Eiusdem viri eloquentissimi cantillena ornatissima in laudibus clarissimi atque ...
Come per dritta linea l'ochio al sole
Non può soffrir la 'ntrinsecha sua spera,
E riman vincto assai di quel che sole,
Cossì lo 'ngegno mio da quel che gli era
Rimaso è vincto dalla eterna luce,
Che come il sole ogni altro corpo impera.
Francha colompna hor poi che tu sei duce
Di comandarmi, et io volglio ubedire
Ma digna musa fia che a·cciò me induce.
Per lei ardischo, e poi per ti servire
Parlar dil sacro fiorentin poeta,
Che nostra lingua in ciel facto ha salire.
Qual divina influentia al bel pianeta
Mercurio giunse a virgo in ascendente,
E Venus vide, gratïosa e lieta.
Furon le Nymphe a lui tutte presente,
Daphne più che giamai bella e fervente,
E vide Apollo il suo riccho Parnaso.
Vide Minerva il benedicto vaso
Pien di rugiada parturire un fiore,
Che in grembo a Beatrice è poi rimaso
Felice ventre, in cui tutto il valore
Dell'idioma nostro fra latini
Acquistò gloria, e tu porti l'honore.
O lume d'eloquentia, fra divini
Poeti, che per fama hai venerato,
La patria tua, e tutti i toi vicini.
Ben ti poi millantar, populo ingrato,
Del ben che 'n vita tu non cognoscesti,
Et anche il cener suo hai dispreçato.
Non fur gli antichi toi tanto molesti
Che dishcacciasse la virtù, l'invidia
Sol per ben fare, come tu facesti.
O maladecta fama, o trista infidia
Delli stati caduci, ançi veneno,
Che ve accechati nella sua perfidia.
Brevi e legieri assai più che baleno,
Divisi con affanni, e con paure,
D'onde vegnamo a pocho, a pocho meno.
Non bastan pur le tombe e sepulture
Putanegiar le virgine e gli altari,
O giustitia de dio, come il comporti?
Questi bocchon disederosi e cari
Accerberan la stroçça anchora a' filgli,
E forsi a' nostri dì paranno amari.
Trovosse Danti tra cotali artilgli,
Che per sequir li stati e 'l ben civile
Corse in exilio et a magior perilgli.
Tutto fo lume al suo spirto gentile,
Che svilupato de sì gran disìo,
Tolse dapoi cossì legiadro stile;
E posti gli error publici in oblìo,
Doppo gli stati Italici a Parigi
Volse abracciar phylosophia, e dio.
Non molto stette, poi riveder quinci
La schala, e Malespini e 'l Casentino,
Che fur de lui veder troppo felici.
E pocho poi rivolse il suo camino
Al buon Guido Novel, quel da Polente,
Sì gentil sangue, facto oggi Caino.
Costui fo studïoso e sufficiente,
Col senno, con la spada e liberale,
E sempre accholse ogniun prode, valente.
La festa, l'acolgliença, il quanto e 'l quale
Fusser con lor, come se convenìa.
Ravenna, tu sai ben che dir non cale.
Qui comentiò di legier Danti in prìa
Rectorica vulghare, e molti aperti
Fece di soa poetica armonia.
E se tu ben, lectore, animadverti,
Le rime non fôr mai prima de lui
Se non d'amore, e d'homeni inexperti.
Cossì il vulghar nobilitò costui,
Come il latin Virgilio, e 'l Greco Homero,
Et honorò più il so che 'l suo altrui.
D'onde per exaltare il magistero
Con tanta alta materia dir vulghare
Volse per esser solo in suo mestiero.
Hor taccia chi volesse mal parlare
Di tutto il viver nostro, e del costume
Lingua mortal giamai non hebbe pare.
L'acqua e le fronde del Peneido fiume
Bagnaro e cinser l'honorate tempie
Ch'a molti han facto glorïoso lume.
Nel cui principio poetando adempie
Le pene a pecchator quanto se aspecta,
Come le colpe meno, e più furo empie.
Varie pene, horribile vendetta
Mostra per raffrenare i molti vitii
Dove le gente vede tanto in fretta.
Perché da 'nostri superiori initii
Nasciamo apti a ragione e libertate,
Giustitia ardisce a' rei digni supplitii.
Inferno pone a l'anime dampnate
Che furono execution di passione,
E del celleste dono a tutte ingrate.
Nel secondo entra in nova regïone,
Verso un prato de' giunchi, una montagna
Murata in megio e salgliesse a schalglione.
Et in quello emisperio alta e magna
Che toccha il colmo suo l'etherro puro,
Dove gran gente con disìo se lagna.
Qui ponisse il poeta in sino al muro,
Color che furon negligenti in vita
Perhò son più dilungi al ciel futuro.
Da inde in su como che fo contrita
Cossì di grado in grado ivi se purga
In fin che giunge a l'ultima salita.
Qui vuol mirabilmente ch'ogn'hom urga
Gli apeti mondani in quanto pote,
Che per contradictione a dio resurga.
Nel terço scende a l'amorose note,
De cielo in cielo in fino a sancti cori
Là dove trova l'anime divote.
Beatus vir, che Iddio temi e adori,
Beati quorum tecta sunt peccata,
Beati immaculati, e puri cori.
O donna fecundissima e beata,
Beati gli ochii, e benedetta l'orma,
Che t'ha in sì degno hostel fama acquistata.
Dietro a l'amante alla sanctissima orma
Di Beatrice siegue il sito poema
Dove c'insegna la beata norma.
Come il maestro, poi ch'à dato il tema
Al fantesin, che innançi a lui atento
Non sapiendol comporre mira e trema;
E molte fiate de una volta in cento
Gli mostra il nome, il verbo e il participio,
Tanto che del latino il fa contento.
E come Rhoma tenne forte Scipio
Socchorsa, e con parole, e con effecto,
Che fo di libertà grato principio.
Cossì nel nostro debile intelletto
A parte, a parte çi mostra e sochorre
Per acquistare un regno alto e perfecto.
Per questa terça via se salglie e corre
Al summo ben felice, et a quel fine
Che né risìa, né morte il pò disporre.
Lì non se tien le redene e le crine
Della rota del mondo, e non si pugne
La man per cor le rose fra le spine.
O felice colui che se compugne,
Adora, e con ben far sempre se adopra,
E non aspecta fin che 'l pleban l'ungne,
Qui mostra degno premio a ciaschuna opra,
Qui finisce il commodo e qui t'acenna,
Hor cercha ingegno altrui che te lo schopra.
Doi po scripse la famosa penna,
Finito il libro suo, che Beatrice
L'anima chiese, e l'hossa hebbe Ravenna.
O vita sua perpetua e felice,
Vaso d'electïone, exemplo nostro,
Che cossì morto vivo anchor se dice.
Non furo i panni soi purpura d'ostro,
Non furo i cibi delle varie prede;
Ma fo scïentia, il calamo e l'inchiostro.
Nacque vacante la Rhomana sede
Correndo il tempo a prosperi animali
Mille ducento cinquantacinque procede
Sexantasei sol stette fra mortali,
E fecce assai opre gloriose e belle,
Hor come Beatrice habita le stelle.