Egloga VI
Perché sì tardi a noi ritorni, o Crati?
Quattro giorni son già, che la tua rete
Senza te sovra i remi al lito pende.
Più tosto io non potei: cotanto irati
Soffiaro i venti e fur l’onde inquiete,
Che sapendo qual fé dal mar s’attende,
Scioglier non volli da Pozzuolo il legno;
Né men venir potea scorto dal piede,
Fatto per gli anni grave in tutto e lento.
Lasciar più senza te ben era indegno
Questa piaggia gentil, di cui non vede
Più bella il sol, né fiede l’onda o ’l vento.
Già mi piacque pescar per queste arene:
Or son a tal, che volentier vorrei
Girmene a qualche alpestra erma pendice.
Passata è la stagion che le Sirene,
Che Teti e Proteo e Glauco e gli altri Dei
Si stavan qui nel buon tempo felice.
Di’, Crati mio, così non torni mai
Vota dal mar la rete, e sempre sia
Fortuna al tuo desir larga e cortese,
Onde fu il luogo in pregio? io so che l’hai
Pur a mente e nel core; et onde pria,
Che ben tu ’l puoi sapere, il nome prese?
Posson cotanto in me le tue parole,
Caro Melanto, e tale è l’immortale
Memoria de la ninfa onesta e bella,
Ch’io tel dirò, mentre ne vieta il sole
Quest’elce, s’or pur mi rimembra tale
Qual l’udi’ ne l’età fresca e novella.
Leucopetra fu già tra le marine
Ninfe la più leggiadra e la più fera,
Di cui la riva intorno e gli orti e ’l prato,
E l’antro che qui vedi, e le vicine
Acque del puro fonte, e ’l bel luogo era.
Di costei, come volse Amore e ’l fato,
Arse Vesevo, et arse ancor Sebeto
Di Partenope figlio e di Nettuno,
E di Vulcano l’altro e di Resina:
E benché fu l’ardor lungo e secreto,
Né mai voce di pianto, o priego alcuno
Piegaro la donzella aspra e ferina,
Anzi l’ira crescea con la bellezza
Che fea le fiamme altrui più vive ardenti,
Onde a ragion da l’altre sue compagne
Pietra chiamata fu da la durezza;
Gli afflitti amanti di dogliosi accenti
Empìano intanto i liti e le campagne;
Né mostro in mar sì novo e sì crudele
Rimase, o scoglio pur sì duro intorno,
Ch’a pianto et a pietà non si movesse
De l’amorose lor triste querele.
Ecco che per l’arena uscita un giorno,
Lasciando fiamme ne’ vestigi impresse,
Cogliendo conche gir sola e romita
Vider la ninfa, e spinti dal desire
Che mosse il piè le son da presso inseme,
Con lagrime e sospir chiedendo aita
Al troppo indegno lor grave martire.
Vorria fuggir la giovenetta; e teme
Che non procacci a se medesma danno.
Infra due sta sospesa; or ferma or spinge
Il piè più oltra; al fin fatta secura
Da la desperazione e da l’affanno
Che in lei varii pensier forma e dipinge
(E pensando divien più sorda e dura,
Anzi più cruda a se stessa e nemica),
Fugge pallida e smorta, ancor che tarda
Fuggir le par, ché fin porger non pote
A quel che brama, e indarno s’affatica,
Ché l’arena a la fuga il piè ritarda:
E piangendo le guancie e ’l crin percote.
Seguon gli amanti, a cui la speme aggiunge,
Come il timor a lei, più lena e forza;
Ma di costoro è più veloce il corso,
Perché lo spron d’amor gli spinge e punge.
Ella in van di campar s’ingegna e sforza,
Ch’or l’un l’è sovra or l’altro, e pur soccorso
Chiama, né mai verun soccorso appare.
Già già par che la stringa or quegli or questi.
Da la fatica al fin vinta ritenne
Il passo, e stanca poi ne viene al mare,
E dice: «O Dio, se mai priego intendesti,
A cui lo scettro in alta sorte venne
De l’ampio ondoso regno, odi il mio solo;
E voi, o figlie di Nereo, ch’alzate
Da l’onde il capo al suon de la mia voce,
Movete ogni onda, e sia fine al mio duolo,
Che venga ad inghiottirmi, o pur cangiate
Quel solo in me, che sì m’offende e noce».
Né disse più, ché fu tronca e percossa
La preghiera dal pianto; e già rivolto
Per tuffarsi ne l’acque avendo il passo,
Ecco le corre un giel per mezzo l’ossa,
Et immobil divien: ché ’l petto il volto,
Fatta exangue e già grave, un novo sasso
Le copre e cinge; e come vedi ancora
In testimon di sua durezza eterno,
Ignuda e Bianca Pietra appare in vista.
Restan, com’ella, fredda selce allora
I gioveni infelici, e sì l’interno
Martire occupa i sensi, e sì gli attrista,
Che pur non sanno ben come dagli occhi
Si sia lor tolta, e come aprir le porte
Debbiano al duol che li consuma et ange.
Chiamano il ciel crudel, crudeli e sciocchi
Chiaman se stessi, e più crudel la morte
Che ’l filo al viver lor non tronca e frange.
Aman la pietra ancor, né mai baciarla
Restan dintorno; e mentre l’un col pianto
La bagna, co’ sospir l’altro l’asciuga,
E s’hanno ardir talor pur di toccarla,
Senton sotto l’alpestro e duro manto
Di lei, che trema ancor, l’antica fuga.
Né di tante fatiche altro lor resta,
Che voglia di morir, né questo ponno
Pur impetrar dal ciel, che giunga a riva:
Che quanto più la vita aspra e molesta
Cercan finir fuggendo il cibo e ’l sonno,
Tanto la vita al duol sempre è più viva;
Né veggion sì riposta arena o scoglio
Ove l’amato e bel nome scrivendo
Non vadan sempre, e ’n questa e ’n quella parte
Lascian memoria ognor d’alto cordoglio
Con lamenti e sospir l’aria rompendo.
Ma perché dir non posso a parte a parte
Quel ch’avenne di lor, ché già dal cielo
Cadut’è l’ombra, un altro dì t’aspetto,
Ma non senza però nassa o tridente,
Ad ascoltar, se pur dai fede al pelo,
E ne fie quest’arena e seggio e letto.
Ahi cor di smalto, ahi cor che nulla sente!
Et è pur dunque ver che in sì tranquilla
Piaggia, che in sì bel lito, un tempo nacque
Ninfa crudel più di Cariddi e Scilla?
Si partì l’uno e l’altro in tanto, e tacque.