Egloga VII
Passar quest’onde e gir di riva in riva
Convien, Melanto, e ’n più secura arena
Spiegar le reti et oprar l’amo e l’esca.
Chi vuol viver così, per me si viva,
Io già non voglio: andrò dove mi mena
Il nemico destin; poiché non pesca
Uom qui dintorno, che la preda a forza
Nova arpia non gl’invole, e nova sfinge,
E renda il suo sperar vano e fallace.
Quella cagion che fa dolerti e sforza,
O Crati, a lamentar, quella mi spinge
A tacer mal mio grado. O lieta pace,
O felici ore, o mia vita beata,
O cari scogli, o dilettosa piaggia,
O dolce lito mio, chi mi ti toglie?
O vecchiezza deserta e sconsolata,
O veramente fera erma e selvaggia,
O ben mostro infelice! A che non scioglie
La vita mia, serbata a veder questo,
Il duol, che ’l poria far, ma nol consente,
Acciò ch’io porti a forza il fascio e ’l peso
Di questa età più grave e più molesto!
Scaccia questi pensier ch’ognor la mente
Combatter veggio, e t’han già vinto e preso,
Ch’a te per favellar d’altro ne vegno.
Ben ti dei ricordar quel che l’altr’ieri
Mi promettesti dir sotto quell’elce.
Deh su, comincia omai, mentre il tuo legno
Traggon del mare al secco Aminta e Meri,
Et io m’appoggio a la vicina selce.
Or poi che pietra i dolorosi amanti
Vider la cara donna, e in van chiamaro
L’amato nome, e lungo strazio e guerra
Fero a se stessi con sospiri e pianti,
Ecco dal duol Vesevo interno amaro
Rotto già cade, e poi tosto da terra
Sorge, e crescendo d’ora in ora un monte
Rassembra in vista, et è la barba il crine
Selva già fatta che ’l circonda e cigne.
L’ossa divengon sassi, e in due la fronte
Parti si parte, e ’l miser tutto al fine
Rivolto in nova forma in un si strigne;
Ma, quel che parve più meraviglioso,
L’ardor, ch’intorno il cor via più s’infiamma
Dal vento di sospir, lunga stagione
Tra le vene restò più forte ascoso,
E sospirando uscì la chiusa fiamma
Del monte fore, e già mi disse Egone,
Che l’avo gliel contò, ch’insino al sasso
De la cangiata ninfa e lungo il lido
Mandò prima faville, onde ancor Arse
Vedi le Pietre star di passo in passo.
Né dopo molto poi s’intese il grido
Che cotante dal cor lagrime sparse
Sebeto, che ’l cordoglio in mezzo il foco
Del petto, contra il natural costume,
Ratto di pianto ampio ruscello aperse:
Ond’egli dileguato a poco a poco,
E liquido già tutto, in picciol fiume,
Ch’ancor serba il suo nome, si converse;
E parte e riga presso il bel paese
Rendendo viva e rugiadosa l’erba
Col pianto suo, finché raccolto in seno
È dal padre Tirren pronto e cortese.
E qualor li sovien de l’empia acerba
Sventura de la ninfa, irato e pieno
Correndo oltra l’usato, in vista sembra
Rompere a forza il bel prato vicino
E far oltraggio al margine fiorito.
Deh, Crati, non più, no, che per le membra
Ir sento non so che, che già vicino
I’ corro a morte in me stesso smarrito.
Se tolta pur la fredda e lunga etate
La memoria non m’ha con l’altre cose,
Soviemmi ancor, ch’al più cocente sole,
E ben di pianto degna e di pietate
È la memoria, in voci alte e dogliose
Disse Sebeto un dì queste parole.
O sorda più del mar, nata di scoglio,
Nutrita di velen da le balene,
Deh ferma il passo, e rompi il duro orgoglio.
L’istoria de le lunghe aspre mie pene
Non ti dirò, che annoverar sarebbe
Tutte di Libia le minute arene.
Basti saver, che ben mi si devrebbe
Giusta pietà da que’ begli occhi onesti
Onde la fiamma al cor ne venne e crebbe.
So che conosci Alcippe, e ch’intendesti
Quanto ardea già di me, né mai la volli:
Così l’anima mia legar sapesti.
Omai ti san chiamare i sassi, i colli:
Tante volte i’ ti chiamo, e così spesso
Son da questi occhi il dì bagnati e molli.
Io son Sebeto tuo, se pur me stesso
Conosco bene, e tu ’l conosci; ascolta:
I’ son quel ch’era dianzi, i’ son quel desso.
Questa colomba ch’a la madre ho tolta
Staman del nido, e tra fior bianchi e gialli
Questa ghirlanda in mille nodi avolta
Io t’ho serbato, e questi be’ coralli
Purpurei e bianchi, che del nostro mare
Colsi l’altrier ne’ lucidi cristalli.
È ombra, anzi non è quel ch’esser pare
Quel ch’ir ti fa superba; è men d’un fiore,
Che non sarà diman com’oggi appare.
Non vive sempre il bel vivo colore
Del giglio e in un matin la spina perde
Il tesor de le rose, il breve onore.
A pena vien tra noi, che si disperde,
E quasi insieme appare e si nasconde
Mortal beltà, ch’a un punto è secca e verde.
Nettuno è il padre mio, re di quest’onde;
Né pescator è qui presso o lontano,
Che più di me di nasse o reti abonde.
Chi nuota più, chi più destra la mano
Tiene al pescar, sia pur la notte o ’l giorno,
Sia pur turbato il mar, sia queto e piano?
Deh vieni omai: la piaggia, il lito intorno
Ti chiama meco a l’ombra, et io ti chiamo
Di questo lauro di be’ rami adorno,
Poiché lasciai per te già l’esca e l’amo.
Non disse più, ch’udir ben si potesse,
Perché troncando il suon de’ suoi lamenti,
Eco mossa a pietà per tutto il colle
Con voci rispondea flebili e spesse;
Né pietra il monte avea che de’ cocenti
Sospir non s’infiammasse, o fatta molle
Non fosse da l’umor degli occhi suoi.
Questo fu il fin de’ gioveni infelici,
Misero exempio di dolore eterno.
Io non curo altro più: se meco vuoi,
Potrai venir, ché in liti più felici
Pescar ne fie concesso e state e verno.
Verrò dovunque andrai; ma perché temo
Che non m’aspetti indarno al lito Iola,
E sfornita ho la barca, e rotto un remo,
E la rete lasciai bagnata e sola,
Diman poi ragionar di ciò potremo.