ELEGIA TERZA

By Luigi Alamanni

O chiaro giorno! oggi nel mondo è nato

Per cui quant'è nel mondo e nasce e vive:

Oggi si crea chi tutto ha già creato.

Vestite l'erbe e i fior, campagne e rive:

O piante e boschi, e voi le verdi fronde:

Rasserenate il ciel, dolci aure estive.

Rendete il puro argento alle vostr'onde,

Sacrati fiumi; e voi ruscelli e fonti,

Il cristallo gentil ch'in voi s'asconde.

Spogliate il bianco, voi canuti monti,

E d'un più bel color cingete intorno

Le spalle antiche e le rugose fronti.

Chi non vien lieto in sì beato giorno,

Quando esser puote? e quando ornar si deve,

Se per colui nol fa che il fece adorno?

O padre antico, il tuo peccar sì greve

Fa ch'oggi umana forma al caldo e al gelo

Il gran Fattor del Sol fra noi riceve.

Di qual profondo abisso oscuro velo

T'ombrò la mente, che di tanta pace

Privasti il mondo, e di salire al cielo?

Non lunge al Tigri in fra bei colli giace

Loco sì colmo di diletto e gioia,

Che a chi ne parla pur null'altro piace.

Ivi il fero aquilon non porta noia,

Non ghiaccio o nevi; e quando il verno arriva,

Al suo primo apparir convien che muoia.

Nasce un bel fiume di fontana viva

Che irriga tal, che Capricorno stesso

Non spoglia i fior dall'una e l'altra riva.

Ciascuna pianta ch'è dintorno ad esso

Mostra fuor tutt'i tempi e frutti e foglie,

Né invidia porta al pin, faggio e cipresso.

Non la spiga dell'erbe il verde toglie,

Ché dall'agosto non si scerne aprile,

Ma in una sola ogni stagion s'accoglie.

Ivi, senza involar l'api e l'ovile,

Menan correnti i fiumi e latte e mêle,

Viepiù del nostro qui dolce e gentile.

Non bisogna alla terra esser crudele,

Che, senza piaghe aver, campagna o colle

Non è che il cibo a chi il domanda cele.

La sacra pianta in alto i rami estolle

Con foglie di smeraldo e pomi d'oro,

Onde il poter dell'aspra morte tolle.

Questo, compìto ogni altro suo lavoro,

Il gran Padre del ciel concesse in dono

A chi prima di noi sementa fôro.

Ma tal fu posto, ahi folli! in abbandono

Il fren di Dio, che il santo messaggiero

Venne a scacciarvi dal celeste trono.

Tornò qualunque in voi vivea pensiero

Sereno e dolce allor, fosco ed amaro,

Tardi avveduto del cammin del vero.

Nudi eran prima, e poi tutte velaro

Di lor le parti che vergogna scerse,

Non nata in essi ancor quando peccaro.

Il crudel sen l'oscuro centro aperse,

E mill'altri peccati, e invidia e inganni

Tosto signori e donni al mondo fêrse.

Né senza altrui sudor colmo d'affanni

Porse più da nutrir la terra stanca,

E la vita mortal s'arrese agli anni.

L'età fugace che c'incurva e imbianca

A predar cominciò gl'ingegni e forze,

Di giorno in giorno, fin che tutto manca.

Suggette fersi le terrene scorze

A febbri e morbi, onde talor conviene

Che in noi l'aura vital verde s'ammorze.

Poi quel che duol più di tutt'altre pene

È che tolto ne fu montar là dove

Siede perfetto e puro il sommo Bene.

Ma rallegriamci omai, che tanta piove

Grazia nel mondo, ch'è quaggiù disceso

Chi l'esilio del ciel da noi rimuove.

O gran Parente che l'hai primo offeso,

Ecco che vien per riportarten seco,

Non d'ira no, ma di pietade acceso.

Annunzia agli altri che per te son teco:

Oggi è nel mondo chi le chiavi apporta

Per trarne al ciel di questo abisso cieco.

O santa veramente e fida scorta

Che al glorïoso gran viaggio avrete,

Che dell'albergo suo ben sa la porta!

Tu, popol, che vivendo hai fame e sete,

Vedi un che reca sì dolce esca e vino,

Che non simil tra noi si coglie o miete.

Sceso è dall'ovil suo l'Agnel divino,

Che d'altrui fallo a se medesmo chiede

Pena, e s'astringe al natural confino.

E se non han di ciò miei detti fede,

Guarda orïente, ove la stella luce

A cui la notte il suo bel carro cede.

Va' verso lei che ti fia insegna e duce,

Ch'anco ai tre Saggi andò scorgendo i passi,

E segui pur dove il cammin t'adduce.

Vedrai la Vergin, che umilmente stassi

In picciola capanna, e il figlio accanto,

E il fido sposo, dal gel vinti e lassi.

Poveri tal, che non han tutti quanto

Basti a coprir le sante membra tue,

O Frutto al nostro ben bramato tanto.

Sopra il fien giaci, e l'asinello e il bue

Coi caldi spirti lor tornan talora

Al prezïoso cor le forze sue.

Colui che il cielo, il mar, la terra adora,

Umil, negletto e in tanta povertade?

Ahi folle è, Povertà, chi non t'onora!

Questa torna oggi l'aurea prima etade

Più che fosse ancor mai lieta nel mondo:

Per lei grazia rimonta, esilio cade.

O dì sacro, seren, chiaro e giocondo!