo appaga i suoi desiri.
Però, se giunta al fin mia vita vede,
Qualche dolce soccorso porge al core,
Che da propinqua morte lo diffende;
E tosto che ei repiglia el suo vigore,
Di lachrime e sospir' tributo chiede
La ingorda fame che tal cibo attende.
Ond'io, poiché el mio ben tanto m'offende,
Fugo rimedio che el dolor contempre,
Temendo non pur sempre
Sì proximi al piacer siano i martìri.
Troppo breve m'è parso el dolce canto,
Ch'io n'aspettava anchor e stava attento.
Le amare pene mie son longe, e il pianto.
Portòmi, Iola, la tua voce il vento;
Io per udirti mi nascosi intanto,
Tal che ben tutto ho inteso el pio lamento.
E perché el tuo disio, pastore, intesi,
Vèr voi per satisfarti el camin presi.
Tirsi, non ha pastor questo paese
Che meglio dar ti possa ciò che brami;
Questo è caro a ciascun, perché è cortese
E ben governa armenti, greggi e sami.
E tu, Dameta mio, che degne imprese
Fai sempre, e tai pastori honori et ami,
A Tirsi ben serai fido compagno,
Che sai come servire è gran guadagno.
Io me n'andrò per queste selve intorno
Finché in ciel sian le stelle e il giorno spento;
A la capanna poi farò ritorno
E colcaromi apresso del mio armento.
Spero più lieta notte haver che giorno
E da Galatea in parte esser contento:
Che spesso a consolarme in sogno viene,
Acioché un sogno sia el mio summo bene.
Poiché col tuo martir solo e pensoso
Vòi pur, Iola mio, restar piangendo
Fra queste quercie e questi faggi ascoso,
A più sorda di lor mercé chiedendo,
Io me n'andrò del tuo languir doglioso,
E contentar questo pastore intendo.
Andiamo, o Tirsi, e pel camin potrai
Forse truovar quel che cercando vai.
Ché spesso intorno al vago e bel Metauro
Va questa dea cum le sue nymphe errando,
Legiadre sì, che dal mare indo al mauro
Non è chi possa lor gir paregiando;
Non ornate di gemme o d'ostro o d'auro,
Ché tai pompe da lor son poste in bando:
Candide tutte, e sol per ornamento
Portan girlande e dan le treccie al vento.
Qual si vede di lor pigliar la via
Al bosco, ove truovar la fiera crede,
Qual cum l'arco a ferir ratta se invia,
Qual fra l'herbette e i fior' cantando sede.
Una tra tutte lor vi è dolce e pia,
Che a canto de la dea sempre si vede:
Questa non porta mai seco arme in cacia,
Sol col dolce parlar le fiere allacia.
Quinci talhor vedrai molte di loro
Fare una lieta et amorosa danza,
E molte quindi che del sacro alloro
Cum la sampogna in man stanno in speranza.
Fra così dolce e glorioso choro
Stassi la dea che tutte l'altre avanza.
Florido fa el terren, là ove ella el tocchi,
E tien sereno el ciel sol coi belli occhi.
Par che la terra e il fiume e il bosco rida,
Ove el suo santo piede el passo piglia,
E l'aria intorno el suo bel nome grida,
Ove ella volge le honorate ciglia.
A questa ogniuno i suoi pensieri affida
E sempre ha ben chi seco si consiglia:
Tanto è prudente et ha in sé tanto amore,
Portando sempre in fronte el sacro honore.
Le lode di costei son tanto chiare,
Che lor uopo non è di roca tromba,
Né bastante son io la fama alzare
Di questa pura e candida colomba.
Così son l'opre sue divine e rare,
Che i boschi el sanno e l'aria ne rimbomba.
Né sol coi modi suoi gli homini paca,
Ché anchor le fiere horrende amica e placa.
A questa nostra dea tutti i pastori,
Che gran tempo habitâr queste contrade,
Vengon cantando i loro accesi amori
E la dolce perduta libertade;
E fan cozzar montoni e giostrar tori,
Spargendo ove ella va di fior' le strade;
E si vede ancho a questa vita vera
Tra noi di externi una honorata schiera.
Dal sino d'Hadria qua venne un pastore
Fra tutti gli altri assai famoso e degno,
Qual sentendo di questa el gran valore
Solo a cantar di lei pose el suo inzegno;
Et ha del suo splendor sì vago el core,
Che non curò lassare il patrio regno,
Ma venne ad habitar questo paese
E cantò dolcemente: Alma cortese.
Venne dal Mintio quel che al secol nostro
Via più cresce l'honor, cresce la fama:
Questo è sì noto nel paese vostro,
Che ogni pastor di là l'honora et ama;
So c'hai veduto del suo sacro inchiostro
Là ove si duol d'amore e mercé chiama.
Dolce e amaro destin, che mi sospinse,
Cantò l'altr'hieri, e tutti gli altri vinse.
Èvi il pastore antico, e ogniun l'honora
Ché del sacrato allor porta corona;
Questo ha la cheli sua dolce e sonora,
La cheli stessa cum che Phebo suona,
E l'have in modo tal che al collo ognihora
La tien, sì che di lui ben si ragiona.
