Elena a ParideEpistola decimasesta
Poi che la carta inaspettata, e piena
Di temerario e di sfacciato ardire,
Offerta vidi a le pudiche luci,
Ond'io mi sento ancor tremante il core,
Ho giudicato il ritornarti indietro
Breve risposta esser mio degno officio
E di gran lode, e di momento grave.
Hai tu già mai sì sceleratamente
Avuto ardir del sacrosanto ospizio,
Mal saggio peregrin, romper le leggi,
E di regina, e maritata e casta,
Pungere il core, e stimolar la fede?
Per questo il porto mio benigno accolse
Le navi tue, che per sì lunghe vie,
Per tanti scogli, e sì dubbiosi errori
T'avean portato? e sol per questo, ahi lassa,
Ti fur dell'alto mio reale albergo
Le porti aperte? a questo fin ti fue
Lo sposo mio così cortese e largo,
Benché da strana e peregrina gente
Venissi strano e peregrino? e questa
Ingiuria ingiusta, e disonesto oltraggio
Esser dovea di beneficio tale
L'aspettata mercede? ahimè! chi fosti
Quando da prima in mio palazzo entrasti,
Nimico occulto, o forestier gentile?
Ben so ch'al tuo parer rustica fia,
Però che teco a gran ragion mi doglio,
Questa risposta, e ti parrò scortese.
Ma sia pur rozza, e sia scortese ed aspra
Quanto a te piace, e ti sembre io villana,
Pur che l'onore, e l'onestà gradita
Io non ponga in oblio, né macchia alcuna
Faccia men bel l'inviolato nome.
S'io non ho il viso, e s'io non ho la fronte
Severa e grave, ed in sembianza altrui
Non mi dimostro e riverenda e torva,
Io nondimen di pudicizia, e fama
Son chiara e pura, e son vivuta sempre,
Bench'io sia parsa altrui libera e sciolta,
Senza alcun fallo; e mortal uom non puote
Gir del mio cor, né del mio corpo altero.
Ma quel ch'io più maravigliosa attendo
È lo tuo folle ardir, né so chi t'abbia
Fatto pigliar sì temeraria impresa,
Né qual cagion con tal furor t'ha spinto
A sperar di godermi, e ch'io mi lasci
Al proprio sposo, al proprio onor furare.
Forse perché del re di Creta il figlio,
Nipote di Nettunno, ancor donzella,
Mi fece forza, io ti son parsa degna,
Poi ch'una volta io fui rapita al padre,
D'esser un'altra al mio marito tolta?
S'ei con parole, od amorosi preghi
M'avesse presa a l'amoroso laccio,
Fora la colpa mia: ma s'io già fui
Per forza tolta, in che peccai? qual v'ebbi
Animo, o voglia? Ei nondimen l'amato
Frutto non colse, e ritornommi indietro,
Non avendo sofferto altro in me stessa
Che paura e sospetto; e da mie guance
Il protervo amator per forza tolse
Sol pochi baci, e più gradita preda
Di me non fece il predator amante.
Ma l'importuna tua sfrenata voglia
Gita dentro più fôra, e non sarebbe
Stata contenta a così leve oltraggio.
Ma piacque al ciel che 'l giovanetto greco
Simil non fusse all'amator di Troia;
Anzi egli intatta al padre mio mi diede,
E la modestia sua men grave feo
Il foll'errore, e l'amorosa colpa,
E chiar si vide che del fallo infame
Il giovenetto amante alfin pentisse.
Adunque il buon Teseo del grave errore
Sol si pentì perché il troiano amante
Gli succedesse in disonesto foco,
Onde 'l mio nome, e la mia fama andasse
Per le bocche del volgo ognor volando?
Io per questo non son sdegnata teco,
(E chi crucciar si può contra uom che n'ami?)
Pur che l'amor che tu mi mostri ognora
Non sia da te ne la sembianza finto,
Perch'io di questo ancor pavento, e tremo:
Non perch'io sia così d'ingegno priva
Ch'io non conosca e qual beltade e grazia
E ne' miei lumi, e nel mio volto annidi,
Ma perché 'l creder troppo a noi sovente
Nuoce, e n'offende, e le parole vostre
Son, quanto dice alcun, di fede vote.
