Egloga XIII

By Berardino Rota

Berino, dove se’? Berino, in vano

Cerchi te stesso: ahi tu non se’ qual eri,

Berino, no, che tanto oggi ti lagni.

Poi ch’io non scoppio per dolore, o mano,

O ferro, a che più tardi, e che più speri?

Orsù, canta piangendo, e mentre piagni

Sian l’arene e gli scogli i tuoi compagni.

Poiché Pocilla mia più non m’ascolta,

A voi parla Berino, o onde, a voi

Onde, dal pianto suo fatte maggiori;

Voi, che l’udiste già più d’una volta

Cantar l’alte sue gioie, i piacer suoi,

Udite, udite i suoi novi dolori,

Mentre mille per gli occhi e mille fiumi

Versano i tristi e lagrimosi lumi.

Deh mentre piango intorno a queste arene

Non n’esca a lito mai pur una fore,

Ché ’l foco che dal cor lampeggia e vène

Vi farebbe poi gir tutte in ardore:

Il foco che più viva ognor mantene

La bella stampa che m’impresse Amore

In mezzo il cor con man sì salda e forte,

Che non la pò tor via tempo né morte.

A che per me ten parti, e torni, o sole,

Se non ponno aggiornare i tuo’ be’ rai

L’eterne notti di quest’occhi orbati?

Che pote il mondo aver che mi console?

Chi può dar fine a gl’infiniti guai?

Nulla sono per me le stelle e i fati:

Tutto quel ch’ora io son langue e si tace;

Tutto quel ch’era io, sotterra giace.

Pocilla, senza te deserto e cieco

Quanto dopo mirai sempre mi parve:

La vita mia tu ten portasti teco:

Quel che Berino fu, teco disparve.

Per tormi venne ben Morte, ma seco

Poi non mi volse, ché sì mesta apparve

A lei l’imagin mia, ch’ebbe timore

Non l’uccidesse meco il mio dolore.

Lasso, chi ’l crederà? Quanto altrui piace,

Quanto altrui giova, a me rincresce e noce.

O qual di morte fu duro lo sdegno!

O come fu ’l mio ben corto e fugace!

Piacciati questa amica ultima voce,

O Pocilla, gradir dal tuo bel regno,

Ove perde il destin, perdono i lustri,

Ove altro mare, ov’altre piaggie illustri.

Ove del sol più luminosa e bella

Ti fa la tua virtù vivace ardente;

Ove lieta stagion sempre novella

Godi sovra il mortal vaga e lucente;

Ove nova a nocchier felice stella,

Perpetuo seren, novo Oriente,

Oriente e seren ch’altrui riluci,

Ma solo a me tempesta e notte adduci.

Quando fia mai che da te lunge asciutto

I’ porti il viso? O dal dolore interno

Respiri un punto a me stesso nemico?

I’ pur dianzi era teco intero e tutto,

Or men che mezzo, anzi son vivo inferno;

Né pò il tosco e l’assenzio ond’io nutrico

Tutti i pensieri miei, tutti i desiri,

Addolcir quanto, o sol, tu scaldi e giri.

Ma che sperar, ma che bramare in terra

Senza te posso? Ecco di doglie in doglie

Rinasco sempre, e d’una in altra guerra;

Né ’l mio nodo vital Morte discioglie,

Anzi di me trionfa, e non m’atterra.

O vita, o pace mia, chi mi ti toglie?

Ove se’ tu? io, lasso, ove rimango?

Tu perla orientale, io rena, io fango.

Chi del mio gran tesoro a mio gran danno

S’è voluto arricchire? O morte acerba,

O stelle invidiose, o fier destino,

Ben opraste ver me forza et inganno.

Non è qui conca, o filo d’alga o d’erba,

Non è speco lontan, scoglio vicino,

Che te meco non pianga e ’l tuo bel nome

Non chiami ognor, ma non saprei dir come.

Ahi quante volte, e non mi sogno, io sento

Nettuno e Glauco e ’l gran Pastor del mare

Empir il ciel di flebile lamento,

Poiché t’han cerca, e non ti pon trovare;

E Dori e Teti, il biondo crine al vento,

Sparso e lacero il sen, con larghe amare

Lagrime gir correndo il lito intorno,

E far, squarciato il viso, al mar ritorno.

Dove se’, mio bel sol, dove sparito?

Per te mi piacquer già l’arene e l’acque.

Ben ti cerco io, ma in nulla parte spero

Trovarti qui. Deh qual tronco e romito

Lasciasti il viver mio, che sol mi piacque

Per goder te? Per te lieto et altero

Men giva de la rete e de la canna:

Or l’una e l’altra a pianger mi condanna.

Ma sarà ben ch’io posi e ch’io mi stenda

Su quest’arena breve spazio, e mute

Altri versi, altre note: il fier costume

Forse anco muta il cor perché riprenda

Lena a dolersi. Or tu forza e virtute

Dammi dal cielo, o dolce, o caro lume,

Insin ch’io mi dilegui e mi consume.

Per te la pescagion, per te del mare

Fu l’arte in pregio e di tutt’altre in cima:

Per te la piaggia, il lito insieme andare

Ben potea con città nobile e prima;

E con le cose più leggiadre e care

Gir quelle che men pregia il vulgo e stima:

Tu sola far potei di bassa e vile

Ogni cosa in un punto alta e gentile.

Et è pur ver che non mi sia concesso

Guardar i luoghi ove talor ti vidi?

