ELEGIA PRIMA.
Vergine alta ed umìl, Vergine e Madre,
Cui sola al mondo per albergo volse
Quel Figlio Eterno che di tutto è Padre;
Deh! se vero pentir colpa disciolse,
Se mortal prego la tua mente pia
Al vil nostro terren giammai rivolse,
Al mio lungo fallir, dolce Maria,
Perdon m'impetra, ch'io sospiro e piango
Che ancor non vidi mai la dritta via.
Oggi, e non pria, conosco esser nel fango
D'esta palustre vita, in ch'io m'avveggio
Che omai sommerso senza te rimango.
Oh come neghittoso in lei m'asseggio!
E tal cieco letargo gli occhi vela,
Che appena ov'io mi son talvolta veggio.
Lasso! pur so ch'io sono ove si cela
Quanto di ben quaggiù portò il tuo Figlio
Che ordir vede alla sua contraria tela.
So pur ch'io sono ove talor vermiglio
Veggio il terren dell'innocente sangue,
Ove soli hanno i buon doglia e periglio;
Ove Fede e Giustizia oppressa langue
Dall'empia forza in mille estremi inganni,
Ove sempre tra i fior si trova l'angue;
Ove ciascun per altrui morte e danni
Veggio ingordo sfamar pensieri avari
E in affanni cercar posa d'affanni;
Ove fenici, e s'esser può, più rari
Son quei che gemme, argento, oro e tesori
Di virtude e d'onor tengan men cari;
Ove invidia mortal, cacciando fuori
Degli uman petti ogni leggiadra voglia,
Ha posto in bando i primi bei lavori,
E del dritto saver le menti spoglia,
Tal che sovente lor vergogna e morte
Metton, folli, in oblio nell'altrui doglia;
Ove al nostro passar son duci e scorte
La gola e il sonno, e chi si volge altrove
Prende al creder quaggiù le strade torte;
Ove assai più d'onor che Apollo e Giove,
Venere e Bacco ne riportan seco:
Tanto d'essi valor nel mondo piove.
E chi vive or fra noi, che non sia cieco
Del van disio d'Amor? chi non s'inganna
Delle lusinghe sue, dical qui meco!
Chi non suda talor, chi non s'affanna
Per aver quel da lui, che avuto poi
A penitenza e duol tutti condanna?
Chi non sa quanto Amor co' lacci suoi
Intra speranza dubbia, e certa tema,
Assai più val che noi medesmi in noi?
Chi non sa con che forze annodi e prema?
Chi non sa come ben ragione ancida?
Chi non sa come in un s'affoca e trema?
Chi non sa qui quanto si piange e grida
Del ben che duole? e del suo mal che piace
Come avvien ch'altri poi s'allegri e rida?
Io 'l seppi certo, e 'l so, che forse pace
Trovar non posso ancor, Madre pietosa;
Tu stessa 'l vedi come aggrava, e spiace.
Arsi ed ardo per due: qual verso o prosa
Scrisse simil giammai? qual occhio il vide?
E qual alma a pensar sarìa stata osa?
Arsi per due, che le mie stelle fide
Chiamai dieci anni, e mille carte e mille
San per che strade Amor fin qui ne guide.
Vivon dentro il mio cor doppie faville
Che fan doppio desio, che doppio il pianto
Vuol che con doppio duol per gli occhi stille.
Or mi risveglio, or ben m'accorgo quanto
Poco alberga qua più di dolce e bene,
Ch'è fumo ed ombra che diletta alquanto.
A te pur drizzo ogni mia voglia e spene,
Vergine Santa, e te sol priego umìle,
Squarcia il nodo d'amor che a sé mi tiene.
Deh! porgi al mio pensier sì basso e vile
Della tua grazia la cortese mano,
Che far sol ella il può chiaro e gentile.
Alzalo sì, che sempre stia lontano
Dal tristo incarco suo che a fondo il mena,
E il mondo i lacci suoi gli tenda invano;
E l'una e l'altra del mio cor sirena
Con tanto amaro che sì dolce appare
Nol tornin poscia alla seconda pena.
Mostragli il varco ove convien passare
Al piè devoto, che ubbidir consente
A lui che il ciel creò, la terra e 'l mare.
Mostragli il calle in cui veggiam sovente
Gir travïando l'uom, che troppo crede
Al mondo, al volgo rio che il ver non sente.
Vergin Madre Maria, la pura fede
Ch'io volgo tutta in te, m'addrizzi al porto,
Là 've del bene oprar troviam mercede.
Ieri er'io nel fallir sepolto e morto,
Oggi viver mi fa l'alta speranza
Che al tuo per me pregar piangendo porto.
Per me non sian fuor dell'antica usanza
Chiuse le braccia del tuo Frutto chiaro,
La cui pietà nostro peccare avanza.
Pregal, che se non fu in quel tempo avaro
Nel proprio sangue per gli error d'altrui,
Ch'ei prenda in grado ogni mio pianto amaro.
E s'oprai sempre ai sacri detti sui
Contrario effetto, ei che mi fe sì frale
Perdoni a quel ch'io sono e quel ch'io fui.
L'acerba età, che ne conduce a tale,
Trovi mercè, ché di Saturno al corso
Non giunser gli anni miei rotando l'ale.
Bench'io sia spesso vaneggiando scorso
Dal verace sentier, piano e divoto
Poni oggi all'alma di ragione il morso.
Non sia, Madre Maria, d'effetto vôto
L'umil pregar ch'io fo; non venga indarno
Il mio sommo sperar che t'è sì noto.
Rendici tosto al mio bel fiume d'Arno,
Che sai ben se a ragion da sé ne scaccia,
Dentro al gran nido ond'io mi struggo e scarno.
Ivi avrò lunge quanto in terra allaccia
I semplicetti cor, Vergine Madre,
Finché per grazia tua le sante braccia
M'accolgan poi del tuo gran Figlio e Padre.