Ma tu dirai che pur de l'altre sono
Agli amanti talor cortesi e pie,
E ch'oggi rara è quella donna in cui
Bellezza ed onestà sia giunta insieme.
Ma chi mi toglie, o chi mi vieta ch'io
Esser non possa annoverata ancora
Tra quelle rare, e del bel numero una?
E se tu pensi che mia madre sia
Esempio espresso ond'io piegar mi deggia,
Contempla ben, che ne l'error di lei
Fu qualche scusa, e ne le bianche piume
Era il suo amante accortamente ascoso.
Ma s'io m'inchino a la impudica colpa,
Non ho del mio fallir velame alcuno
Che 'l mio peccato e lo mio fallo adombri.
Ella il suo vizio, e l'adulterio infame,
Mercé di quel che lo commesse, fece
Assai men grave, e per cagion di Giove
Ricompensò lo scelerato fallo.
Ma qual Giove già mai, qual uom, qual dio
Faria men brutto il mio peccato orrendo,
S'io mi ti dessi amicamente in braccio?
Tu la tua stirpe, e i generosi eroi,
E de' tuoi regi il real nome inalzi,
Ma il mio lignaggio è per se stesso assai
Al mondo illustre e glorioso e chiaro:
Che per tacer di Tantalo e d'Atreo,
Di Pelope e di Tindaro e degli altri
Che per se stessi son famosi al mondo,
Ecco la bella e graziosa Leda,
Che dal cigno ingannata aver mi face
Giove per padre. Or vanne altiero, e conta
Del tuo sangue troian l'antico ceppo,
E con Priamo suo racconta 'nsieme
Laomedonte, e 'l gran Dardano, e gli altri;
I quai però non vo' spregiar: ma quello
Di cui ten vai superbo e tanto apprezzi,
Ch'è il tuo quinto avo, è di mia stirpe il primo,
E di colei che cotanto ami è padre.
E ben ch'io pensi e lo mi creda certo
Che de la Troia tua sia grande il regno,
E lo scettro real possente e forte,
Io non credo però che del mio sposo
E de la Grecia sia men degno il trono.
Ma se Micene, e la mia Sparta è vinta
Dal paese troian di gemme e d'oro,
D'uomini illustri e di famosi eroi,
La terra vostra è nondimen sì lunge,
Ch'ella si può chiamar barbara e strana.
Cotanti ancora e sì pregiati doni
La tua lettera ricca a me promette,
Ch'ella potrebbe a l'amorosa voglia
Piegar del ciel le più pudiche dive:
Ma s'io de l'alma et onestà gradita
Volesse trapassar la meta e 'l segno,
E lo mio proprio onor far negro e brutto,
Tu sol, più che le gemme, e l'ostro, e l'oro,
Mi faresti fallire; et io più tosto
Sempre mi viverò quest'anni miei
Senza macchiar mia pudicizia, e fama,
Od io più te che li tuoi doni alteri
Innamorata seguirò per l'onde.
E ben che io non gli sprezzi, o tenga a vile,
Quei nondimen son più pregiati e cari,
Che fa pregiati il donator gentile:
E più m'è caro che sì lunga via
Di cotanta fatica e tanti errori
Ti sia stata cagion, ma vie più caro
M'è che tu m'ami, e per me t'arda e strugga.
Io noto ancor quelli amorosi cenni
Ch'a mensa fai, bench'io non mostri aperto,
Anzi finga talor mirare altrove.
E veggio ben che con lascivo sguardo
Talor mi guardi, e sì negli occhi miei
Tieni i tuoi lumi innamorati affissi,
Ch'io la lor luce sopportar non posso.
Talor de' tuoi sospir l'acceso vento
Mi fere il volto, e talor prendi il vaso
Che m'è vicino, e in quella parte ond'io
Bevuto avea tu le tue labbra accosti.
Talor t'ho visto ancor parlar col ciglio
E con le dita, e manifesti segni
Farmi del grand'amor, ond'io sovente
Temei che d'essi il mio marito accorto
Non s'accorgesse, e m'arrossi' nel volto,
Che del mio vergognar fu vero indizio;
E dissi mormorando: egli non have
Vergogna alcuna, e fu mia voce vera.
