Egloga XI
O d’ogni alta virtù novo Oriente,
Giorno seren di nostra oscura etate,
Per cui vive valore e cortesia,
Chiaro Ridolfo, il cui bel raggio ardente
Ne mostra ognor di fede e di pietate
La già smarrita e traviata via;
A la cui ombra fido albergo eterno
Tien già la bella e gloriosa fronde
D’ogni celeste ben pregiato onore;
O che nel sacro universal governo
Circondato da cure alte e profonde
Consumi in bel guadagno i giorni e l’ore,
O che con calde e pie voci a Dio sparte
Spirando odor di vita almo e divino
Ne scopri in terra il ciel securo e vero,
O che di bei concetti orni le carte,
E vivi tal, che Celio et Aventino
T’aspettan degno successor di Piero;
Odi Licida tuo, Licida, a cui,
In quest’onde che varca, il duce il segno
Tu se’ più certo, odi il suo novo canto,
Poi che tien chiuse Amor l’orecchie altrui,
Se giovenetto stil di tanto è degno,
Se pur un pescator degno è di tanto.
Dove Sebeto in mar chiude il viaggio,
Cinto di salci e canne il picciol corno,
E fa bel ciò che riga e ciò che bagna,
Quando amabile e cara il caldo raggio
Ne fa più l’ombra e l’aura, e più dintorno
Par ch’arda tutto il lito e la campagna,
Stanchi già di pescare Ila e Fumone
Sotto una presso il mar cava spelonca
Fuggìan l’estivo ardor, quando a la riva
Sovra l’alga giacer veggion Tritone
Vinto dal sonno, e dietro avea la conca,
E seco ogni onda in mar queta dormiva.
Ecco che i pescator corrono e sono
Taciti presso a lui quanto più ponno,
E gli ruban la conca, e in bocca a pena
Se l’ha messa Fumon, che non più il suono
Rende qual suol, pur stride sì, che ’l sonno
Gli rompe, ond’egli desto e da l’arena
Risorto grida: «A che tentar volete
Quel che non lice? A me solo dar volse
Questo il padre Ocean: ma s’oggi forse
Voi bramate ch’i’ suoni, ecco che sete
Contenti, ecco ch’io suono’; e tosto tolse
La conca in man che ’l pescator gli porse,
Al cui strido ogni scoglio, ogni antro inseme
Rimbomba, e fuori al lito esce del fondo
Questo mostro e quel pesce, e dal più basso
Centro par che la terra e l’onda treme,
E scoppi l’aria e s’apra intorno il mondo.
Egli appoggiato in su l’arena a un sasso
Canta come già Peleo ingannar volle
Teti dormendo, e qual più d’una volta
Ella fatta or augello or tigre in tutto
Fe’ de l’amante il desir vano e folle;
E come al fin l’ebbe tra lacci avolta,
E di lei colse il desiato frutto.
Canta poi Bacco ritrovato al lito
Dai fallaci nocchieri, e canta poi,
Quando ei s’accorse del perverso inganno,
Come arrestar fe’ il legno e sbigottito
Lo stuol crudel rimase, che de’ suoi
Empi desir portò vergogna e danno;
Che mentre tenta l’uno i remi oprare,
Fatto nero si vede e già di spine
E di squame coperto, e quando spera
L’altro la fune in man prender, nel mare
Salta senza le braccia, e tutti al fine
Diventati delfin nuotano a schiera.
A questo aggiunge poi perché ne l’acque
Ino col suo figliuol già si sommerse,
E come lor cangiò l’aspetto e ’l nome
Il re del mar, ché così a Vener piacque,
E ’n questo e ’n quel Dio poi ambo converse,
E quanto pianta fu la ninfa, e come
Giunone irata le compagne sue
Augelli e sassi fece. E di te disse,
O Scilla, ancor qual fur dannose e vane
Le prighiere di Glauco, e che mal fue
Circe crudele, e ’n quanto duol poi visse
L’amante, quando in mar rabbioso cane
Latrar t’intese a torto, e poi che scoglio
Ti vide, quanto pianse, e quanto ancora
Ogni nocchier ti fugga, e perché festi,
Rimembrando di Circe il fiero orgoglio,
Senza compagni Ulisse. E come fora,
Venere bella, tu del mar sorgesti
Nata di spume, onde ’l bel nome hai preso.
Or in giovenco, or in delfin Nettuno
(Oh gran forza d’Amor!) muta e trasforma
Celeste cor da terrena esca acceso.
Or fa bifolco, or pescator Vertuno,
Or cangia Proteo in questa, in quella forma,
Et or Esaco in mar veste di piume,
E come Icaro a l’acque il nome diede.
Poi com’ogni onda al gran padre Oceano
È costretta obedir; perch’ogni fiume
Nasce da lui, perché a lui corre e riede,
E sia il cerulo Dio non mai lontano
Dal grembo de la sua bella Anfitrite:
E perché alberghi il sol seco, e com’esca
Fuor la mattina. Al fin gli occhi poi gira
Ove le chiome sue verdi e fiorite
Spiega e rivolge a l’onda pura e fresca
Pausilipo, ch’ancor piange e sospira
E grida. Ahi quanto in van Nisida amasti,
O Pausilipo, un tempo; ahi come spesso
Mentre ella era a seguir le fere intenta
Con le tue voci i suoi piacer turbasti!
Ah misero, ah dolente, a che te stesso
Cerchi perder seguendo? Indarno tenta
Ella da te fuggire; or basso or alto
Corre per tutto il colle, e non è valle,
Né si riposto speco, ove non entre
Sol per campar da l’amoroso assalto.
Dovunque torce il piè, par ch’a le spalle
Ad or ad or le sopragiunghi, e mentre
Crede lontan da te correr secura,
Ogni fronde, ogni fior che move il vento
La fa volger indietro, e ciò che intende,
Ciò che vede, l’apporta ombra e paura;
E quanto fugge più, tanto più lento
Le pare il corso, e se stessa riprende.
Ahi troppo incauto, ahi troppo fiero e crudo!
Tu segui chi non fugge? Ove ne vai?
Nisida è giunta al mar: come non vedi
Nisida tua già scoglio orrido e nudo?
Né fugge più, né te più teme omai:
E pur oltra la segui, e sì nol credi?
Volea dir più Triton, ma qui finìo,
Ché la voce e la conca nol sostenne,
E perché tosto a noi la notte venne,
Sen tornò poi nel mare ond’egli uscìo.