Egloga
Che vai facendo tu sì solitario
Filenio mio in questa solitudine?
Come s'avessi Amore e 'l ciel contrario
ti vego tutto pien d'amaritudine
e di trovarti sol forte sgomentomi,
amando sempre tu la multitudine.
Né, poi ch'i' ti cognosco mai rammentomi
vederti tanto macilento e palido,
unde io perciò di mala voglia sentomi.
Questo è qualche dolor mordente e valido
che ti fa gir pensoso e pien d'accidie,
con passi lenti et in effigie squalido?
Arebbe mai qualcun tese l'insidie
contra el tuo grege o fatto qualche strazio?
Ché sempre fra pastor regnano invidie!
Overo Amor, che mai si vede sazio
di far qualche pastor per boschi piangere,
t'ha tolto qualche tuo dolce sollazio?
Chi da gran passïon si sente tangere,
narrarla al suo amico è gran remedio
e invechiato dolor si puol mal frangere.
Sì che, caro fratel, non prendar tedio,
non ti far più pregar ch'i' son disposito
intendar dunde nasce un tanto assedio.
Non si può sempre stare in un proposito
e ciaschedun che vive, o car Silverio,
convien ch'or rida et or facci l'opposito.
Ma, poich'hai di saper gran desiderio
et essendo a me tu secreto sozio
et hai del mie concetto in man l'imperio:
chi Amor segue e 'l suo dolce negozio
sa' ben che sempre è magro e malinconico
nimico di piacer quïete e d'ozio;
parlar ti voglio aperto e non ironico
a ciò che 'ntenda ben ciò che mi macera
e la cagion ch'i' vo per selve erronico.
Benché tu sai chi la mie vita lacera,
pur, per mostrar quel che mi duole e dolsemi,
fuggiamo el sole a l'ombra di questa acera.
Tu sai gran tempo fa ch'Amore svolsemi
da libero camino e femmi servolo
a una che col sguardo el mie cor tolsemi.
El quale amor ancor nel petto observolo
e più assai che da lupi gli agnicoli
con vigilanzia dentro a me conservolo.
Perché e' costumi suoi alti e celicoli
voglian che sempre lei mi regga e domini
senza temer el ciel, morte o pericoli.
Saria mai quella che mi par si nomini
Lilia gentil, per la qual già rammentomi
vederti lieto assai più che gli altri omini?
Sì, quella è essa, e per lei ora stentomi
e mi consumo come el sale a l'umido
e quanto ho maggior doglia più contentomi.
E spesso gli occhi in lei pensando inumido,
che, se talvolta in qualche fonte spechiomi,
vego pel pianto el volto afflitto e tumido.
A nuove doglie ognor più apparechiomi
come colui ch'ha del suo ben inopia
e innanzi agli anni suspirando invechiomi.
Non sai, quando vederla avevo copia
per questi monti, quanto forte amavola,
più che 'l mie grege o che la vita propia.
Come le capre el sal, così bramavola
e teneami fra gli altri felicissimo
ognor che nel bel volto risguardavola.
Non fu aspetto mai tanto bellissimo
veduto in selve, in valli, in colli, in rivoli,
né sì benigno, grato et umanissimo.
Ché, se tutti e' pastori impii e malivoli
gli son contrarii, a un suo dolce ridere
li vence e placa e fagli a sé benivoli.
Un parlar savio e bel da·ffar dividere
le dure pietre e tanto sollazzevile
che potria senza doglia un omo uccidere.
Benigna, accorta, grata e amorevile,
cortese, umana, onesta e fra l'altre unica
di bellezze e di grazia e più piacevile;
duo occhi, che ciascun resplende e brunica
come duo stelle e nella faccia simile
a l'alba, quando a noi qui si comunica.
La bionda chioma in color non dissimile
a un perfetto, fino e lucido auro
ch'essar pastora non par verisimile.
Oh, chi l'avesse vista sotto un lauro
talvolta a l'ombra, al suon della suo fistola
cantar, non cercarebbe altro restauro.
