EGLOGA.

By Luigi Alamanni

Che forza ha più la nostra ria fortuna,

E il nostro empio destin che puote ormai,

Titiro mio? ché ben più non ci avanza

Cosa grave a sentir, che morte acerba:

La qual poi che non vien, penso che fôra

Più dolce assai che sì dogliosa vita.

Chi vide mai dal ciel sopr'uom mortale,

O caro Melibeo, cader tant'ira

Quant'or (né so perché) si sfoga in noi?

In questo oscuro giorno, in questo giorno,

Giorno mortal che ben con pianto eterno

Scolpito mi starà nel cor mai sempre,

Compie il terz'anno, che nel ciel salìo

La ben nata alma, ahimè! del nostro Cosmo,

Del nostro Cosmo, ahimè! ne' cui verd'anni

Spense tanta virtù spietata morte,

E noi lasciò viepiù che morti in vita.

O gloria al secol nostro, o chiaro Cosmo,

Deh come senza te nulla rimase

Arno tuo chiaro, e il bel paese t¢sco!

Ma pur foss'ei per noi da pianger solo,

Titiro mio, ché già d'un anno è il mezzo

Ch'altro colpo mortal ci diè la Morte,

Quando ci tolse ancor Menalca e Mopso.

Ahi perfido tiranno! ahi mostro orrendo,

Che nel suo chiaro ovil sì belle greggi

Vai distruggendo! e chi mai vide in terra

Cosa più fera e più crudel che questa?

Segue il fero leon per campi e selve

Gli armenti e i cervi perché fame il punge;

Ma tu perché nel pio, nel giusto sangue

La nostra patria ognor convolgi e bagni?

Ahi perfido tiranno! e di qual fera

Fu il cor dentro a formar, di qual sirena

Fu la voce a trar fuor l'empio consiglio

Che sì nobil pastor dal mondo tolse

A cui par non fia mai, Menalca e Mopso?

Anime elette, che il terrestre velo

Al desir nostro pur troppo per tempo

Quaggiù lasciaste, e questo aspro viaggio

Compieste (ahi destin duro!) a mezzo il giorno,

Ben vedeste dal Ciel che lunghi pianti

E che caldi sospir tutta smarrita

Sparse al vostro partir la bella Flora.

Ella, stringendo a sé le dolci spoglie

Che sì rare alme già vestir nel mondo,

Dicea con alte voci: o stelle crude,

Crudo ciel, che in un giorno ogni speranza

Hai levata di terra e fatta polve.

Figli miei cari, or dove me lasciate?

Deh come, lassa! al mio più gran bisogno

Suggetta e inferma e senza voi mi veggio!

Deh chi fia più che mai con tanto amore

Porga la man fedel per trarmi fuora

Da sì fosca prigion, dove tant'anni

Giaciuta son, che s'altra nuova aita

Tosto non vien, ben son di vita al fine?

Per voi pensai veder purgate e monde

Le caste membra pria, ch'or son nel fango

Esposte a forza all'altrui sozze voglie

Che al ciel, non sol a me, n'è giunto il lezzo.

Né pur questo non fia, ma nuova e greve

Piaga mi veggio ancor del vostro sangue.

Così lassa piangea la bella Flora.

Arno per non veder sì duro scempio

L'antico suo viaggio indietro torse,

Onde assetate lo chiamâr più volte

Le rive tosche, e il gran Tirreno un tempo

L'usato suo tributo indarno chiese.

Le Ninfe allor ne' più deserti campi

Fuggir piangendo, e il ciel sonava intorno

De' lor lamenti, i fior vedove l'erbe

Lasciaro, e l'erbe ancor nude le piagge.

Ove fur pria narcisi, ove iacinti,

Surgon lappole e stecchi; ogni campagna

Alle sue biade, alle sue fronde i boschi

Negan l'amato umor che il verde adduce.

Spirti beati, che partendo a volo

Dal cieco mondo con sì chiara morte

Vi feste strada a miglior vita in cielo,

Quanto gradir vi dee trovarvi in pace

Da tanta guerra, e dal dubbioso mare

Vedervi giunti in sì securo porto!

Ciò che a noi sopra e pien di dubbio appare,

Le stelle, il Sol, le nubi, a voi si mostra

Or sotto i vostri passi aperto e chiaro.

Deh che larga mercè, che chiare palme

Per man di quel Signor che tutto vede

Al vostro bene oprar lieti prendete!

Se qui dunque gli amasti, o bella Flora,

Deh! raffrena il languir, né tanta gioia

Vogli col pianto tuo far meno in parte.

E tu, chiaro Arno, al già lasciato corso

Drizza il piè vago, e grazie rendi al cielo

Che i figli tuoi con somma gloria al mondo

Toglie, e lassù gli serba a tanto bene.

Ninfe toscane, ai primi dolci canti

Liete tornate, sì che monti e valli

Suonin sempre per voi sì chiari nomi.

Voi dolci piagge, e voi campagne e colli,

Voi vaghe piante, fiori, erbette e frondi,

Liete nudrite, e i vostri chiari onori

Serbate a quel sepolcro che vi chiude

I duoi che sì vi fur vivendo amici.

Voi pastor t¢schi, che d'Arcadia il pregio

Per costor tosto forse avrete ancora

(Ché più chiare d'Alfeo fian l'onde d'Arno)

Ogni fistola vostra, ogni zampogna

Suonin le lodi lor, tal che più noti

Alle greggi agli armenti i fonti i prati

Giammai non sian, che il buon Menalca e Mopso.

E poi che avrete alle sante ossa amiche

Dato sepolcro ai lor gran merti eguale,

Così scrivete al sasso che gli serra:

- Mopso e Menalca, pien d'eterno onore

E vivendo e morendo, han qui le spoglie,

In tutto il mondo i nomi, e l'alme in Cielo.

Mentre ameranno i nudi pesci l'onde,

L'alte selve i leon, le rive i cervi,

L'api i dipinti fior, gli armenti i prati,

I vostri onor, le lodi, i chiari nomi

Dove alberghin pastori o paschin greggi

S'udiran per noi sempre, e pur non sieno

A tanto alte virtù basse le voci,

E sacrifici eterni, incensi e voti

Come a Cerere e Pan divoti ogni anno

A voi due porgeran tutti i pastori.

A quel che sfoga il suo dolor cantando

Passan veloci, ch'ei non sente, l'ore.

Ecco che Apollo ad altra gente il volto

Mostra partendo, e già nella spelonca

Dentro ci chiama il Barbaro empio e fero

Che dal nostro cammin ne trasse a forza,

E ne ritenne in questa valle oscura.

Valle spietata, da deserti monti

Cinta dintorno, e di costumi fieri

Ripiena, tal che il Rodano al passarte

Par che si sdegni, e schivo addoppia il corso

Fin che in più chiaro pian, fra men rea gente

Posa, stagnando, a suo diporto il piede,

Ben chiudi or nel tuo sen duo tai pastori,

Cui s'alle voglie egual fosse il potere,

Sarien più lieti assai gli armenti t¢schi.