Eiusdem chantillena ornatissima de senectute incipit: lege foeliciter.

By Auteur inconnu

Vechieza vem a l'homo quando la vene

Cum ogni male e con ogni diffecto,

E la força e 'l dillecto,

Ogni dì più l'un che l'altro i tole.

Ogni dì li accrese nove dolglie,

E della schina li fa far un archo,

Non sta senza ramarcho

Ogni suo membro ha soa vertù perduta.

Falgli el chapo e la barda chanuta,

E gli ochii fa brutti, e raschurta el vedere,

E, chomo tu dei sapere,

Gli fa da megìa stade ghozolar il naso.

Perde la memoria in ogni chaso

E la charne gli fa crespa e guizza,

E talvolta pien de stiza

Infragidire e perder li fa i denti,

Delli quali ogni dì n'à novi tormenti.

L'alito li guasta e alla bocha i fa la bava,

Sì che 'l mento li bava,

E non favella chome sol, ma grachia.

Parlando cum altri nel viso li spudachia,

El chapo li fa tremar per parlasìa,

La forza e la baylìa

Chonvien che dalle braze s'alontani.

E spesso le fa tremar le mani,

Seraye el pecto e non può dir soa volglia,

E in cossì facta dolglia

S'ayuta col tossire e l'ambastia.

Pocho di notte riposar lo lassa,

Non può dormire, e del jacer si pente,

E tal fiata sente

Del fiancho, del madrone e delle gotte.

Perde il mangiar, ma berebbe una botte,

E non più operar ser Macetto,

La molglie l'à in dispecto

E chosa chi li piazza non vol fare.

S'el s'ingenochia non si può levare,

Perché le gambe non li dichono el vero,

Né mutarse de legiero,

I pie' però che 'n puochi passi si stancha.

Dal chapo ai piedi ogni vertù li mancha,

El chapogiro se si sente spesso,

Chorugiasse con esso,

E de ligier cum li suoi arabbia e crida.

E avaro diventa più che Mida,

E in ogni suo facto è schostumato,

E del tempo passato

Là dove sono i giovani si vanta.

E cum busìe de più chose millanta,

Et ha per male se non gli è creduto,

Vedesi rencresuto

A gli amisi, parenti e filglioli.

Or quisti sono li smisurati duoli:

Veder choloro che lui agià ingenerati

Cresuti, allivati,

Perché l'è vechio se rechano a noia

E ciascun desidera ch'el si muora

Vedesi ucellato e schernito,

Chiamanlo ribandito,

E delle soe penne vede altrui à dillecto.

S'ello si sborga, se sputa in su lo lecto,

E s'ello urina, se schompissa i panni,

Sì che 'l suo fratello per li molti anni

È diventato chome un porro chotto.

E se volglia li vien ussir di sotto,

O in chasa, o fuora senza sedere,

Non si può ritenere,

Spesse volte se truova invernichato.

E la sira conven che sia schalzato,

E la matina vol senza fallire

Chi·llo aiuti vestire,

Però ch'a nulla non si può arendere.

Se mestiero li fa nisun dinar spendere

Delle sie volte le cinque s'enganna,

E talora s'affanna

Più che non suol per andar via troppo ratto.

Disteso chade in terra al primo tratto,

E livar non si può senza ayuto,

Vedesi chaduto

Perché perchosse il pie' in una zalda.

S'elgli è nel lecto mai non se raschalda,

Vorebbe adosso diece chopertori,

Sei chapelline e poi

Li matoni chaldi si fa pore a i piedi.

Triema d'estade, e sempre crida: omej!

Voria apresso l'ortiolo per urinare,

E volendo ello altro fare

Non lo socchorrerìa filglolo, né filglola.

E alchuna volta guasta le lenzuola

Sì che ne pare a·llui e ad altrui male,

E vuole al chapezale

Per ispudare una pezza al presente.

Perché non i è rimaso in bocha un dente,

El pam bollito vol sìra e matina,

E non li val medicina

Ch'ogn'omo de lui fazza beffe crede.

E s'el non ha di botto zò ch'el crede,

El si coruza dicendo forte:

O idio, dame la morte

Prima che la vita a tanti guay.

Oymè lasso! che quando io guadagnai

Facea quel ch'ora non posso fare;

Io me vedea ayutare,

Or, s'io chiamo, non è chi mi risponda.

L'ira e la ruoma in una hora gli abonda,

S'el chiama sotto voce elgli è risposto;

Diavolo, portanelo tosto,

Non zi virà mai meno questa faticha.

E queste chose scrisse gente anticha,

E de molte altre là dove io me ne pento,

Perché io me sento allo extremo

E 'l menare della bocha m'è fatica.

Paura tal m'è giunta che dio tel dicha,

Io ho già degli anni settantasei,

E più ch'io non vorei,

E di queste cose ho già proate alquante.

E dovendo io provarle tutte quante

La morte chederìa a dio de gratia,

Ch'io so chome si stratia

L'huomo ch'à perduto ogni possança.

Ma in tre cose ho ferma mia speranza:

L'una ch'io spiero gratia haver da dio,

L'altra che 'l padre mio

Da mi abandonato non fu mai.

L'ultima ch'io me contento assai

Della mia donna e della mia familglia,

Che sarebbe maravelglia

Po' che sum buoni che me facessen male.

Adoncha richorro al re cellestïale,

Dal qual procede ogni gratia e bene,

Che de sì fatte pene

Me dia quante vole in questa vitta,

Pur che me dia paradiso alla partita.