Egloga XII

By Berardino Rota

Aminta, ove ne vai solo e dolente,

Di lagrime bagnando il lito intorno

Ove vestigio uman nullo si vede?

Dov’è la canna tua, dove il tridente,

Con cui toglier solevi e notte e giorno

Al tiranno del mar tutte le prede?

Lasciami gir dov’il dolor mi guida,

Lasciami, Dafni, gir; forse ch’a morte

Pietoso de’ mie’ mali il piè mi spinge.

Amor la pena che nel cor s’annida

Non vuol ch’io scopra. acciò torni più forte,

Qual foco vien maggior s’altri il ristringe,

E pianga solo il mio solo cordoglio,

Né turbi col mio amaro il dolce altrui.

Sciogli il freno ai lamenti, apri il camino

Al pianto et ai sospir, ché teco io voglio

Pianger quel ch’ora son, quel che già fui;

Né ciò potrà vietarmi il fier destino.

A che più cerchi aggiunger duolo al duolo?

Lasciami pianger pur com’io piangea,

Poi che non so di cui lagnar mi debbia:

Anzi il so ben; convien pianga me solo,

Che più tardi ad Amor creder devea,

Né seguir l’ombra, et abbracciar la nebbia.

Odi, Aminta, per Dio; si sfoga il core

Con gli amici piangendo e giova spesso

Scoprir l’affetto ch’è nemico interno.

Trar bene anco del mar la canna fore

I’ non potea, quando mi fu concesso

E vederti e parlarti; e s’io ben scerno,

Da quel dì t’ho nel cor portato e porto.

Qual cagione a doler così ti mena?

Qual t’ha pensier così percosso e vinto?

Quella ch’ogni altrui gioia, ogni conforto,

Ogni dolce inacerba et avelena:

Misero e lagrimoso labirinto,

Fiera nemica di riposo e pace,

Guerra et orror de l’amorosa turba,

Nel più bel fiore ha secchi i miei desiri

Gelosia, ch’ogni speme ancide e sface,

Furia che più d’ogni altra il mondo turba,

Malvagia se si cela o se si scopre,

Nata d’odio d’invidia e di sospetto,

Madre di sdegno di vendetta e d’ira.

S’ha più forza il dolor quando si copre,

Ecco ch’io t’apro quanto chiude il petto,

E saprai come Amor mi volve e gira.

Vedrai che ’l duolo e ’l mal ch’or sì t’annoia

Fia sommo bene a par del mio tormento,

Vedrai come dal ciel si cade a terra,

Come ’l pianto restò, sparve la gioia,

Come la speme mia fu nebbia al vento,

Come trarmi di pace e pormi in guerra

Piacque al ciel, che ’l mio danno ha preso in gioco.

Deh non più no, per Dio, ché si rinfresca

La mal saldata piaga e sento un gelo

Ch’agghiaccia e stringe il core in mezzo il foco.

Io solo son d’Amor la fame e l’esca,

Trionfo al suo furore, in ira al cielo,

In odio al mondo, e di me stesso a sdegno;

Né quant’è in terra di dolcezza o bene

Può scemar del mio mal picciola parte.

A lo stral di fortuna immobil segno,

Un nemico pensier sempre mi tiene

L’assedio intorno a l’alma e ’n ogni parte

Mi fa temer di quel ch’io men devrei.

Mi fa talor veder quel che non veggio:

Né perché di sbandirlo in parte io tenti,

Posso far sì, che sempre agli occhi miei

Il più noioso il più nemico il peggio

La memoria non rechi e rappresenti;

E parer certo il dubbio, il falso vero

Mi fa talora, e vaneggiando sempre

D’uno in altro timor mi torce e svia.

Misero me, che più possente e fero

Strazio m’afflige in disusate tempre:

Ché se forse pensier nel cor si cria

Che un sol possa scemar de’ miei dolori,

Un altro poi par ch’interrompa e tolga

Ogni quiete ogni dolcezza a l’alma;

Che la mia bella et infedel Licori

Mi forma tal, che par che rompa e sciolga

Il dolce nodo e doni altrui la palma.