Io nel piatto d'argento, essendo a mensa,
Ch'era dinanzi a te, dov'era impresso
Il nome mio, sott'il mio nome ho visto
Scriver col vin questa parola: IO AMO.
Et io di creder ciò girando gli occhi
Talor negava, et ho veduto espresso
Ch'a questa foggia ancor parlar si puote.
Queste sarien quelle accortezze, e quegli
Atti dolci d'amore, ond'io potrei
Piegarmi ai tuoi desir, s'al mio consorte
Romper dovessi la promessa fede.
Tu hai ancor, io lo confesso, il volto
Di rara grazia e di bellezza ornato,
E tal ch'ei può cortese donna amarlo.
Ma sia pur altra avventurata, e senza
Colpa e vergogna un tanto ben si goda,
Più tosto che l'onor pregiato e caro
Sia da strano amator macchiato e vinto.
Prendi esempio da me, ch'ho brutto sposo,
Di viver privo di bramata cosa:
Che gli è virtù star senz'il ben che piace,
E contenersi e superar se stesso.
Quanti altri pensi tu giovani amanti,
Che son non men di te bramosi e saggi,
Bramar quel che tu brami? O stolto, or credi
Esser tu sol ch'abbia le luci in fronte?
Tu più degl'altri, o peregrin, non vedi,
Ma ben degl'altri hai più sfacciato ardire,
Né più degl'altri hai cor, ma men vergogna.
Allor vorrei che tu venuto fussi
A queste rive mie, quand'era ancora
Vergine e pura, e che da mille amanti
Era per moglie al mio gran padre chiesta:
Perché di mille e mille amanti e proci
Saresti stato il primo e 'l più gradito,
E mi perdonerà mio sposo in questo,
E mi sarà nel mio parer compagno;
Ma tu vien tardi al desiato bene,
Perché quel ch'or tu brami, altri possiede.
E benché volentier consorte amata
Stata ti fossi, io nondimen non sono
Del grande Atrida mio forzata moglie.
Deh non voler con le parole accorte
Percuoter più la debolezza inferma
Del petto feminil, né quella ond'hai,
Secondo il tuo parlar, ferito il core
Condurre ad atto et inonesto e bieco,
Né nuocer tanto al bel candor pudico;
Ma lasciami servar candida e intera
La bella fede a quel marito a cui
La mia fortuna mi legò da prima,
E non voler dell'onestà gradita
D'una greca portar la spoglia infame.
Ma tu dirai che nel bel colle Ideo,
Quando Giunone e la pudica Palla,
Gl'imperi quella, e la prudenza questa,
T'offerser sol perché ciascuna d'esse
Giudicata da te più bella fosse,
Vener madre d'Amor promise farte
Marito mio: ma ch'i celesti Numi
Si sien mostrati ad uom mortale ignudi
E dei lor corpi il tuo giudicio atteso
A pena il credo; e benché il creda, quando
Ciò fosse ver, non crederò già mai
D'esser mercé di tal giudicio fatta,
Perch'io non son di tal bellezza e tanta
Ch'io pensi mai che l'amorosa Diva
T'abbia promesso me per premio e dono
Di tua sentenzia, e sol mi basta agli occhi
Di voi mortai parer gentile e bella.
Ma che Vener già mai laudata m'aggia
Non ben lo penso, e non lo nego, e forse
Puote esser vero, et acconsento a queste
Divine lodi: e perché debbo mai
D'esser quella negar ch'esser desio?
Non ti sdegnar se così pigra e lenta
È la mia fé, ché le gran cose e rare
Negli animi di noi tardi han credenza.
Il mio primo piacer dunque è ch'io sia
Stata dall'alma dea tenuta bella,
Dipoi m'è car che sopra ogni altro dono
M'abbia pregiata, e posta inanti a quanti
Palla e Giunon t'avean promessi insieme
Famosi imperi e gloriosi onori.
Adunque io son tuo fortunato regno,
Io tua virtute, e sapienzia amata,
E quanto ben di posseder sospiri.
Io ben sarei vie più gelata e dura
Che freddo sasso e rugginoso ferro,
S'io non amassi un sì gentile e bello,
Un sì cortese innamorato core.
Non son, credimi pur, non son di ferro;
Ma ben ricuso amar, che mai quell'uomo
Esser non puote a gran fatica mio.
