Egloga VIII

By Berardino Rota

Ecco la notte, il cui stellato manto

Dipingon mille ardenti e be’ colori:

Ecco ch’ognun s’acqueta, ecco che tace

E dorme ogni onda; io sol ritorno al pianto,

Esca sempre più nova a’ miei dolori;

Né posso meco aver mai tregua o pace,

O che rallegri il giovenetto giorno

Col primo sol l’oriental contrada,

O che l’ombra da’ monti il fosco velo

Dispieghi e stenda e chiuda l’aria intorno,

O ch’io peschi o ch’io nuoti, o posi o vada,

Tra speranza e timor, tra foco e gelo,

Un pensier mi combatte, un pensier solo

Mi sforza a doler sempre; e quand’io spero

Quetarmi in parte, allor veggio più nova

La fiamma in mezzo il cor, più forte il duolo,

E te più bella dentro al mio pensero;

Né cosa al mondo mi diletta o giova.

O Filli mia, che pro, s’ambo noi preme

Un pari giogo, un pari ardor riscalda,

S’un laccio et uno stral ne lega e punge,

Se l’alme nostre ognor vivono inseme,

Se quanto è più la voglia ardente e calda,

Tanto dal fin più la speranza è lunge?

Lasso, Filli, tu dormi, e mentre il sonno

Dintorno agli occhi tuoi forse volando

Di fiamma acceso è non men forte e viva,

Io qui dolente piango, e mai non ponno

Chiudersi gli occhi stanchi, e te cercando

Di piaggia in piaggia vo, di riva in riva.

Ma poi che non ti trovo in nulla parte,

Ché gelosia mel vieta, e mi ti toglie

L’empia matrigna, ovunque intorno al lido

Le tue vestigie scorgo impresse o sparte,

Orno di fiori e d’odorate foglie,

E con questi occhi poi le bagno, e grido:

«O Filli, ove ne vai? Qui potrai meco

Al mormorar di be’ puri cristalli,

Mentre a l’occhio del sole arde ogni cosa,

A diporto seder: questo è lo speco

Ove con Massa in amorosi balli

Vico si gode; ove Cermena ascosa

Giacque col suo Marisco, ove contento

E lieto il fece al fin; né molto poi

Cangiato fu per amoroso sdegno

Nel cristallino mar del bel Sorrento

D’Amalfi in sasso: Amalfi, che co’ suoi

Pomi, co’ suoi licori, in tutto il regno

Di Teti e di Nereo è la maggiore

E la più bella e più vezzosa maga.

Qui potrem consumar securi il die,

Né ci potrà veder altri ch’Amore.

Qui potrai, del mio strazio ingorda e vaga,

Udir l’istoria de le pene mie,

E quanto leve il dolce peso io senta.

Come dal dì che ’n mar ti vidi ignuda

Bagnar, tosto restai legato e preso.

E mentre tutta a le mie voci intenta

Forse starai men orgogliosa e cruda,

Di voglia onesta et amorosa acceso

Or i’ t’involerò quel bacio, or questo;

E frema pur il mar, soffi Aquilone,

Che non potran turbar l’alta mia gioia;

E ti vedrai da me cinto e contesto

Di mille il biondo crin varie corone;

E se da presso il mar ti darà noia,

Potrem salir su quel vicino colle,

Ove non mai verno nevoso e rio

Si sente, ove di piante giovenette

Si vede selva, che rigata e molle

È dal liquido piè d’un picciol rio,

Ricca d’eterni fior, d’eterne erbette.

Quindi Capri si vede in grembo a l’acque,

E Vesevo con l’una e l’altra cima

Alzarsi al cielo, e il monte più lontano

In cui Tifeo già fulminato giacque;

Ove Nice tra prime eletta e prima

Tranquilla il mar col dir dolce e sovrano,

E potrebbe quetar Cerbero irato:

Nice, che nova Safo il magno sposo

Ha tolto a morte e al mio Licida caro

De la rete toscana il pregio ha dato.

Quindi Procida ancor, quindi il fumoso

Solforeo colle, e ’l sempre ameno e chiaro

Pausilipo si vede, e ’l bel terreno

Che la nobil Sirena orna et onora

Col suo sepolcro e bagna il mio Sebeto.

Quindi Baia vedrai, quindi Miseno,

E Nisida, già ninfa un tempo et ora

Novello scoglio, e ’l picciolo laureto

De la figlia d’Amore e di Talia,

Egla, ch’a par del sol chiara risplende

Quando vien fuor de’ liti Eoi estremi,

U’ la sua pena insieme e dolce e ria

Licida piange, Licida, che fende

Primiero il nostro mar con toschi remi,

E pesca e nuota in disusati modi,

E sì canta talor, che ben diresti

Che torna altrui tosto quel canto a mente.

Lasso, ben parlo a l’onde; io so che m’odi,

O Filli mia; so che venir vorresti

Qui dove è Tirsi tuo, ma nol consente

La vecchia a’ prieghi miei sempre più dura.

Qual Austro il fior d’ogni mio ben disperde?

Qual aspe fiero morde et avelena

La vita mia, ch’a forza in fin qui dura?

La vita ch’al dolor sempre è più verde,

Deserto scoglio, abbandonata rena.

Ahi con quanta ragion piangendo, Meri,

Presago del mio mal, mi disse: «O Tirsi,

Fuggi Filli, per Dio: fuggi, ch’io veggio

Che di seguire il vento agogni e speri,

E non giova dapoi tardi il pentirsi,

Che ’l ciel t’è contra e ti minaccia peggio».

Misero, e chi m’ascolta, a che mi doglio?

Ecco sparita l’ombra, ecco il dì luce:

Forse Filli vedrò, che ’l mio cordoglio

Farà minor con la sua bella luce.