E se pur l’occhio va contra se stesso,

Riempio l’aria di dogliosi stridi,

E tutto da me lunge et a te presso

Esclamo e dico: o dolci, o cari nidi,

Onde al celeste suo aer felice

Tornò la mia gentil bella Fenice!

Or chi mi vieta il gir, chi mi ritiene,

Chi chiude il passo, o chi raffrena il corso?

Un uom fuor d’ogni aita e d’ogni spene

Devrebbe aver da morte almen soccorso.

Chi per la vesta e per lo crin mi tiene

Che da Capre o dal Gallo o da Caporso

Non mi gitti nel mar dov’è più alto?

Fora ben dolce e ben gioioso il salto.

Forse chi sa, se nova Dea fra l’onde

Io ti trovassi, e m’acquetassi in parte?

E pur non mi sovien che mi t’asconde

Oscuro sasso, e solitaria parte.

In tanto di lontan voce risponde

E dice: non ti giova o studio od arte;

Misero, chi tu cerchi or è nel cielo,

E le Grazie hanno in Cipro il suo bel velo.

Il velo, in cui tutto ’l più bel ripose

Venere insieme con le Grazie a gara,

E chiuser fra la neve eterne rose,

Robini e perle in poca parte e cara.

O belle, o non più viste al mondo cose,

Per cui del ciel la luce oggi è più chiara,

E morte a doppio ingiuriosa e dura,

E la mia vita inabissata oscura!

Deh perché non son io come colei

Che vide in sonno e poi trovò lo sposo

Sommerso in mare e per favor di Dei

Or piange augello il suo stato doglioso?

Che via più lungamente piangerei

I miei fedeli amori e l’amoroso

Naufragio mio; ma tu ten gisti al porto,

Io rimasi nel mar fra vivo e morto.

Quanto t’invidio, o ben coppia felice,

A cui sposi et augelli un letto, un nido

Comun fu sempre, a cui cantando lice

L’onda quetar quando più batte il lido.

Lasso, perché di me fosti, o Ceice,

Più fortunato? se più caro o fido

Di me non fosti a la tua bella ninfa:

Io ’l giuro per quest’aria e questa linfa.

Io perché son dal mio gran ben disgiunto,

Tu vivi ognor col tuo? O perché io,

Come tu, pur non mi sommersi a un punto

Nel profondo ocean del pianto mio?

Ben potev’io sforzato esser e giunto

Dal vento de’ sospir, cui pote il Dio

Ceder come men forte a gran ragione,

Che frena et Euro e Noto et Aquilone.

In fin al cielo alzar l’onda potrebbe

La forza de’ sospir ch’esce del core,

E l’Euxino e l’Egeo picciol sarebbe

Campo per dar il corso al suo furore;

E se ciò far non valse, almen devrebbe

Cenere or farmi il sospiroso ardore.

Ho pur udito dir che Vesevo arse,

E quasi al ciel mandò le fiamme e sparse.

Chi crederà che ’l mar languidi e neri

Produca pesci e monstruose larve

Dal dì che ten partisti? E pur l’altr’ieri

L’onda di pece e solfo in vista apparve:

Febo pallido mosse i suoi corsieri,

Coperti tutti a brun, da l’acque e parve

In guisa tal, come quel dì ch’al fiume

Cadde il figliuol che sì mal resse il lume.

Più non odo cantar com’io solea,

Accordando con l’onde il dolce canto,

Melite, Lalla, Tolla, Afra e Rotea,

Compagne che t’amaro e pianser tanto;

Con cui, qualora il sol girato avea

La sua quadriga e gìa spiegando il manto

La notte a l’ombre e ’l dipingea di stelle,

Opre solei tu far maestre e belle.

Talor bagnar la rete al mar solevi

Con Milla tua fedel casta compagna,

E ’l giorno poi s’a noia il lito avevi,

Ten givi a spaziar per la campagna,

E questo fiore e quel vaga coglievi;

Or poggiavi a la villa e, più d’Aragna

E di tutt’altre dotta in bel lavoro,

Il filo ornavi a par de l’ostro e l’oro.

Ma che non pote Amor, che far non pote

Forza d’impetuoso alto dolore?

Ecco che parla in favolose note

Divenuto poeta un pescatore.

Dove amoroso stral giunge e percote,

Il rozzo e ’l vile subito vien fore;

Et ho spesso cantar Licida udito

A guisa di città, non già di lito.

Qual giorno senza il sol, senza la luna

Notte, senza fior prato, o rio senz’acque,

Tal io rimasi in vesta vile e bruna

Al tuo partire; ogni augelletto tacque

Poi che tacesti, e tutte ad una ad una

Egla tronche le chiome in terra giacque;

Né valse Antiniana e Mergellina

A consolarla mai sera e mattina.

Chi poria dir quanto si dolse, e quanto

Pianse con bassa e lagrimosa fronte

Bagnuola tua? E fu sì largo il pianto,

Ch’accrebbe doppia vena al suo bel fonte.

Gli orti tinsero in nero il verde manto,

Gli orti tuoi cari; e ’l bel vicino monte,

Dapoi ch’oscura nebbia il ricoperse,

Tremò con suono orrendo, e poi s’aperse.

Et io perché, se più di tutti piango,

Se più di tutti a gran ragion mi doglio,

Non mi dileguo in pianto e non rimango

Fonte, se mille fonti agli occhi accoglio?

O vita, vita no, ma polve e fango,

Ecco a morte i’ mi dono, a te mi toglio.

A Dio scogli, a Dio mare, et a Dio venti,

A Dio reti, a Dio nasse, a Dio tridenti.