E perché debbo affaticarmi in vano
D'arar l'arena, e seminar nell'onde?
E por mia speme in quella parte ond'io
Sperar non deggia mai dolcezza o frutto?
S'io son selvaggia, e male avvezza a questi
Amorosi piacer, gli è perch'io mai
(E tutto il ciel per testimonio invoco)
Non feci torto al mio marito fido.
E s'or ti scrivo, e del mio petto ascondo
In questa carta i desiderii interni,
Sappia ch'io fo quel che io non fei già mai,
E faccio impresa inusitata e nuova.
O ben felici, e fortunate quelle
Che sono avezze agli amorosi inganni!
Ch'io goffa e folle, et inesperta a questo
Soave error, non so veder la strada
Di simil colpa, e mi cred'io che molto
Difficil sia di cotal fallo il guado.
Già la paura istessa, oimè, m'offende,
Veder ch'ognun mi guardi, e il volgo insano
Come impudica altrui mi mostri a dito:
Né ciò mi stimo invan, perch'ho sentito
D'ambi noi mormorare, ed Etra ancora
M'ha rapportato alcuna infamia e carco
Che d'ambi insieme noi tra 'l volgo è sparso:
Però nascondi il foco ond'ardi, o vero
Pon fine al grande amor; ma perché debbi
Finir d'amarmi? egli è pur meglio amando
Tenersi in sen sua bella fiamma ascosa.
Vagheggia pur, ma sì celatamente
Ch'altri non veggia; e se il mio sposo è lunge
Ho ben più libertà che quando egli era
Presente a noi, ma di me stessa in tutto
In libertà non son, ché intorno intorno
Ho chi m'osserva, e mie parole attende.
Egli è partito, e gran cagion lo spinse,
E 'l subito partir non fu men noto
Ch'ei fusse presto; e se ei mi disse andando
Ch'io prendessi di te cortese cura,
Sappia, che del partir stand'ei dubbioso,
Gli dissi: o sposo mio, tornami indietro
E presto, e sano; et ei presagio lieto
Da le parole mie prendendo, allora
Come sposa baciommi, e disse: in questa
Assenza mia, fa' che 'l reale albergo,
E le ricchezze, e il peregrin di Troia
Ti sieno a core; onde a gran pena il riso
Potetti contenere, e mentre ch'io
Mi sforzava celarlo, altro non dissi
Se non: io n'arò cura. E s'egli in Creta
Con placid'onde, e con propizio vento
Drizzò le vele, a te però non lice
Tutto tentar ch'uno amator desia,
Perché 'l mio sposo è così lunge, ch'egli
Puote aver di me cura; e poi non sai
Com'hanno i re le man lunghe, e le braccia?
L'infamia ancor mi dà terror, che quanto
Siamo da voi di gran beltà lodate,
Tant'han più di temer li sposi nostri
Giusta cagion; e quella gloria ond'io
Or sono in pregio e reputata onesta
S'oppone al mio voler, bench'io bramassi
Diletto alcuno: e ben cred'io che meglio
Fora ingannare il comun grido, e sotto
Il vel dell'onestà gustar talora
D'un amante gentil gli amati frutti.
Né ti maravigliar che andando ei lunge
M'abbia lasciata in uno albergo istesso
Con teco insieme, et a la fé commessa
D'un forestier: perché ei sa quanta, e quale
È la bontà di mia pudica vita.
S'ei de la mia beltà geloso teme,
Mia pudicizia il fa sicuro, e s'io
Son bella in viso, io son nel cor pudica.
Tu mi di' poi che l'opportuno tempo
Io non lasci fuggir che m'have il mio
Sposo concesso, e ch'io mi goda quella
Commodità ch'al suo partir lasciommi:
Io ben farlo desio, ma temo, e vivo
Tra timore e desire, e non ben ferma
È la mia voglia, e son dubbiosa ancora
Di quel ch'io debbo far: mio sposo è lunge,
Tu senza donna giaci, e mia beltade
Ti face amarmi, e me tua faccia inchina;
E le notti son lunghe, e già ne lice
Insieme ragionar, e l'esser teco
In un albergo m'assicura, e invita;
E l'aspetto gentile e il sangue illustre
A sì bel furto ognor ne spinge e sprona.
