Egloga undecima
Chi mai non fu da le saette ardenti
D'Amor punto così ch'oltra la scorza
Ne passasse cocente al cor la fiamma,
Non sa con quanta forza
Vibri la gelosia
Con l'agghiacciata man, quando più scherza,
La spinosa sua sferza;
Né quanto amaro sia l'odio e 'l veleno
Ond'ella asperge a' veri amanti il seno.
Ma ben a quegli è noto,
Che fedelmente amando,
E gioir del suo amor solo sperando,
Ne le dolcezze sue trova rivale,
Nemico aspro, e mortale.
Ne la medesma grotta,
Ne la medesma selva,
Il leon col leon vive, e s'inselva;
Pasce de la stessa erba,
Entro un medesmo prato,
Col toro il tor d'acute corna armato;
Né superbo, et altero
Contro l'altro destrier pugna il destriero:
Ma poi ch'a l'ossa è corsa,
E scaldato le vene
Gli ha la fiamma d'Amor che 'l mondo incende,
Scuote l'orribil coma
Il fier leone, e gli antri
Fa di voci sonar gravi et orrende.
Per la sua amata il toro
Il toro a pugna invita,
E mugghiando, e spargendo
Col piede alto la rena,
Il vento urta col corno,
E venuto a l'assalto,
Cosperge i fior di sanguinoso smalto.
Né men, quando non cede,
E col morso e col piede
Il destrier il destrier fere et offende.
In somma ogni animale
Vie più brama morir, che aver rivale.
Tirsi pastor gran tempo in guisa visse
Intrinseco, et amico
Del giovenetto Aminta;
E così volea Tirsi
Quel ch'Aminta volea,
Sì piaceva ad Aminta
Quel ch'a Tirsi piacea,
Che parean ambedue viver d'un'alma:
Ma poi che Tirsi arse di Silvia, e vide
De la medesma fiamma ardere Aminta,
Non odia così il foco
L'umor che lo distrugge,
Né così da l'ardor l'onda rifugge,
Come cangiato in tutto il primo amore,
E 'nfelloniti il core,
Si fuggiro, e s'odiar Tirsi et Aminta.
Onde fra gli altri un dì, quando raccolti
Erano in un bel prato,
Come in costume avean ninfe e pastori,
E v'era Silvia in compagnia di Dafne,
Di Dafne sua compagna, a cui già noti
Eran de' due pastor gli odii e gli amori,
Con amaro sorriso, et occhio bieco
Volto Tirsi ad Aminta, per la lingua
Fuor versando il veleno ond'avea colmo
Il petto, così disse.
È già gran tempo,
Aminta, ch'io m'accorgo a più d'un segno
Che tu de la mia Silvia
Tenti di farti amante:
Quasi che tu non sappi quanto prima
Di te già l'ami, e quanto anco più degno
Io sia di te d'amarla; però lascia
La cominciata impresa, e ad altra attendi,
O 'n tutto me per tuo nemico prendi.
Od amico o nemico
Ch'esser a me tu vogli, io nulla curo.
Quanto a l'amor di Silvia, io ti confesso
Di amarla, e credo amar donna che sia
Nulla tua più che mia,
Et esser del suo amor più di te degno:
Ma ché perdiamo il tempo, e non andiamo
Ad impetrar da lei,
Ch'o le speranze tue,
O le speranze mie tronchi e recida,
E la lite fra noi giusta decida?
Andiam, che altro non chieggio;
Ma nota in prima ben quel ch'io ti dico:
Che s'avutone il peggio,
Tu non ti volgerai
Ad amar altra donna, proverai
Quanto sia pazza cosa
L'irritar a giust'ira un suo nemico.
Sì; ma tu ancor fa' poi
Che non t'apportin danno
Queste superbe tue parole: andianne.
Ecco siam giunti a Silvia: orsù, precedi,
Il mio novello Adone,
Solo trastullo e gioco
Di quante vaghe ninfe ha questo loco.
D'inestricabil lite,
Bellissima fanciulla, eletta sei
Giudice fra noi due.
La qual se tu non tronchi,
Non può da verun altro,
Sì ch'ad ambedue piaccia, esser recisa.
Gran lite certamente esser dee questa,
Se da me giovenetta, et inesperta
Sentenza ne chiedete, e a l'improviso.
Or via, narrate il fatto, ché più tosto
Vuo' sentenziando esser cagion di pace,
Ch'eleggendo tacer, lasciarvi in guerra.
Non può la cortesia che in te s'annida
Non mandar fuor cortesi le parole,
Né può la tua bellezza
Compagna aver la scortesia, l'asprezza.