Oh, quanto aresti grato aver già vistola
con l'altre suo compagne in queste veperi
cogliar erbette e fior, empir la cistola.
Non dico del ballar, ché capre e leperi
avanzaria saltando, et odorifera
più che serpollo e fummo di gineperi.
Non stava mai ozïosa o sonnifera,
anzi pronta alla cura pastoratica
e a tutto el paese salutifera.
Nissun diria l'è pastora o salvatica
vedendola cuscir, filare e tessare,
anzi nella città nutrita e pratica.
Pensa dunque fratel come può essare
ch'i' non ami costei, perch'è impossibile
un virtüoso amor col tempo stessare.
Or non è più da mie' occhi visibile;
così, piangendo, e' mie' affanni svarico
vedendo el mie sperar sempre fallibile.
Quinci sfogo e mie' guai e 'l mie rammarico,
suspiro e piango el mie longo discrimine
e del suo amor mi trovo ognor più carico.
Lei non rivego in questo nostro climine,
lei più non m'ama e io per queste grottole
vo stentando per lei senza mie crimine.
Lassato ho el canto e 'l recitar le frottole,
né so per consolarmi ove ricovere
se non fra fiere velenose e nottole.
Lassato ho el grege mio fra sassi e rovere
in mano de' lupi andare a suo dominio,
né mi curo se vuol tonare o piovere.
Se ben mi fusse fatto latrocinio
del latte, della lana e del mie zanio
non curo: vada el mondo in exterminio!
Questo ch'i' odo mi par tanto stranio
ch'i' mi sgomento udirti o car Filenio
e, quanto più ripenso, allor più insanio.
Ov'è la tuo saviezza, ove l'ingenio,
ove el tuo bon cervello, el tuo consilio,
el senno d'uno om già giunto al senio?
Tu agli afflitti suoli dare auxilio
e consolar ciascun che 'n pene trovasi
et or te stesso andar lassi in exilio.
Quanto più stimi el duol, tanto rinnuovasi
e de l'om la fortezza e la prudenzia
inelli affanni si cognosce e provasi.
Chi nel principio non fa resistenzia
al mal, adosso poi tanto s'invetera,
che non cura remedii o vïolenzia.
Ritorna al grege tuo, torna alla cetera,
atienti al mie consiglio e canta e giubila,
ché nuova occupazion scaccia la vetera.
Se talor, come vedi, el ciel anubila
ancor si schiara e la lana rinascere
ogni anno vedi, ancor la tosi e rubila.
E colei che ti fa piangendo irascere
ti farà ancor di gaudio el cor accendare;
va' via, rimena el tuo armento a pascere.
Per certo a questi dì mi parve intendare,
essendo io al mercato con mie sportole
piene di cascio e di capretti a vendare,
da certi ch'eran lì per vendar tortole
che l'era ritornata in queste selici
più bella e fresca assai che fior di mortole.
E, per mie fé, l'altrier, cogliendo felici
per far stramazzo a una capra gravida,
me la parve veder qui fra queste elici.
Parea ch'andasse sospettosa e pavida
fra se stessa pensando e, senza dubito,
di trovar non so chi parea forte avida.
E però certo crede che di subito
la vedrai presto quinci sopragiungere,
che so che la ti cerca e ciò non dubito.
Non voler al tuo mal più male agiungere,
torna al tuo grege et io via andarommene,
ché tempo è di dover l'armento mungere.
Va' in buona ora e io qui restarommene
solo e pensoso e della mia ventura
gridando infino al ciel lamentarommene.
Può essar Lilia mia che sia sì dura
verso chi t'ama assai più che se stesso?
Se se' qui ritornata alla verdura
perché vederti ormai non m'è permesso?
Col tempo ogni agro frutto si matura,
bellezza e crudeltà non stan ben presso.
Mostrati dunque al mie pregar umile,
ché sprezzare un suo servo è cosa vile.
S'alquanto el nostro amor ti sta a mente
perché non degni al tuo servo venire?
S'i' ti son come fui fedel servente
già non doresti a mie' preghi disdire.