Come s’a mar tranquillo, a ciel sereno,

Ne vien rete talor colma di pesce,

Che l’aspetta con alto e lieto grido

La stanca turba e par che l’apra il seno;

Poi ecco l’aria e ’l mar commove e mesce

Repentina tempesta e trema il lido;

Così la cara mia preda amorosa

Tolta mi fu, così la dolce e lieta

Vita mia fu cangiata in pene e in pianto.

Deh ché più tosto sotto questa ombrosa

Spelonca, mentre l’onda è muta e queta,

Non sedemo a cantare? E sì col canto

Farem minor la nostra pena acerba,

Poi che cantando il duol si disacerba.

Se dal lito venisse

Oggi Cloride qui dov’io mi sono,

Di questo e quel martire

Ch’ella mi dà ben le darei perdono;

Né curerei ch’allor l’alma sen gisse,

Pur che ’l timor finisse col morire.

Se dal colle scendesse

Oggi Licori qui dov’io mi sono,

Di questo e quell’oltraggio

Ch’ella mi fa ben le darei perdono;

Né curerei che morte mi giungesse,

Purché ver me volgesse il suo bel raggio.

Deh perché ’l dì che volse

Amor ferirmi a l’aria del bel volto,

Cloride mia col cor pur non mi tolse

E l’intelletto e ’l senso?

Ch’a pensar non avendo a quel ch’io penso,

Tornerei a la rete onde son tolto.

Deh perché ’l dì che i venti

Sen portaro la fé ch’a vile avesti,

Licori mia, né già però ten penti,

Così con la mia speme

Non sen portaro i miei pensieri inseme?

Ché con gli altri pescar tu mi vedresti.

Se talor pesce in mare

Si move, o scuote fronda in ramo, ognuna

Subitamente pare

Che corra ad involarmi

Cloride mia; né pur oso fidarmi

Del mio penser, ch’ei non l’involi ancora.

O nova pena et una,

Temer ognun, ma più se stesso ognora!

S’avien che fremer onda,

O spirar aura intorno al lito io oda,

Par ch’ognuna risponda

E dica: altrove è volta

Licori tua, né già più Dafni ascolta:

D’altri fia il pregio di sì lungo affanno.

O nuova d’Amor froda,

Che l’onde e i venti ancor guerra mi fanno.

Pescatori, ch’andate

Per queste piaggie errando,

S’asciugar vi volete

Quando dal mar tutti bagnati sete,

Deh ché non v’asciugate

Nel foco di sospir ch’io dal cor mando?

Pescatori, ch’andate

Nova preda cercando,

Se troppo alte inquiete

Vi paion l’onde ove pescar solete,

Deh perché non pescate

Nel mar che da questi occhi io verso e spando?

Soave è veder l’onda or basso or alto

Ripercoter gli scogli e starne lunge.

Soave è spesso ancor la rimembranza

Del già passato tempestoso assalto,

Quando a lito nocchier pallido giunge,

Cui mancò dianzi in tutto la speranza

Di mai più riveder l’aer natio.

Soave udir gli augei che per la riva

Cantan piangendo (e sì son anco amici)

Lor fidi amori e, mentre al tempo rio

Pendon sul nido, in flebil voce e viva

Acquetan l’onde e fanno i liti aprici;

Ma via più Dafni il tuo canto è soave.

Dolce è vedere il mar da l’aura amica

Mover, disteso in bel fiorito prato

Chinando il ciglio di pensier già grave

Al suon de l’onde, e par ch’Amor gli dica:

Teco son io con dolci sogni a lato.

Dolce è veder di fonte in chiaro fondo

Ninfa che lavi le sue membra ignuda,

E ne copra talor, talor ne mostri

Del bel fianco l’avorio intatto e mondo,

Pietosa in parte dolcemente e cruda,

E l’acque indori, inalabastre, inostri:

Ma via più dolce e più soave assai,

Aminta, è il tuo cantar, che la smarrita

Moglie ch’Orfeo lasciò ritolto avrebbe.

Or poiché il sol quasi già stanchi i rai

Per riposar tramonta, e ’l mar m’invita

Al suo trastullo, e contrastar sarebbe

Peccato e fallo, andrò dov’è la barca,

Se posso di me stesso esser pur donno.

Et io con l’alma al suo ben pigra e parca

Resterò qui: forse quest’occhi ponno

Chiudersi per pietate almen del sonno.