Or odi: Tirsi qui meco si duole,
E 'ngiustamente ingiusto anco mi chiama,
Perch'io de' raggi de' begli occhi tuoi
Cerco fruir la luce,
Né 'n sua difesa adduce
Altra ragion, se non che di me prima
Incominciò ad amarti, e che più degno
Di me d'amarti si ritrova: lieve
E debile ragion, ragione ingiusta;
Quasi che i rai del sole,
Che per splender a tutti illustra il mondo,
Il giovenetto al vecchio,
Che 'l mirò prima, ingiustamente invole.
Né tu che giusta sei,
Certo comportar dèi
Ch'altri, fatto tiranno
Dell'alta tua bellezza,
Tenti per vie distorte, e modi ingiusti
Di gioirne egli sol con altrui danno.
Se poi di me più degno
Ei sia d'amarti, alor a te fia chiaro
Che tu de' merti miei, de' merti suoi
Far potrai paragone.
La somma è dunque che da te si dia
Giustissima sentenza
Qual di noi del tuo amor più degno sia.
Molte cose coverte
Sotto l'ombra di quel che vero appare
Vere sembrano altrui, ma caggion poscia
Ch'altri più a dentro spia,
E scopre in lor la fraude e la bugia.
Dimmi ti prego, o Silvia,
Mostra desio colui di goder solo
L'altrui bellezze, che cantando invita
Le genti paesane e peregrine
A rimirarle et ammirarle? Io giuro
Che, se come ho il tuo bel ne l'alma impresso,
Dipingerlo potessi, od adombrarlo
Con le parole mie, tu sembraresti
Non Silvia più, ma Venere celeste,
Et a te solamente offririan voti
Gli amatori devoti.
O ver se fosse dato ad uom mortale
Toccar con mortal man cose immortali,
O ritenendo in cielo
Quel loco che v'ingombra il dio di Delo,
Apporteresti a noi dal giro eterno
Sol frutti e fiori, e non ardore e verno.
Parti dunque che questo
Possa chiamarsi mai
Voler d'ingiusto e di tiranno amante?
Ora poniam che Dafne tua compagna
Ti volesse cacciar di qualche albergo
Che non fosse più suo che tuo si fosse:
Comporterestil tu? diresti Dafne
Oprar cosa da giusto e da prudente?
Aggiungi, e se volesse
De la tua casa propria anco privarti,
Fora da dirsi amica,
O più tosto tiranna empia, e nemica?
Tenta Aminta privarmi
Di te, che luce sei degli occhi miei;
E vuol ch'io soffra, e taccia,
Né contra lui d'ira e di sdegno m'armi?
S'inganna. Ora se a tutti il tuo bel lume
Geloso invidiassi, come dice,
Egualmente sarei
Et agli altri et a lui nemico amante:
Ma il volersi usurpar quel ch'a me viene
Per la mia servitù, la qual tu sai
Quanto sia stata infino ad or sincera,
Fa che sol contra lui
Di rabbia m'armi impetuosa e fiera.
Or ascolta quei vanti onde presume
Di goder giustamente il tuo bel lume;
Quinci dapoi che avrai
Le mie ragioni udite,
Potrai giusta dar fine a tanta lite.
Bench'io tenga per certo
Che l'aversario mio sia per condire
Col dolce mel che da le labra versa
Quanto le sue ragioni avran d'amaro,
Et a l'incontro io rozzo et inesperto
Con l'amaro del dir sia per far meno
Grate al gusto le mie dolci, e veraci,
Non vuo' però tacerle
Innanzi a te, sapendo
Che quanto bella sei, tanto sei saggia.
Né fia lungo il mio dire,
Perché, se tu ne levi
L'esser prima di me stato tuo amante
Tirsi, non è che meco egli contenda
In nessun'altra cosa: io di bellezza
Il vinco, io di ricchezza;
Io son di lui più giovene, e più fermo;
Io cacciando, nel corso
Son sì veloce, e presto
Ch'arrivo i cervi, e combattendo atterro
Entro l'alpestri selve il lupo e l'orso.
Ne le danze (e tu 'l sai)
Null'uom di me più destro unqua trovai.
L'arco adoprar so in guisa
Ch'a mezzo il corso suo fugace fera
Da le saette mie rimane uccisa.
Aggiungi che per te mi parria gioco
L'andar ignudo in fra le fere e 'l foco,
E che son sì fedele, e sì costante
Ch'in ciò nulla concedo ad altro amante.
Quest'è la minor parte de le cose
Ch'io potrei de' miei merti,
O Silvia, raccontarte:
Ma perché sembra folle
Chi se medesmo estolle, il più ne taccio,
E queste poche in picciol fascio abbraccio.
