Egregii atque eloquentissimi legum doctoris domini Monaldi de Orbuveto cantilena...
Io vorrei prima stare in meggio un fangho
Fino alle cilglie, tutto brutto e lordo,
Che questo avaro inghordo
Carnale amor maestro di nequitia,
A cui quanto più servo alhor più piangho.
E quanto 'l priegho più, più me sta sordo,
E quanto più me mordo
Per sua durezza alhor fa più letitia.
Stesse coperto sì con soa malitia
Ch'io non dicesse come sempre affanno,
Et patre di perpetua tristitia,
Confusion dil vero intendimento,
E di mortal virtù distruggimento.
Chi pria di questo guida disse amore
Mentì, cossì la lingua dilla strozza
Tracta de drieto e mozza
Gli fosse stata per vendecta farne:
Ch'elgli è vero dimonio e tutto ardore,
Ch'ognun nel suo error tira ed impozza;
Questo aghola et inghiozza
Ogni bon nutrimento d'ogni carne,
Questa è la guerra, onde non potte aitarne
Arme batute per mondan maestro.
Questo è un nodo e capestro
Dal qual dicto mortal non pò slegharne;
Questo è quel labarynto obschuro, eratico,
Che l'huom disvia quanto de lui è più pratico.
Questo tradisse tutto l'universo,
E come il mondo fo nacque suo inghanno,
E quanto più fa danno
Quinto più costa più caro tener fassi;
E quanto è di fuor più chiaro e terso
A quei, che pure sua natura sanno,
Seguendo d'anno in anno
I soi fier modi più toschoso dassi:
E perché 'l natural suo mal non lassi
Quel servo, che magior honor gli rende,
Peggior tributo attende,
Cossì vuol che l'huom sieco i soi dì passi,
E male oprando vuol sempre ch'uom creda
Che per natura sia chi vertù reda.
Chi siegue lui, che seme ne ricolglie?
Angustia, dolor, solicitudine.
In questo modo exchiudene
Da lieto consolare e da riposi
Sopra il fier come fabbro in anchudene.
Che val? La moltitudine
De quei che furon già d'amore isposi
Convien ch'io provi, dechiarischa e chiosi
Di questo amor la tyrannica cura,
Ch'el trade, sforza e fura
Gli utili dimoççando con dampnosi
Nel core intrando dolce come amico
Standovi sempre poi come nimico
Hercule il seppe, Paris, Nesso e Dido,
Ysyphile, Narcyso, Bible e Phylle,
Mirra, Adriana e Achille,
Cleopatras, Proserpina e Medea.
Sentì Canace il fuoco di tal sydo,
E finì la soa vita in tal faville,
Senza quai più de mille
Danzando spente fôro in tal corea.
E non pur li mortal; ma Cytherea,
Mercurio, Phebo, il summo Jove e Marte
Sentir quanto tal'arte
In chi la sieque trista guria crea.
Smarrì per lui Davit e Salamone
Il virtuoso vero e la ragione.
Dunque taccia chi vuol, io vo' pur dirlo:
Costui è traditor, falso e bugiadro,
Invidioso e ladro,
Ingrato sempre, e lusinghevol morte.
Hor potess'io a tutti far sentirlo
Quanto par fuor più morbido e legiadro
Dentro, e più sono e squadro,
Che tanto tolglie a l'huom quanto è più forte.
Cossì gli esch'io di man come soa corte
È uno inferno ove vivendo muorse;
Ove altri è sempre in fuorse,
Con longhi affanni nelle vite corte,
E tribulando in lui l'huom si consuma
Come per caldo sol la fredda bruma.
Canzon, crucciosa, torbida e bizarra
Conta a ciaschun, e dì ben che non habbia
Chiarito in tutto il mal il qual me uccide,
Che questo primo dir tegna per arra
Del colpo ch'io darò sopra la rabbia
Del maledecto che tutti deride,
E quanto più me fiere e più m'allide
Tanto el farò cognoscer cum più straccio
Fin ch'io serò de lui dicendo saccio.