Egloga VIII
Ecco la notte, il cui stellato manto
Dipingon mille ardenti e be’ colori:
Ecco ch’ognun s’acqueta, ecco che tace
E dorme ogni onda; io sol ritorno al pianto,
Esca sempre più nova a’ miei dolori;
Né posso meco aver mai tregua o pace,
O che rallegri il giovenetto giorno
Col primo sol l’oriental contrada,
O che l’ombra da’ monti il fosco velo
Dispieghi e stenda e chiuda l’aria intorno,
O ch’io peschi o ch’io nuoti, o posi o vada,
Tra speranza e timor, tra foco e gelo,
Un pensier mi combatte, un pensier solo
Mi sforza a doler sempre; e quand’io spero
Quetarmi in parte, allor veggio più nova
La fiamma in mezzo il cor, più forte il duolo,
E te più bella dentro al mio pensero;
Né cosa al mondo mi diletta o giova.
O Filli mia, che pro, s’ambo noi preme
Un pari giogo, un pari ardor riscalda,
S’un laccio et uno stral ne lega e punge,
Se l’alme nostre ognor vivono inseme,
Se quanto è più la voglia ardente e calda,
Tanto dal fin più la speranza è lunge?
Lasso, Filli, tu dormi, e mentre il sonno
Dintorno agli occhi tuoi forse volando
Di fiamma acceso è non men forte e viva,
Io qui dolente piango, e mai non ponno
Chiudersi gli occhi stanchi, e te cercando
Di piaggia in piaggia vo, di riva in riva.
Ma poi che non ti trovo in nulla parte,
Ché gelosia mel vieta, e mi ti toglie
L’empia matrigna, ovunque intorno al lido
Le tue vestigie scorgo impresse o sparte,
Orno di fiori e d’odorate foglie,
E con questi occhi poi le bagno, e grido:
«O Filli, ove ne vai? Qui potrai meco
Al mormorar di be’ puri cristalli,
Mentre a l’occhio del sole arde ogni cosa,
A diporto seder: questo è lo speco
Ove con Massa in amorosi balli
Vico si gode; ove Cermena ascosa
Giacque col suo Marisco, ove contento
E lieto il fece al fin; né molto poi
Cangiato fu per amoroso sdegno
Nel cristallino mar del bel Sorrento
D’Amalfi in sasso: Amalfi, che co’ suoi
Pomi, co’ suoi licori, in tutto il regno
Di Teti e di Nereo è la maggiore
E la più bella e più vezzosa maga.
Qui potrem consumar securi il die,
Né ci potrà veder altri ch’Amore.
Qui potrai, del mio strazio ingorda e vaga,
Udir l’istoria de le pene mie,
E quanto leve il dolce peso io senta.
Come dal dì che ’n mar ti vidi ignuda
Bagnar, tosto restai legato e preso.
E mentre tutta a le mie voci intenta
Forse starai men orgogliosa e cruda,
Di voglia onesta et amorosa acceso
Or i’ t’involerò quel bacio, or questo;
E frema pur il mar, soffi Aquilone,
Che non potran turbar l’alta mia gioia;
E ti vedrai da me cinto e contesto
Di mille il biondo crin varie corone;
E se da presso il mar ti darà noia,
Potrem salir su quel vicino colle,
Ove non mai verno nevoso e rio
Si sente, ove di piante giovenette
Si vede selva, che rigata e molle
È dal liquido piè d’un picciol rio,
Ricca d’eterni fior, d’eterne erbette.
Quindi Capri si vede in grembo a l’acque,
E Vesevo con l’una e l’altra cima
Alzarsi al cielo, e il monte più lontano
In cui Tifeo già fulminato giacque;
Ove Nice tra prime eletta e prima
Tranquilla il mar col dir dolce e sovrano,
E potrebbe quetar Cerbero irato:
Nice, che nova Safo il magno sposo
Ha tolto a morte e al mio Licida caro
De la rete toscana il pregio ha dato.
Quindi Procida ancor, quindi il fumoso
Solforeo colle, e ’l sempre ameno e chiaro
Pausilipo si vede, e ’l bel terreno
Che la nobil Sirena orna et onora
Col suo sepolcro e bagna il mio Sebeto.
Quindi Baia vedrai, quindi Miseno,
E Nisida, già ninfa un tempo et ora
Novello scoglio, e ’l picciolo laureto
De la figlia d’Amore e di Talia,
Egla, ch’a par del sol chiara risplende
Quando vien fuor de’ liti Eoi estremi,
U’ la sua pena insieme e dolce e ria
Licida piange, Licida, che fende
Primiero il nostro mar con toschi remi,
E pesca e nuota in disusati modi,
E sì canta talor, che ben diresti
Che torna altrui tosto quel canto a mente.
Lasso, ben parlo a l’onde; io so che m’odi,
O Filli mia; so che venir vorresti
Qui dove è Tirsi tuo, ma nol consente
La vecchia a’ prieghi miei sempre più dura.
Qual Austro il fior d’ogni mio ben disperde?
Qual aspe fiero morde et avelena
La vita mia, ch’a forza in fin qui dura?
La vita ch’al dolor sempre è più verde,
Deserto scoglio, abbandonata rena.
Ahi con quanta ragion piangendo, Meri,
Presago del mio mal, mi disse: «O Tirsi,
Fuggi Filli, per Dio: fuggi, ch’io veggio
Che di seguire il vento agogni e speri,
E non giova dapoi tardi il pentirsi,
Che ’l ciel t’è contra e ti minaccia peggio».
Misero, e chi m’ascolta, a che mi doglio?
Ecco sparita l’ombra, ecco il dì luce:
Forse Filli vedrò, che ’l mio cordoglio
Farà minor con la sua bella luce.