Eloquentissimi atque egregii artium et medicinae studentis magistri Guidonis Pep...
Era già fuor la rotulante Aurora
Con la fronte di rose e 'l calpil d'oro,
E nitida, cangiando in ciel le stelle.
Phebo hor col carro uscìa dal Gange alhora,
Di purpura vestito, al gran lavoro
Nel solio di gemme eterne e belle.
Le Dryade, Nayade e le Mayelle,
Con l'altre Nymphe per le silve errando
Andavan, e cantando,
Cum lor chiome nodate, e serta ad umbra;
Piangeva anchora Phylomena a l'ombra
Che altrui 'namora con soi dolci lai,
E rimembrava gli amorosi guai.
Quando Amor con la verga nove nymphe,
Come pastor, dal monte de Helicona
Condusse intorno al mio umbroso cubìle
Tra boschi, saxi, antri, hermi e chiari lymphe,
E verdi colli, e poggi in Falterona,
Dicta da Fauno, antiquamente Ovìle.
Qui consacròmi una casella umìle
De Myrto e Lauro con felice odore,
E de un dolce liquore
Di melle e lacte impresso fu conspersa.
Apollo essa edichando ebbe conversa
Al sacro Aonio e le peneide onde
Stillavan sopra quelle verdi fronde.
D'intorno a mi danzavano per via
Le sancte donne in acto honesto e grave,
Cantando sì che 'l cuor m'hebbe diviso,
Per ch'io sentìa la dolce harmonia
Nel sompno, tutta angelicha e suave,
Che me fa rimembrar del paradiso.
Quindi cognobbi al lor celleste viso
Melpomene, Calliope, Talya,
Eutherpe e Polymìa,
Clyo, Urania, Tersicore, Erato.
Lustrando era il suo cancto inamorato,
Che l'homo ch'à vertù mai non si perde,
Né seccha sì che sempre non sia verde.
E tra chiuse, fiorite, umbrose piagie
Era tal melodia con un silentio,
Che fe' l'aer tranquillo e 'l ciel sereno;
Onde le fiere indomite e silvagie
Stavan quïete, tal che amaro assentio
Pareva dolce, et ogni obscuro ameno.
Io havea di dolcezza il cor sì pieno
Che per gran meravelglia era smarito.
Come hermita transìto
In extasi nel contemplar el cielo
Vorebbe haver cangiato il tristo velo,
Nel puncto ch'io cognobbi loro altezze
Per non sentir giammai minor docezze.
E già spunctava in orïente un raggio
Del sole, che lustrava ogni pendice
Con le sue bionde trezze a l'aura sparse;
Quando fra mi dicea: facto son saggio,
E sopra ogni altro amante il più felice.
Che dir 'nanzi la morte è vano e scharse!
Perhò che un turbo subito ivi apparse,
Che svelse il sacro choro e l'aureo tecto
Pien di sommo dilecto,
Summerse, e non so dove, in poggio, o in rive;
Tal ch'io rimasi senza l'alme dive
Soletto in terra a pianger gli occhii sancti.
Il mondo alfin non dà che dolglie e piancti!
Canzone, io piangho che 'l mio contubernio
Me fo rapto dinanzi e non da tergho,
Perché era indigno de sì divo albergho.