Poss'io morir s'a la amorosa colpa
Ogni gradita occasione e fida
Non ne chiama e ne sforza; e non so quale
Vil mi faccia tardar sospetto e tema.
Volesse il ciel che quel ch'amando brami
Persuadere a semplicetta donna,
Tu potessi per forza aver da lei!
Che mia rozzezza, e mia vergogna fora
Così scacciata; e spesse volte avviene
Ch'un grave oltraggio a l'oltraggiato è bono.
E mal mio grado a fortunato stato
Sarei rapita, et al dispetto mio
Sarei felice, e fortunata, e lieta.
Ma pur meglio è ch'al cominciato amore
Io faccia forza, e mi dimostri invitta:
Ché nuova fiamma in sul principio ardente
Poca acqua ammorza, e malamente puote
Avere in peregrin fermezza Amore:
Perch'ei ne vien con voi di terra in terra
Mai sempre errando, e qualor pensi e credi
Ch'altra cosa non sia più ferma al mondo,
Allor sen fugge; e l'infelici e belle
Arianna, et Isifile, e Medea
Fan fede altrui de l'incostanza e fede
Del peregrin amor, che scioccamente
Si diero in braccio ai peregrini amanti.
E tu mal fido ancor lasciato hai quella
Sì bella Enon, che cotanti anni e tanti,
Misera lei, sì caldamente amasti.
E tu medesmo non lo nieghi, et io,
Come conviensi a saggia donna amata,
Con diligenza ho ricercato e inteso
Ogni pensiero, ogni parola, ogni opra,
E più che tu non credi, avuto ho cura
Di te, che fai l'innamorato meco.
Aggiugni ancor che s'amator costante
Brami mostrarti, e mio fidele amico,
Tu no 'l puoi far, perch'i compagni tuoi
Poco staranno a richiamarti in Troia.
Ecco che mentre noi parliamo insieme
E t'apparecchi a la sperata notte,
Il vento spira, e le troiane antenne
A ritornarsi al bel paese invita.
E lascerai nel cominciar l'impresa
Imperfetto il piacer bramato, e teco
E col vento n'andrà per l'onde a volo
Il nostro amor, ch'or sì cocente mostri.
Ma debb'io pur seguir, come or ne preghi,
L'accesa voglia, e venir debbo teco
A riveder l'alte famose mura
De la gran Troia? e diventar del saggio
Priamo nuora, e di vedermi al grande
Laomedonte in parentado aggiunta?
No, ch'io non debbo mai voler godermi
Un tristo, infame, e fuggitivo bene:
Et io non son così perduta e folle,
E non spregio così la voce e il grido
De la fama immortal, ch'io brami e voglia
Ch'ella de' falli miei nefandi e brutti
E de le mie vergogne il mondo ingombri.
Che diria poi di me Sparta e Micene?
Che tutta Grecia, e l'asiana gente?
Che parlerian di me Priamo, e seco
La sua consorte, i tuoi fratelli, e tante
Sue nuore illustri, e tutta Troia insieme?
E tu come potresti entro al tuo core
Fedel tenermi, e col tuo proprio esempio
Non star de la mia fé mai sempre in dubbio?
Ogni uomo illustre, e peregrin famoso
Ch'entrasse dentro ai bei troiani porti
Di gelosia ti pungerebbe il seno.
Oh quante volte poi sfacciata e trista,
Femina vile, e meretrice infame
Mi chiameresti, essend'irato meco.
E non ti sovverria che dentro al mio
Fallo sarebbe il tuo peccato involto,
E d'un medesmo error saresti insieme
Autor dolce, e riprensor amaro?
Ma pria la terra in un momento irata
S'apra, e m'inghiotta, anzi ch'io franga mai
La santa fé del maritale amore,
E mi dia in preda a peregrino amante
Che con parole tai m'oltraggi, e spregi.
Ma tu dirai che le ricchezze immense
Mi goderò del gran troiano impero,
E via maggiori avrò pregiati doni
Di quei che mi prometti, e sarò altera
Di ricche gemme, e di purpurei ammanti.
Perdonami s'io son libera e sciolta
In dirti il ver: non son le gemme, e l'oro,
E le tue spoglie, e le cortesi offerte
Pregiate sì che sian bastanti a farmi
Rimuover quindi innamorata il passo.