Deh, vienne a me, deh, vienne, che nïente
alfin ti giovarebbe el mie morire.
Tu die' saper ch'aprezar non si suole
un servizio comprato con parole.
Spogliatevi arbusce' le verdi fronde,
spandete e' rami vostri in piana terra,
che forse infra di voi Lilia s'asconde
per farmi più crudele e mortal guerra.
Se se' qui ritornata ormai risponde,
risponde, dico, e crudeltà rinserra,
non mi far più chiamar ch'i' son già roco,
ché doppo el fatto el ben s'aprezza poco.
Poco mi val chiamar, a che pur chiamo?
A che pur grido? A che aspetto e spero
trovar viva piatà in seco ramo?
Ora comprendo bene, or so ch'è vero
che Lilia più non m'ama e non m'aprezza,
così el mie chiaro dì s'è fatto nero.
Io so che l'era in questi luoghi avezza
et è tornata e, se m'amasse alquanto,
non usarebbe a me cotanta asprezza.
So che la sente e mie' suspiri e 'l pianto,
ma del mie lamentar poco si cura,
che l'ha volto il pensiero in altro canto.
Qual pastor è, che tanto ben mi fura?
Misero me, chi mi fa tanto oltraggio?
O quanto poco un ben nel mondo dura!
Lilia tu hai pur preso altro viaggio,
tu m'hai a torto pur lassato, in modo
ch'altro scampo che morte ormai non aggio!
Altro che morte non potria tal nodo
disciogliar mai: però mi son disposto
per te Lilia morir poich'i' non t'odo.
Almen di poi non ti sarà nascosto
la mie sincera fé e 'l mio amore
e come a torto ad altri m'hai posposto.
Tu puoi aver trovato alcun magiore
di me in robba, in sangue o in beltade,
essendo io come sai rozzo pastore.
Ma in costante amore e fedeltade
trovar non potrai mai a me equale:
cerca quanto tu voi queste contrade.
Iudicar una pianta al fior non vale,
ché 'l frutto puole aver in sé difetto
e un provato amico mille vale.
Ho visto spesso un pomo che diletto
porge fuore alla vista e a mangiarlo
el trovi amaro e vienti assai in dispetto.
A che far tanto mi lamento e parlo,
che pur vie butto mie parole al vento,
che so ch'i' prego un dispiatato tarlo!
Lassato ho alle fiere el mie armento,
or vo' lassare qui la carne e l'ossa
senza altra sepultura o monumento.
Amici mei, Amor non vuol ch'i' possa
partendomi da voi pur tor licenzia
e dir adio in questa ultima mossa.
So che m'imputarete a gran demenzia
ch'i' sia stato omicida di me stesso,
non posso dirvi el caso: pazïenzia.
Gli arbori, e' sassi, e' prun che son qui presso
e sentano el mie pianto e le parole
saran del vero un testimonio expresso.
Et voi fiere rapaci alpestre e sole
stracciate el corpo mio come gli è morto,
ch'altro sepulcro più non brama o vole.
Fedel Ombromo mio, caro conforto,
quanto mi duol lassarti: or pensa e vede
che Lilia a te fa danno, a me gran torto.
In te sol grande amor, sol in te fede
trovato ho sempre in ogni mio affanno;
or, nelli extremi guai, ultimo erede.
Tu vedi: e' mie' suspir ch'al vento vanno
endarno ho speso, onde io prendo partito
con le mie proprie man fuggir l'inganno.
Quando vedrai ch'i' mi sarò ferito
non lassar lacerar mie corpo lasso
per fin che 'l fiato in tutto s'è partito.
Jace in sul mie mantel, te', ch'io te 'l lasso,
eco el zanio e del pane, orsù adio.
Quando non cene più vattene a spasso
e, s'alcun ci passasse, di' come io
per Lilia mi son dato atroce morte,
come fa chi 'n amor troppo ha el disio.
E tu citera mia, fida consorte,
che sempre stata se' mie compagnia,
possibil non è più meco ti porte.
