Eiusdem Simonis de Saviotiis de Senis cantilena ornatissima illustrissimo princi...
Novella monarchia, giusto signore,
Clemente patre, insigne e virtuoso,
Per cui pace e riposo
Spera trovar la dolce vedovella.
Tu sai, signor mio, quanto dolore
Ella ha provato, poiché 'l dolce sposo,
Inclyto e glorïoso,
Volse nel cielo la soa beata stella.
Ella è rimasa afflicta e tapinella
Fra le gallici mani
Dillacerata del suo proprio sangue;
Non ze era più el senato e buon romani,
Non Cato, non Fabricio, non Metello,
Non Camillo, o Marcello,
Che per virtù furon pari alli dei.
Con lei rimason barberi e caldei,
E sotto il sacro manto un sì duro angue,
Ond'ella anchor si langue,
E viene a te per toa sancta mercede
Che ad altri mai non hebbe amor, né fede.
Signore, io dico de una bella donna,
Con le più illustre membra e più verace;
Che s'ella havesse pace,
Sotto del cielo non è simil belleçça.
Costei fo sotto il cielo una colonna
De cui memoria eterna anchor se face,
Et che il sangue rapace
Domò del mondo ogni più fiera alteçça
Costei fo matre d'ogni gentileçça
Nel colmo della rota,
Italia, donna de ciaschun terreno;
Ma poi che Constantin la dette in dota
Alla sisma cristiana e tyrampnìa,
Et quella simonìa
Che guasta il divin culto più che mai,
Ella ha proato i dolorosi guai,
E a pocho, a pocho ella è venuta meno;
Però che sença freno
Ciaschuno è corso a stratiarli i panni,
Chi con rapina, e chi l'ha colta a inghanni.
Non dico anchor del detestabil seme,
Nimico de quïete e caritate,
Che dichon libertate,
Et con più tyrampnìa han guasto il mondo.
Hai vendecta de dio, perché non preme
Tante iniquitie, frode e crudeltate?
Che ne vengha pietate
Ad chi d'ogni lor male è più iocondo;
Costor con loro inghanni han messo al fondo
Già le cose de dio,
Et conculcato quasi ogni vicino.
Hora è venuto il tempo, hora il disìo
Della sancta iustitia ad vendicharsi;
Hora veggio svelgliarsi
Ytalia bella, e chiama ad te vendecta,
Vedi, signor, che ciascheduno aspecta
El tuo sancto vexillo, e 'l tuo dimìno;
Che 'l sangue fiorentino
Purghi ogni soa più venenosa schabbia,
Et non sian franchi de cotanta rabbia.
Tu vedi il cielo, la fiammegiante aurora,
Le stelle toe propitie e rotulanti,
Et segni tutti quanti
Hora disposti alla toa propria spada.
Vedi Plauto, Marte e Juno anchora
Tiecho il braccio d'Alcide e d'Athalante;
Vedi beate e sante
La terra tutta, che ze aspecta e bada.
Ricordati de Julio in la contrada
De Rubicon, che disse:
Et io te seguirò, fortuna lieta.
Che d'Alexandro mai tanto ne scrisse
Quanto più fo in sequitar victoria.
Alhor s'acquista gloria
Quando il poter sequisse alla stagione:
Fora Hannibal, ma vinse Scipione
Per sequir soa victoria e suo pianeta.
Donque non zi sia quieta
La toa virtù, mentre che 'l ciel la brama;
Perché hora è tempo di triumpho e fama.
Se la toa forza e la toa dextra ardita,
La toa gran maiestate e providentia
Sequita hora soa potentia,
Che contro a Cesare fia mai troppo ardito,
Vedi fortuna quanto hora te ayta
Con l'altrui divisione e differentia,
Che sença vïolentia
Vedi la gloria toa e il buon partito.
Hai, signor mio magnanimo e gradito,
Queste spade leggiadre,
Remetterale sença haver corona.
Eccho per Italia chi te chiama padre,
Et per te spiera homai de triumphare,
Et di sé incoronare.
Le toe benegne et pretïose come
Ad te ne siegue honore, stato e nome,
Et noi contento e ben d'ogni persona,
Che mai non ze habandona
Fede e sperança della toa virtute,
Fia nostra pace et ultima salute.
Cançon, tu vai ad tanta excelsitudine
Che più prosumptuosa assai che degna;
Ma quanto poi te ingegna
Con humiltà pigharte ad servitudine,
Quando dinanzi a soa mansuetudine
Tu sei a soi pie' distesa,
Preghal di questa impresa
Per parte l'ogni vero Italïano,
Principe de Mìllano,
De Virtù Conte, e de virtù doctato,
Prudente, iusto, forte, e temperato.