ELEGIA.
Amor mi scorge, e con lui Cintia e Flora,
Questa a man destra, e quella al manco lato
Là 've altro tosco piè non presse ancora,
Dietro a chi più di tutti alto ed ornato
Cantò per Delia, ed a chi scrisse il nome,
Ch'or la seconda volta fia lodato.
Mostrinmi essi il cammin ch'io prendo, e come
Loro il mostrò Callimaco e Fileta,
Primi a cui già quest'edra ornasse chiome.
Arno omai cerca di novel poeta;
Io sarò forse quel, fin ch'altro vegna
Che i fior più vaghi de' vostr'orti mieta.
Voi, Renato gentil, se mai fu degna
La cetra mia d'un sì leggiadro core,
Che spesso pur non la chiamasse indegna;
Non v'incresca il venir per farle onore
Con le due vaghe al suon delle chiar'onde
Nel santo bosco a ragionar d'amore:
Ivi or quel torto ramo or quella fronde
Troncando andrete, voi con dotta mano,
Che 'l varco serra, o 'l sentier dritto asconde.
Così vedrem cercando a mano a mano
Il divin fonte, e delle Muse il coro
Non molto all'onde sue cantar lontano.
Forse, lasciando indietro ogni lavoro,
Le pie Sorelle ci accorranno liete
Di mirto all'ombra e di sacrato alloro.
E ci trarran quest'onorata sete
Col fiume, che sol fa ch'uom sempre vive
Poscia che il legno suo trascorse Lete.
E con lor tutte leggiadrette e schive
Dolce parlando, mirerem dintorno
Del santo albergo le famose rive:
Fin che, dove più 'l ciel si mostra adorno,
Dove il prato ha più fior, più fronde il bosco,
Ritroverem colui che mena il giorno.
Maravigliando, e non con volto fosco,
Ma chiaro in vista, non avrà in dispregio
Forse (o ch'io spero) il suo novello Tosco.
Forse anco serba alle mie tempie il pregio
Ch'altri ebbe già, se non di lauri o mirti,
Basti che all'opre fia condegno fregio.
Quanti dintorno avrem leggiadri spirti,
Per cui molt'hanno e biondi e crespi i crini
Che fur, mill'anni son, canuti ed irti!
Beati quei, che più saran vicini,
E spiando di noi ciascuna parte,
Chi, son d'Argo, diran, chi pur Latini.
Nacqui sopr'Arno, e primo alla vostr'arte
Di Flora, e Cintia (ond'io mi struggo) canto,
E sol di tosche rime empio le carte.
Né le sprezzate, ché intendendo quanto
Arno dolce parlar di Laura sente,
Non al Tebro o Peneo dareste il vanto.
Cotal dicendo noi, tutti sovente
Carchi vedrem di maraviglie nove,
Quasi uom che a forza pur al ver consente.
Come poi lieto il gran figliuol di Giove
Sarà, veggendo le due chiare stelle,
Che aver sempre vorria con l'altre nove!
Non le schifate, o dotte alme Sorelle,
Ch'io giuro ben, Calliope e Talia,
Ch'elle non son di voi men vaghe e belle.
Ma, santo Febo! l'una e l'altra è mia,
Non mi sien tolte, e tu lontan sospira
Per Dafne, o Clitia, o se più bella fia.
Che val, chi l'onde ferma, o i monti tira,
O del gran vecchio Ascrèo l'alta corona,
D'Alceo già il plettro, o d'Amfïon la lira?
Se mai te per altrui donna abbandona,
Muta è la voce, i fior son secchi, e 'l verde
Arco si tronca, e nulla cetra suona.
Tu sai per pruova pur, che a chi la perde
Manca quant'è nel mondo altra dolcezza,
Né per tempo o sospir mai si rinverde.
Godi dunque per te l'alma bellezza
Delle tue Muse, e mie sien quelle sole
Che han l'alma lieta in doppia fiamma avvezza.
Or ricevine al monte, ove si cole
Il nome tuo, fra gli altri spirti chiari;
Sì che a qual per amor s'allegra o duole
Siano i miei detti ancor talvolta cari.