Rimanti qui e fa che sempre sia
un testimon di mie morte rapace
a Lilia se mai passa in questa via.
E dilli ch'i' la prego, se li piace,
per quello amor che m'ha fatto dissolvere
dica: Filen meschin, Dio ti dia pace.
E, per voler a tutti el dubio solvere,
io vo' che di mie man sie qui veduto:
Filen fu' già, or per amor son polvere.
A che misero punto son venuto,
a tanta extremità chi m'ha condotto,
che senza error la mie vita rifiuto?
Quest'è de l'amor mio la fede e 'l frutto:
o speranza fallace, o vana voglia,
per un caduco fiore eterno lutto!
E chi sa se morendo esco di doglia?
Bench'in proverbio si suol dire spesso:
beato è quel che del mondo si spoglia,
credo di no, anzi fie più expresso
el mie dolor, ché l'alma immortal resta,
nella qual è l'amor sculpito e 'mpresso.
Quando è poi sciolta dalla mortal vesta
sente assai più ciascuna passïone,
ché 'l corpo non l'agrava o la molesta.
Così fie dunque la mie affezione,
el mie amor eterno, el mie martoro,
e credendo ora uscir entro en prigione.
Se gli è così perché m'amazo e moro,
perché spero morendo aver trovato
al mie maggior amor maggior ristoro?
Ch'ho già inteso dir ch'ha ordinato
la divina iustizia alcuna volta
punir lo spirto lì dove ha pecato.
Però l'anima mia, quando disciolta
sarà da queste membra, quinci errando
se n'andarà per questa selva folta.
Lilia, che spesse volte solazando
solia di qui passar, quando udirà
io essar morto e non l'andar cercando,
senza sospetto alcun ci passarà
pascendo el grege suo sicuramente
e forse qualche volta a sé dirà:
Lilia crudel quanto fui negligente,
che con un sguardo el potia soccorrire,
ch'a lui era gran cosa, a me nïente.
E mille altre parole potrà dire,
non credendo ch'alcun la vegga o senta
e senza dubio el suo secreto aprire.
L'anima che starà ognora attenta,
quel che far or non può col corpo unita,
di vedere e d'udir sarà contenta.
Dunque meglio è morir che star in vita;
orsù, cortello, e' l'è venuta l'ora
ch'io facci per tuo mezo oggi partita.
Penetra dentro al cor tanto ch'io mora,
braccio non far che 'l tuo colpo sia vano,
altro non dico: o mondo sta' in buon'ora!
Aiuto, aiuto, omè ritien la mano!
Filen, Filen, che fai? Qual grave ingiuria
ti fa contra te stesso esser villano?
Qual strana sorte o sproveduta furia,
qual impio oltraggio e qual ciel ti consiglia
a tanta insania? O stolida penuria!
Da' qua 'l cortello e 'l tuo vigor ripiglia,
siede, appoggiati qui a questo cerro,
ch'io prendo oggi di te gran maraviglia!
Impio cortello e dispietato ferro,
per qual ingiuria o repentina offesa
volevi aprir quel seno ove mi serro?
Non eri degno ad una tanta impresa:
però ti sbatto in questo duro scoglio,
che non sia più d'alcun mortal contesa.
Ora da te Filen sapere io voglio
chi t'ha condutto a tanto estremo punto,
dove pensando assai m'affriggo e doglio.
Lilia gentile, io so' sì forte punto
del tuo amor, che già mai non potrei
durare in vita e star da te disiunto.
Più giorni son, per me malvagi e rei,
ch'io t'ho cercata in folti boschi e ville
per placar col vederti e' dolor miei.
Unde, sentendo ognor crescer faville
e 'l mio cercar invano, i' feci adviso
in una morte sol fugirne mille.
Dunque per me tu ti saresti ucciso?
O poca fede, o vana confidenzia!
Creder ch'un puro amor fusse diviso!
Credevi adunque che per negligenzia
stesse di non cercarti, o che 'l mio seno
non sentisse l'usata vïolenzia?