Questo agli altri pastor' dona consiglio,
Ché già provò d'amor el fiero artiglio.
Venne d'Hetruria un altro in questi monti
Saggio e docto pastore in ciascuna arte;
Non son piaggie qui atorno o rive o fonti,
Che non intendan le sue lode sparte.
Ma temo assai che prima el sol tramonti,
Ch'io possa dir di lui pur una parte.
Questo cantò con amorosa voce:
Se fosse el passo mio così veloce.
Stassi tra questi anchor un giovinetto
Pastor, che a dir di lui pietate prendo:
Così fu grave il duol, grave il dispetto
Che già gli fece amor, si come intendo,
Ch'egli ne porta anchor piagato el petto;
E mille fiate al dì si duol dicendo:
Io son forzato, Amore, a dire hor cose
A te di poco honore, a me noiose.
Questi degni pastori et altri apresso,
De' quai si vede una gran schiera folta,
Vanno ogni dì, sí come è a lor concesso,
Inanti a lei cum riverentia molta.
Un vi è tra loro il qual cantando spesso
La nostra dea cum le sue nymphe ascolta:
Detto è il secundo, ma tra tutti è il primo
Cum la sua voce, e so che 'l vero estimo.
Fra questa lieta et honorata gente
Vive la dea che tu cercando vai,
E, se non ch'ella el veta e nol consente,
Li honor' divini harìa dal mondo homai.
Pur noi a questa ricorriam sovente,
E, se qui entrar tu vòi, veder potrai
Pieno un tempio di voti e d'ornamenti
Dicati a lei per risanar li armenti.
E percioché si suole in simil giorno
In questi boschi a lei render gli honori,
Tosto vedrai venir d'ogni contorno
Col sacrificio in man molti pastori,
Che le sue lode canteran qui intorno
Empiendo il bosco di soavi odori:
Però a me par che qui faciam dimora
Per poterli veder, ché giunta è l'hora.
El nome di costei, Dameta, è tale
Che ogniun l'honora, et io lontan lo intesi,
E il viver lieto e l'obliar del male
Ch'altrui sostenne già in altri paesi,
E questo dolce albergo, e quanto e quale
Sia el valor d'i pastor' saggi e cortesi;
Ond'io volli venir qui col mio gregge
Per viver sotto questa santa legge.
E già le care tue dolci parole
M'hanno cotanto intenerito el core,
Che prima che nel mar s'atuffi el sole
Disposto ho di vederla e farle honore.
E ben del mio tardare assai mi duole,
Perché degli anni mei perso ho il migliore.
Non ti doler, ché anchor potrai contento
Pascer molt'anni el tuo felice armento.
Tu puoi cum noi sperar la pace eterna
E de' lupi sprezzar le insidie tante,
Mercé d'un bon pastore, el qual governa
I campi lieti e le contrade sante.
Di questo ho udito dire in parte externa
Cose di che convien la fama cante.
So ben che il nome suo molto si spande,
Ma il vero è de la fama assai più grande.
Dirti el tutto di lui mai non potrei:
È docto e saggio, e qui tra noi è un sole,
Clemente ove si puote, e iusto ai rei,
Splendido, e il nostro ben procura e vòle.
Mille e mille opre sue narrar saprei,
Ma tempo è di dar fine ale parole,
Percioché di lontan, s'io non m'inganno,
Scorgo i pastor' che al sacrificio vanno.
Poiché discesa da' celesti chori
Sei nel mundo tra noi, alma beata,
Odi i devoti priegi de' pastori,
Né ti sdegnar da noi esser lodata;
E questo picciol dono e i nostri cori
Insieme accepta cum la mente grata;
E se cum fé serviam tue sante leggi,
Fa' sian chiari tra gli altri i nostri greggi.
Tanta dolcezza è nel mio cor discesa,
Dameta, odendo la harmonia di questi,
Ch'io sento da un desir l'anima presa
Che mi ralegra il core e i spirti mesti;
E parmi che a me stesso i' faccia offesa,
Che de ire ad honorarli homai più resti.
Ben li fia tempo, o Tirsi, aspetta alquanto
Che altro ci resta anchor miglior che 'l canto.
Magior cosa vedrai, magior miracolo
Di genti horrende in viso e spaventevoli,
Che sogliono qui intorno al santo oracolo
Far lieti balli e giochi sollacievoli.
Né dèi, né fauni son, ma per miracolo
D'arbor' son nati e son tra lor piacevoli;
E già parmi d'udir che escan del bosco,
Perché a l'usato suon ben li conosco.
Andiamo, o Tirsi, homai, che mi par l'hora
Che essa qui a una fontana venir suole,
E a l'ombra cum le sue nymphe dimora,
Dove passar non può raggio di sole.
Cantando a mano a man ballan talhora
Le nymphe coi pastori, e talhor sole.
Quivi ad agio vederla ben potrai;
A cena e albergo poi meco verrai.