Egloga VII

By Berardino Rota

Passar quest’onde e gir di riva in riva

Convien, Melanto, e ’n più secura arena

Spiegar le reti et oprar l’amo e l’esca.

Chi vuol viver così, per me si viva,

Io già non voglio: andrò dove mi mena

Il nemico destin; poiché non pesca

Uom qui dintorno, che la preda a forza

Nova arpia non gl’invole, e nova sfinge,

E renda il suo sperar vano e fallace.

Quella cagion che fa dolerti e sforza,

O Crati, a lamentar, quella mi spinge

A tacer mal mio grado. O lieta pace,

O felici ore, o mia vita beata,

O cari scogli, o dilettosa piaggia,

O dolce lito mio, chi mi ti toglie?

O vecchiezza deserta e sconsolata,

O veramente fera erma e selvaggia,

O ben mostro infelice! A che non scioglie

La vita mia, serbata a veder questo,

Il duol, che ’l poria far, ma nol consente,

Acciò ch’io porti a forza il fascio e ’l peso

Di questa età più grave e più molesto!

Scaccia questi pensier ch’ognor la mente

Combatter veggio, e t’han già vinto e preso,

Ch’a te per favellar d’altro ne vegno.

Ben ti dei ricordar quel che l’altr’ieri

Mi promettesti dir sotto quell’elce.

Deh su, comincia omai, mentre il tuo legno

Traggon del mare al secco Aminta e Meri,

Et io m’appoggio a la vicina selce.

Or poi che pietra i dolorosi amanti

Vider la cara donna, e in van chiamaro

L’amato nome, e lungo strazio e guerra

Fero a se stessi con sospiri e pianti,

Ecco dal duol Vesevo interno amaro

Rotto già cade, e poi tosto da terra

Sorge, e crescendo d’ora in ora un monte

Rassembra in vista, et è la barba il crine

Selva già fatta che ’l circonda e cigne.

L’ossa divengon sassi, e in due la fronte

Parti si parte, e ’l miser tutto al fine

Rivolto in nova forma in un si strigne;

Ma, quel che parve più meraviglioso,

L’ardor, ch’intorno il cor via più s’infiamma

Dal vento di sospir, lunga stagione

Tra le vene restò più forte ascoso,

E sospirando uscì la chiusa fiamma

Del monte fore, e già mi disse Egone,

Che l’avo gliel contò, ch’insino al sasso

De la cangiata ninfa e lungo il lido

Mandò prima faville, onde ancor Arse

Vedi le Pietre star di passo in passo.

Né dopo molto poi s’intese il grido

Che cotante dal cor lagrime sparse

Sebeto, che ’l cordoglio in mezzo il foco

Del petto, contra il natural costume,

Ratto di pianto ampio ruscello aperse:

Ond’egli dileguato a poco a poco,

E liquido già tutto, in picciol fiume,

Ch’ancor serba il suo nome, si converse;

E parte e riga presso il bel paese

Rendendo viva e rugiadosa l’erba

Col pianto suo, finché raccolto in seno

È dal padre Tirren pronto e cortese.

E qualor li sovien de l’empia acerba

Sventura de la ninfa, irato e pieno

Correndo oltra l’usato, in vista sembra

Rompere a forza il bel prato vicino

E far oltraggio al margine fiorito.

Deh, Crati, non più, no, che per le membra

Ir sento non so che, che già vicino

I’ corro a morte in me stesso smarrito.

Se tolta pur la fredda e lunga etate

La memoria non m’ha con l’altre cose,

Soviemmi ancor, ch’al più cocente sole,

E ben di pianto degna e di pietate

È la memoria, in voci alte e dogliose

Disse Sebeto un dì queste parole.

O sorda più del mar, nata di scoglio,

Nutrita di velen da le balene,

Deh ferma il passo, e rompi il duro orgoglio.

L’istoria de le lunghe aspre mie pene

Non ti dirò, che annoverar sarebbe

Tutte di Libia le minute arene.

Basti saver, che ben mi si devrebbe

Giusta pietà da que’ begli occhi onesti

Onde la fiamma al cor ne venne e crebbe.

So che conosci Alcippe, e ch’intendesti

Quanto ardea già di me, né mai la volli:

Così l’anima mia legar sapesti.

Omai ti san chiamare i sassi, i colli:

Tante volte i’ ti chiamo, e così spesso

Son da questi occhi il dì bagnati e molli.

Io son Sebeto tuo, se pur me stesso

Conosco bene, e tu ’l conosci; ascolta:

I’ son quel ch’era dianzi, i’ son quel desso.

Questa colomba ch’a la madre ho tolta

Staman del nido, e tra fior bianchi e gialli

Questa ghirlanda in mille nodi avolta

Io t’ho serbato, e questi be’ coralli

Purpurei e bianchi, che del nostro mare

Colsi l’altrier ne’ lucidi cristalli.

È ombra, anzi non è quel ch’esser pare

Quel ch’ir ti fa superba; è men d’un fiore,

Che non sarà diman com’oggi appare.

Non vive sempre il bel vivo colore

Del giglio e in un matin la spina perde

Il tesor de le rose, il breve onore.

A pena vien tra noi, che si disperde,

E quasi insieme appare e si nasconde

Mortal beltà, ch’a un punto è secca e verde.

Nettuno è il padre mio, re di quest’onde;

Né pescator è qui presso o lontano,

Che più di me di nasse o reti abonde.

Chi nuota più, chi più destra la mano

Tiene al pescar, sia pur la notte o ’l giorno,

Sia pur turbato il mar, sia queto e piano?

Deh vieni omai: la piaggia, il lito intorno

Ti chiama meco a l’ombra, et io ti chiamo

Di questo lauro di be’ rami adorno,

Poiché lasciai per te già l’esca e l’amo.

Non disse più, ch’udir ben si potesse,

Perché troncando il suon de’ suoi lamenti,

Eco mossa a pietà per tutto il colle

Con voci rispondea flebili e spesse;

Né pietra il monte avea che de’ cocenti

Sospir non s’infiammasse, o fatta molle

Non fosse da l’umor degli occhi suoi.

Questo fu il fin de’ gioveni infelici,

Misero exempio di dolore eterno.

Io non curo altro più: se meco vuoi,

Potrai venir, ché in liti più felici

Pescar ne fie concesso e state e verno.

Verrò dovunque andrai; ma perché temo

Che non m’aspetti indarno al lito Iola,

E sfornita ho la barca, e rotto un remo,

E la rete lasciai bagnata e sola,

Diman poi ragionar di ciò potremo.