ELEGIA QUARTA
Qual fa nuova cagion, doglioso Sole,
Oggi i bei raggi tuoi di lume cassi
Viepiù di quel che in altro tempo suole?
L'alma sorella tua lontana stassi
In parte pure, ove occupar non puote
La vista agli occhi che ti stan più bassi.
Soffiando il vento d'ogni intorno scuote
Le nubi, e il fosco, onde a tua chiara luce
Son le strade del ciel sicure e note.
Or del verno trionfi, or vaga luce
L'aria e la terra, che per farti onore
Dolci aure l'una, e l'altra fiori adduce.
Qual dunque alberga in te greve dolore?
Non vedi ben, che di te duolsi il giorno
Che senza chiaro aver trapassin l'ore?
Io non spiego oggi le mie chiome intorno,
Non che la Luna il vieti, o nebbie, o piove;
Rispose allor chi il mondo face adorno.
Più trista è la cagion: quel sommo Giove;
Quel che di nulla fe la terra e il mare,
Che il ciel, le stelle e me contempra e muove;
Quello oggi il figlio, e con tai pene amare
Che farien pianger crudeltade istessa;
Vede morir per voi vita donare.
Questa è sol la cagion che tiene oppressa
La mia chiarezza, e sì dovrei far sempre
Che dell'aspra memoria il dì s'appressa.
Ahi fera alma mortal, ché non ti stempre
Pensando quanta allor portasse pena
Sol per ridurti, o cieca, a miglior tempre?
Misera, a che ten vai superba e piena
Di dura ostinazion, fallo più greve
Del fallo antico, e non ci pensi appena?
E così detto lagrimando, leve
Riprese il corso, e me pensoso e solo
Lasciò, siccome ei suol falda di neve.
Ben è ver, dissi a me, che morte e duolo
Sol per nostro fallir quaggiù sofferse
L'alto Fattor dell'uno e l'altro polo.
Così parlando, al cor, lasso! s'offerse
La trista immagin di quel giorno amaro,
Che trïonfar del ciel la morte scerse.
Vidi del Santo Spirto il frutto chiaro
Mesto seder fra dolci figli eletti,
E più vicino aver chi fu più caro.
Dir poscia lor: Voi siete mondi e netti,
Ma non già tutti, ché tal meco intinge
Per cui tosto convien che morte aspetti.
Cotal nell'orto poi l'aggrava e stringe
Lo incarco uman, che, ripensando a morte,
Di sangue il volto e di sudor dipinge.
Oh pena al rimembrar gravosa e forte!
Veder nel mezzo alle rabbiose schiere
Preso menarsi a così estrema sorte.
Empie e rie mani! ahi, man crudeli e fere,
Non percotete, ohimè! la sacra fronte
A cui stan sotto le celesti sfere.
Ruvide spine, e voi pungeste il fonte
D'ogni virtude, ch'è quel solo e vero
Che a produr frondi e fior v'ha fatte pronte.
Ahi duro sasso, cui dintorno fero
L'aspre percosse all'alto umile agnello,
Come al mirar suo duol restasti intero?
Legno aspro e rio, d'ogni pietà rubello,
Di folgor degno e di rabbioso vento,
Al mio dolce fattor sì amaro e fello,
Legno, che solo al rimembrar pavento,
Quelle sacrate membra in te sospese
Soffrir vedesti tal morte e tormento!
Rigidi ferri, e voi che dure offese
Porgeste alle man chiare, ai santi piedi!
Qual pari crudeltà giammai s'intese?
Lancia spietata, e tu folle non vedi
Ch'opra è del sommo Dio quel giusto lato?
Ma ben tosto il saprai, s'or non lo credi.
Iniqua man, che a lui, solo assetato
Del nostro ben, schernendo alto porgesti
Quello amaro liquor più d'altro ingrato!
Ma tu quale in quel punto, aria, ti festi?
Quand'ei gridando: Consumato è tutto,
Il supremo sospir da lui prendesti!
Oh del cielo e d'ogn'uom pubblico lutto!
Ché ben non seppe mai che pianto fosse
Chi il cor fermo mantenne, e 'l volto asciutto.
Il centro per dolor la fronte mosse,
Ruppesi il tempio, il giorno venne oscuro,
La terra il verde, il ciel sua luce scosse.
Qual d'Anna e Caifa spirto più duro
Seppe poi di Maria sentendo il pianto
Dal coltel di pietà fuggir sicuro?
Ella stringendo il legno ov'era il santo
Figlio sospeso: O Figlio, ove ten vai?
Dicea; me dove lasci in dolor tanto?
Ahi cori empi mortai, più feri assai
Che i tigri e gli orsi, e come l'alte piaghe
A chi vita vi diè porgeste mai?
Fin che il mio volto e il corpo non s'allaghe
Di pianto tutto, quanto il suo di sangue,
Non sarà mai che il tristo cor s'appaghe.
O chiaro Figlio, e come morta langue
Quella che aver da me ti piacque spoglia:
Ahi mal nato per me pestifer'angue!
Ahi! de' primi parenti ingorda voglia,
Tu partoristi tu, né pur ten cale,
Al cielo, al mondo, a me qual vedi doglia.
Ingrato al tuo cultor frutto mortale,
Quel che vien sol per riportarti al cielo,
Che dovresti adorar, conduci a tale?
E me lasci soletta al caldo, al gelo?
Né so ben, lassa! quanto andar mi deggia
Con gli anni e col dolor cangiando il pelo.
Quando esser, figlio, dee ch'io ti riveggia?
Sia pur tosto, se può, che tardi fia,
Che fia tardi oramai, se il ver si veggia.
Quanto più dolce sorte avea Maria,
Se a te piacendo allor, son già molt'anni,
Anzi il tuo dipartir da te partia!
Lassa! io pur non vedea gli estremi inganni
Del cieco mondo, e te condotto a morte
Con tanto strazio, e me con tanti affanni.
Non si potea con tua men dura sorte
A chi quasi leon contro a te rugge
Oggi del cielo offeso aprir le porte?
Popol fallace e rio, che quanto fugge
La sua salute più, più il segue ognora,
Oggi il maggior suo fallo il men distrugge.
O santo Spirto, che dal corpo fuora
Per piaghe sì crudei tornasti al Padre;
Deh tosto chiama dal suo pianto ancora
La Vergin figlia di te Figlio, e Madre.