Egloga V

By Berardino Rota

In qual parte del mondo, in qual sì strano

Lito, in qual piaggia sì riposta et erma

Fuggir potrò, ch’Amor meco non vegna?

Amor, che ognor più forte arma la mano

Contra quest’alma al suo ben sempre inferma,

Superbo e lieto di mia morte indegna.

Lasso, che fia di me? dove non sia

Più Galatea, là dove il sol la chioma

Non spiegò mai, n’andrò; forse che ’l laccio

Rallenterà del cor, forse men fia

Grave di miei dolci martir la soma;

Forse ch’arà pur fin mio lungo impaccio.

Ma che parl’io? Dovunque volgo il piede

Mi seguirà la mente innamorata,

E Galatea ne verrà meco inseme;

Galatea, che nel cor donna si siede,

Zoppo il giudicio, e la ragion legata,

Ma ben vivo il desio, morta la speme.

Non è qui sasso o filo d’alga o d’erba,

Non è qui ninfa o pescator, ch’io sempre

Non chiami al mio soccorso, e pure in seno

Porto il foco che ’l cor nasconde e serba;

Foco, che strugge in dilettose tempre,

Né s’addolcisce in parte il mio veneno.

Lasso, talor dopo lungo furore

L’onda si tace e par che ’l mar s’acquete,

E ’l vento posa et è l’aria tranquilla;

Ma l’amorosa tempesta del core

Trovar non può giamai porto o quiete,

Né del gran foco mio scema favilla.

O Galatea, di te mai non mi dolsi,

Né mi voglio doler, né vo’ biasmarti,

Perché m’abbi sommerso in mar di guai.

Dogliomi ben di me, che troppo io volsi

Tutto darmiti in preda, e troppo amarti,

E senza filo in labirinto entrai.

Anzi quanto più ognor procaccio e bramo

Fuggir da la tua mano, e di me stesso

Farmi signor, via più forte e tenace

Legame stringe il core, e via più chiamo

Mercede invan, che tu sempre più presso

Mi sei per tormi e libertate e pace.

O troppo d’Amor leggi inique e torte!

Eri pur dianzi il ben, la gioia, o Meri,

Del gran Tirreno; or morte si sgomenta

Di te, quasi più fiera orribil morte.

Or tutti i tuoi desiri, i tuoi pensieri

Nascon d’amaro, e più non ti ramenta

De la rete né d’altro; or solo e mesto

Ne vai dì e notte; or se’ la noia e ’l duolo

Di tutto il mar, di tutti i pescatori.

Qui se’, Mopso mio caro? Onde sì presto

Ne vieni? Deh, per Dio, lasciami solo,

Ma bene in compagnia di miei dolori.

Già ti vid’io dov’il superbo lato

Miseno stende al mar vago et altiero

Del bel sepolcro e del suo troppo ardire.

Volea gir oltra, e poi tosto chiamato

Fui da Licota, onde cangiai sentiero,

E qui mi vedi; e certo al tuo languire

Vorrei dar fine e sì ’l veder m’attrista

Uom miser di pietà degno e d’aita,

Ch’al tuo soccorso il sangue io spargerei.

Che fia giamai, che la dogliosa e trista

Alma console, o pur tronchi la vita,

Oimè, più lunga assai ch’i’ non vorrei?

Questo, ch’i’ ti dirò, serbalo a mente,

Ch’è prezioso don di caro amico.

S’io sempre al tuo com’al ben proprio intesi,

Giura di non scoprirlo: ecco presente

Nettuno il vede et ode; e quel ch’i’ dico

Non ti potrà giovar, se tu ’l palesi.

Simeta il disse ad Egla: Egla che fue

Non men dotta che bella; Egla mia poi

Me l’insegnò, quando io la nassa a pena

Alzar potea sul legno, et ambedue

Ad Erpili fur mastre, che co’ suoi

Incantesmi stupir fe’ quest’arene.

Forse qui t’ha condotto il mio destino

Perch’io ritorni in libertate, e possa

Campar al fin dagli amorosi scogli.

Discinto e scalzo a quel colle vicino

Corri, e prendi nel sen quelle sette ossa

Di foca ivi disperse, e dopo cogli

Con la man dietro e gli occhi al ciel rivolti

Quell’alga nera e quello assenzio bianco,

E di spuma del mar gli bagna intorno.

Lega tre fili, e poi che inseme avolti

Con tre nodi gli arai tre volte al fianco,

Di questo lito nel sinistro corno

Al pastor di Nettuno alza un altare,

E sovra vi porrai tutte le spoglie

Ch’ella ti diè, che così Proteo vuole.

Poi tutto nudo, ov’è più alto il mare,

T’attuffa, e su risorgi, e con le foglie

Di verbena t’asciuga al novo sole,

E di’ cantando al fin queste parole:

«A te che in fiume, in sasso

Ti muti, in angue, e in foco,

Proteo pastor del mar, su questa riva

I’ alzo questo altare, e dal più basso

Fondo de l’acque invoco,

Perché pietoso del mio lungo affanno

Mi cangi in quel ch’io era oggi è terzo anno,

Quando sciolto ne giva.

Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva.

E tu che di quest’onde

Pescator fosti, or Dio

Se’, vecchio Glauco; e voi che per la riva

Ven gite, o ninfe, e voi che ’l mare asconde,

Uscite fuor, mentr’io

Vi chiamo, uscite; e pietà mova e sforze

Amor, perché la fiamma in tutto ammorze

Ch’al cor sempre è più viva.

Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva.

Com’io spargo ne l’acque

Queste ossa, e così sparte

Sen vanno in altra piaggia, in altra riva;

Così dal dì che Galatea mi piacque

Or tutti in altra parte

Vadano i miei pensier, tutti i desiri;

Né più la cara libertà sospiri

L’alma d’ogni ben priva.

Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva.

Come di mia nemica

Oggi queste spoglie ardo

Sovra l’altar ch’io sacro in questa riva,

Così il desio ch’in me move e nutrica

Un bel sereno sguardo,

In tutto si dilegue; onde d’altrui

Non fia più no, ma quel che dianzi io fui,

Né mal mio grado viva.

Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva.

Come quest’alga e quella

di ciascun filo io spoglio,

E questo assenzio spargo in questa riva;

Così te Galatea, da questa ancella

Alma divello e toglio,

E rompo et apro i ceppi e la prigione,

E mi rendo a me stesso, a la ragione,

Di cui donna mi priva.

Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva.

Come dispiego e snodo,

Né dopo li raccolgo,

Questi tre fili intorno a questa riva;

Così del cor l’indissolubil nodo

In tutto i’ tronco e sciolgo,

Che fece Galatea d’un bel crin d’oro

Per man d’Amor, del cui vago lavoro

Natura in sé gioiva.

Odi, Proteo, odi, Proteo, esci a la riva’.

Poi che così cantato arai tre volte,

E girato l’altar tre volte, e sparso

Il cenere raccolto, un lauro ancora

Ardi, che suol mostrar le cose occolte;

Il quale a pena fia pur tocco et arso,

Che l’udirai scoppiar tre volte: allora

T’inchina, e ’l don ricevi, e saprai come

In te più Galatea non viva, o regni:

Utile exempio agli altri amanti, e specchio.

Sempre lodato, o Mopso, il tuo bel nome

Sarà da tutti i pescator più degni.

Ecco ch’io t’obedisco, e m’apparecchio.

Va pur, Meri, va pur; troppo guadagno

Farai, prima ch’asconda il sol la fronte.

Io parto: ecco Licota il mio compagno,

Che ne porta per ber l’acqua dal fonte.