ELEGIA SECONDA
Oggi riporta il Sol quel chiaro giorno
Che annunzia il parto onde nel mondo nacque
Chi il fa di speme e di salute adorno.
Vergin beata, per cui sola piacque
Al gran Padre del ciel mostrarsi in terra,
Ove all'estate e al gel tant'anni giacque;
Oggi per te cantando si disserra
Il santo Olimpo, e vien l'Uccel divino
Che ripon l'alme in pace, e trae di guerra.
Quanto di là dal natural confino
Ti sembrâr di colui l'alte parole
A cui stella non val, fato, o destino?
Unico esempio, e grazie eterne e sole
Il sentir sé fra tutte albergo eletta
Dell'alma luce sua dal sommo Sole!
Scaccia ogni dubbio, o Vergin benedetta;
Ben di te nascer può chi tutto puote,
Né tu, Vergin, sarai men pura e netta.
O pensier casti, umil voci e devote!
Ecco, o caro Signor, la fida ancella:
Non sian le voglie tue d'effetto vôte.
Da quel tempo stagion più chiara e bella
Venne nel mondo, che vicin vedea
Il fin promesso all'aspra sua procella.
E chi nutriti i foschi giorni avea
Di lunga speme, allor sicuro intese
Morte appressarsi d'ogni morte rea.
Quanta dolcezza al cor la vecchia prese
Che già portava in lei sì nobil pegno,
Oltre ogni creder suo nel sesto mese!
O santo frutto, e non del seme indegno
Che ancor non fatto, a lui non fatto ancora
Così chiaro d'onor mostrasti segno!
Ben pensar si potea per pruova allora
Ch'altro maggior non fia di donna nato,
Come or sa ben chi te secondo onora.
Sempre udirassi il suon sacro ed ornato
Della voce che chiama nel deserto:
Sia il cammino al Signor per voi parato.
A te sol si servò per dritto merto
Il versar l'onde alla divina fronte,
Or di nostro ire al ciel segno più certo.
Tu pria facesti al cieco mondo conte
L'alte avventure, e che a tornarlo in vita
A morte andrebbe d'ogni bene il fonte.
E tu, Vergine Madre alma e gradita,
Qual divenisti allor, ch'ogni virtude
Che il ciel contempla, in te sentisti unita?
Vergine Madre sola, in te si chiude
Quanto la terra e il ciel comprende appena
Per risaldar l'antiche piaghe e crude.
Ben sei, Madre del ciel, di grazia piena,
Poiché il tuo gran Signor dimora teco,
Che i rubelli al suo regno in pace mena.
O primo padre, o fragil troppo e cieco,
Che mal servasti al Sommo Creatore
Le giuste condizion, ch'avesti seco!
In principio creò l'alto Fattore
La terra e il ciel; ma tutti insieme tali,
Che nulla avean da lor forma e colore.
Fabbricò il tempo, e poi gli aggiunse l'ali
Onde sen fugge e di notte e di luce,
Gli anni involando ai miseri mortali.
Il polo appresso che più in alto luce
Trasse in disparte il Santo Verbo, e disse:
Sia proprio albergo alle mie stelle e duce.
Dintorno il mar, la terra in mezzo fisse,
Acciò che all'erbe, frondi, arbori e fiori
Questa il suo vago sen talvolta aprisse.
La Luna fece e il Sol, che quella fuori
Lucesse allor che il suo fratel s'asconde
Che al mondo rende i propri suoi colori.
Diede all'aere gli augelli, i pesci all'onde,
Serpi e fere alla terra, e giunse loro:
Crescete omai, che il vostro seme abonde.
Poiché in tal forma sì bell'opre fôro
Al fin produtte, pensier sacro volse
Nel giorno sesto al caro suo lavoro.
E dall'immagin sua l'esempio tolse,
E formò l'uomo, e quanto avea di bene
Scarso in molt'altri, solo in esso accolse;
Dicendo: Quanto il mar volge e contiene,
Quanto la terra in lui si stende e gira,
Tanto oggi sotto al tuo governo viene.
E tutto ciò che in lor si muove e spira
Sia per te fatto, e contro al tuo potere
Non vaglia d'animal veleno od ira.
Di pace adorno e di divin piacere,
Nel santo loco con la tua compagna
Vien tutto il tempo tuo lieto a godere.
Ma del frutto gustar che vi scompagna
Dalla grazia del ciel, fa' che ti guardi,
Ché a nulla giova chi dipoi si lagna.
O umani ingegni al bene oprar sì tardi!
Pure il gustaste, al vostro e nostro male
Vieppiù veloci allor che cervi e pardi.
Ma tu, Vergine bella, alta, immortale,
Porti oggi quel, che a questo esilio antico
La pace apporta onde lassù si sale.
O fausto giorno, all'uman gregge amico,
Luci sovra il mortal sereno e chiaro,
Poscia che il santo ventre almo e pudico
Ritorna in dolce il nostro lungo amaro.