E il viver qui nel mio mendico regno
Troppo, né so perché, mi giova e piace.
Chi mi daria, quando oltraggiata io fussi,
Nel paese troian pietosa aita?
E d'onde attenderei, lassa, il soccorso
Del mio fratello, o poco amato padre?
Anco a la troppo innamorata e folle
Medea promise il peregrino sposo,
Il fallace Giason, tutte le cose,
E nondimen fu discacciata poi,
E non aveva il vecchiarello Eeta
Suo genitor, né la sua madre Issea,
Né Calliope sua sirocchia, ove ella
Volger potesse il dispregiato piede.
Ma tu dirai ch'io paventar non debba
Sì fatto oltraggio, et io rispondo, e dico
Ch'anco Medea non paventava; e spesso
Tradita vien dal suo presagio lieto
Nostra speme fallace: e quelle navi
Ch'or tempesta crudel nel mezzo a l'onde
Assalta e frange, ebber Nettunno amico,
E 'l mar tranquillo, e 'l ciel sereno e bello,
Mentre che fisso avean l'ancore in porto.
Quel sogno poi mi sbigotisce, in cui,
Il giorno inanzi al fortunato parto,
Partorir parve a la tua madre al mondo
Una sanguigna e spaventosa fiamma.
E temo ancor degli indovini accorti
Il gran giudicio, e 'l vaticinio espresso,
Ond'han veduto, indovinato, e detto
Che 'l greco fuoco abbruciar deve un giorno
E incenerire il superb'Ilio, e Troia.
L'irata Giuno, e la sdegnata Palla
M'empieno il cor di gran spavento e tema,
Perché tu desti a l'amorosa Diva
Contra di lor de la bellezza il pregio,
Le quai vorran de la beltà spregiata
Far lor vendetta, ancor ch'armata in campo
Venere prenda in tua difesa il ferro,
E ti sia guida a l'amorosa impresa.
Né son dubbiosa ancor ch'Atrida irato,
S'io seguo te, ne spiegherà l'insegne
E l'armi contra, e tra le spade e 'l sangue
Sarà mai sempre il nostro amore involto.
Perché tu sai di qual battaglia fera
Fosse cagione Ippodamia gentile
Tra 'l popol di Tessaglia, e tra la forte
Torma de le biformi alpestri belve:
Credi tu poi che sarà pigro e lento
A vendicar lo scelerato oltraggio
Il mio marito, Agamennone, e il vecchio
Tindaro, a cui tutta la Grecia inchina?
Ma ben che tu ti vanti, e i gesti alteri
Da te fatti racconti in lotta e in guerra,
Non è però che differente il viso
Non sia da le parole, e che 'l tuo corpo
Non sia più pronto a l'amoroso gioco
Ch'agli assalti di Marte: e però lascia
Ad altri guerreggiar, tu solo attendi,
Paride, amare. Ed a quel forte Ettorre,
Che tanto laudi e che cotanto stimi,
Lascia l'incarco de la guerra, e ch'egli
Per te combatta, e ti difenda in campo:
Ch'altra milizia al tuo valor conviensi,
Et ad altra opra hai più disposto et atto
Il gentil corpo, e le ben fatte membra.
Il qual valor s'io fussi saggia, e meno
Di quel ch'io sono e timidetta e vile,
Devrei provare; e giovanetto amante
Se fia prudente il proverà talora.
E fors'anch'io lo proverò, lasciando
E l'onestate e la vergogna indietro,
E vinta ti darò me stessa in guisa
D'umil pregiona al vincitor gentile.
Quel che dimandi poi, ch'ascosamente
Io ti conceda il ragionar con meco
Sol una notte, io quanto brami intendo,
E quel che importi il favellar; ma troppo
Affretti il tuo desio bramoso e caldo,
E per ancora è la tua messe in erba:
E forse amica ai tuoi bei voti fia
Questa tardanza che t'annoia e strugge.
Ma chiudo qui, poi che la mano è stanca,
Di questa carta il ragionare, a cui
Ho la mia mente, e lo mio petto aperto.
Quel che ne resta poi, trattianlo insieme
Per mezzo ed opra di mie fide ancille
Climene ed Etra, a cui discopro ogn'altro
Secreto mio, ch'elle saran mai sempre
D'ambi i nostri desir messaggie fide.