Prima che 'l mio amor venisse meno
colcar vedresti el sol là donde gli esce
e ' pesci caminar sopra 'l terreno.
Lilia tu dei saper ch'assai rincresce
lontano star dal suo amato bene,
allor che con l'amor l'affanno cresce.
Sentivo ognor augumentar le pene
e pareva che tu ti rallegrassi
al collo raddopiar nuove catene.
Se, come dici tu, tanto m'amassi,
pensaresti ch'a noi donne bisogna
ben misurar li sguardi, e' gesti e ' passi.
Tu sai che fra pastori oggi se sogna
andar biasmando qualche pastorella
e stolto è ben chi non teme vergogna.
Che vale ad una donna el esser bella,
esser vaga e graziosa a·llei che giova,
se contra el suo onor ciascun favella?
Quella degna di laude alfin si trova,
che onestà e belleza insieme acoppia
sì come cosa inusitata e nuova.
L'amor mio più di giorno in giorno adoppia
e già te n'arei dato expresso segno,
ma temenza el voler raffrena e stroppia.
Però tu non dovresti avere a sdegno
se con effetti el mio cor non ti exprimo,
ch'io fo per non macchiar d'onestà el pegno.
Sol quel perfetto amor essere stimo,
in cui lascive voglie son perdute
e sol virtù è sempre obietto primo.
Se in tutto avesse le tue voglie empiute
con un breve diletto, alfin sarebbe
in te l'amor mancato, in me virtute.
E se di mia dureza assai t'increbbe,
non seguendo io el tuo bramoso salto,
timor d'infamia sol gran colpa n'ebbe.
Lilia tu sai ch'a l'amoroso assalto
non val ragion, e chi più sa più erra,
però non giunse el mio pensier tant'alto.
Ma come quel ch' è già prostrato in terra
dagli amorosi colpi, io mi pensavo
che non fusse timor, ma inganno e guerra.
Or ben cognosco e so' certo ch'erravo
col mie pensier passïonato e leve,
unde ero corso al fin mortale e pravo.
O speranza d'amor fugace e breve,
che per un fior mille spine si coglie
et è ogni suo gloria al sol di neve!
Una ora di piacer, mille di doglie
si gusta sempre et è ingannato poi
chi ha nel suo amor lascive voglie.
Ora per lo avenir disponer puoi
di me come ti piace in ogni loco,
che mai altro vorrò che quel che vuoi.
Orsù perché ormai ci resta poco
del giorno a ragionar, però concludo
che tu trasmuti et tuo sospetto in giuoco.
Non essar più contra te stesso crudo,
ma crede che 'l mie cor sarà in etterno
da ogni falsità spogliato e nudo.
Arò sempre un voler la state e 'l verno:
qui non è più da dir, perché mi pare
Silverio venga in qua s'i' ben discerno.
Seguita Lilia pur el tuo parlare,
che 'n ogni modo el tutto a pieno ho inteso
standomi doppo un fraxino a posare.
Qual furia o qual viltà t'aveva preso
a volerti da te la vita torre
Filen d'amor e non di senno acceso?
Chi con prudenzia ben non sa comporre
el vivar suo e temprar ogni incendio,
in simil casi sproveduto incorre.
Questo è spesso d'amor premio e stipendio;
a tempo venne Lilia el tuo soccorso
per trarlo fuor di tanto vilipendio.
E, perch'io vego el sole essar già corso
verso l'ocaso, e già fanno ritorno
le pecorelle al loro ovil di corso,
vedi imbrunir le valli intorno intorno
e 'n silenzio gl'uce' già tutti al nido
per posarsi aspettando el nuovo giorno,
però m'afretto e 'l mie parlar precido.
Pregovi seguitiate el bono inizio
e sia sempre infra voi un amor fido.
Ma pria ch'i' parta e' mi par giusto offizio
che 'nsieme tutti noi allegramente,
ricognoscendo un tanto benefizio,
rendiàn grazie alli dei come è decente
poiché per lor favor oggi recupera
tu la vita, io l'amico, a te el servente
ché 'ngratitudin ciascun vizio supera.