Se l'amor è desio, come si dice,
Né quel bramato vien che si possiede,
Silvia non amerà cotesta tua
Che tu contra ragion chiami bellezza:
Perché chi dirà bello
Il monton senza il vello,
Il leon senza coma, il destrier nudo
Del crin che gli orna la cervice altera?
O ver chi dirà bella quella donna
Cui non adorni il capo
L'elettro de la chioma? Or come brutto
Ognun di questi fora,
Tal dee stimarsi ancora
Uom ch'aggia del suo pelo ignudo il mento:
Sì che, se tal tu sei,
Bello dir non ti dèi.
Le tue ricchezze poi vantando vai,
Quasi donna gentile
Per ricchezze ad amar mover si deggia:
Ma, posto che ciò fosse, è di tuo padre
Men di beni abondante il saggio Mopso,
Padre di Silvia? et io, benché ti ceda
In qualche parte, or quando a te ricorsi
Bisognoso d'aita,
Per sostentarmi in vita? e ben si pare
Che tu povero sia de le ricchezze
Che son vere ricchezze, poi che stimi
Ricco solo colui che abonda d'oro,
E di ciò che agguagliar si può con l'oro.
Dimmi, puoi tu dir tuo quel che la sorte
Come a lei par comparte,
Quel di che può privarte
Un giorno, un'ora, un punto?
Non era ricco Adone,
Un re non era Anchise,
Ned avea copia d'oro Endimione:
E pur piacquero i primi
A la madre d'Amore,
E l'altro arse di Cinzia,
Benché nel sonno immerso, il casto core.
Di danzar poi ti glorii: et io ti dico
Che so sonar in guisa, e 'n guisa il suono
Accompagnar col canto,
Che se il primier non sono,
Di non esser il terzo anco mi vanto;
Né tu pareggiar dèi le danze tue
Col canto e con la cetra:
Che non fu visto mai moversi a quelle,
Sì come a questi fue,
Pianta, animal, né pietra.
Nel resto io ti consiglio,
Se il tuo valor s'agguaglia a le parole,
A seguitar ne' campi, e ne le selve
Le paurose belve,
Perché d'Amor la caccia
Non vuol forza di braccia,
Né piede tal ch'uom possa dir che vole.
Tu dici al fin che di costanza eccede
Il tuo amor, e di fede, ogni altro amore.
Di grazia dillo altrove,
Se creduto esser vuoi,
Perché certo fra noi tu 'l dici indarno.
Va', dimandane, va', Licori, Antea,
Licinia, Telesippa e Leucotea,
Che in un anno da te fur tutte amate,
Et in un anno odiate:
E giusto è che ciò avenga a chi si fida
In pensier giovenile,
E lascia la saldezza
De l'età più robusta, e più virile.
In quanto poi s'aspetta a' merti miei,
Dirò sol questo, o Silvia,
Che, se in me qualche cosa si ritrova
Ond'io de l'amor tuo mi stimi degno,
Solamente da te prodotta viene.
Io sono ignobil terra, che se 'l sole
Scarso ha de' chiari rai, nulla produce;
Ma se scaldata vien da la sua luce,
E di frutti e di fior s'adorna e veste.
Se tu lontana sei, torpe il mio core
In aspro orrido verno:
Ma s'in lui volgi i due benigni giri,
Primavera gli apporti;
Et arde in calda state,
Se più d'appresso il miri.
Alor dunque sarà che Tirsi viva
Lunge dal suo bel sole,
Che la terra s'adorni,
Non scaldata dai rai de l'altro sole,
Di gigli, e di viole.
Lascia dunque i miei merti,
E sol mira il volere,
Che vorrebbe poter, sol per servirti,
Rinchiuso in mortal velo,
Quanto può Giove in cielo.
Or le nostre ragioni in giusta lance,
Giusta giudice, appese,
Tronca a qual sia di noi
La speme onde han principio
Le nostre alte contese.
Piacemi avere, o giovani pastori,
Vostre ragioni udite, e vi ringrazio,
Che bench'io non sia tale
Che per me deggia amante aver rivale,
Ognun di voi sì m'ami,
E giudice mi chiami.
Or di sentenza in vece altro non faccio,
Che verso ambedue voi stendendo il braccio,
Cingervi il crin di queste due corone.
Aminta, a te, che di beltà ti vanti,
Di ligustri la dono:
E perché giusta sono,
A Tirsi, i cui pensier fur più constanti,
Avolgo intorno al capo
Questi vivaci e stabili amaranti.
Così fra voi finite
Sian le cagion de l'importuna lite.