Enone a ParideEpistola quinta

By Remigio Nannini

Leggi tu questi versi? o pur la nuova

Consorte tua te 'l vieta? Eh leggi pure,

Che la carta non è da greca mano,

Né da' nimici tuoi vergata e scritta;

Ma la misera Enon, ma quella ninfa

Sì celebrata entro alle selve d'Ida,

Teco si duol, suo tant'amato sposo,

Se pur tu vuoi ch'ella si lagni e doglia,

Di quelle offese, e di quei tanti oltraggi,

Che fuor del merto suo sopporta ognora.

Qual stella aversa mai, qual dio, qual nume

Ha contrastato a' nostri ardenti amori?

E qual mio fallo, e qual mia colpa è stata

Cagion ch'io non sia più, Paride, tua?

Quel danno e quel dolor che 'l merto adegua

Assai men duole, e via men grave appare;

Ma ciò che viene altrui di danno o doglia

Fuor del suo merto, assai n'attrista e preme.

Tu non eri ancor tal, lassa, quando io

Pudica ninfa, e del gran Xanto figlia

Ti tolsi per mio sposo, e bench'adesso

Tu sia del re troian creduto prole,

E sia così la veritate espressa,

Tu nondimeno eri allor servo, et io

Soffersi e volsi a servitor legarmi.

Noi lieti già de l'alte querci a l'ombra,

Or de' roveri annosi in mezzo al gregge

N'assidevamo insieme, e i fiori e l'erbe

Ne feron letto; or ne giacemo sopra

Al secco fieno, ora a lo strame vile,

Ch'a le stagion più fredde, ai dì più brevi

L'umil capanna e 'l poverello albergo

Da le brine e dal giel depressi furo:

Chi ti mostrava i monti, e chi le selve

Atte a cacciarvi? e chi l'alpestri rupi

Ti scorgea, lassa, ed in qual grotta avesse

La salvatica fera i figli ascosti?

Spess'ancor di mia man drizzai le reti,

E gli animosi can per gli alti monti

Spinsi a le fiere dietro, in fuga volte;

E compagna ti fui, consorte, e serva.

Tu spesso ancor ne le cortecce dolci

Degli alti faggi in mille strani modi

Intagliasti il mio nome, e in mille piante

Si legge Enon dalla tua falce impresso.

E mi sovien che nel pedal d'un pioppo

Su le rive del Xanto ancor si serba

Il nome mio, e quanto il tronco cresce

Tanto cresce il mio nome. O belle piante,

Crescete a gara, e del bel nostro amore

Fate, sorgendo ognor, perpetua fede!

E tu felice aventurato pioppo,

Vivi mai sempre, e nel bel tronco serba

Queste scritte da lui parole amiche:

– Al fonte lor del chiaro Xanto allora

Correran l'onde, e torneransi indietro,

Che starà senza Enon Paride in vita –.

Corri o bel Xanto indietro, e voi bell'onde

Torcete i passi omai, ché 'l mio consorte

D'abandonare Enon, lassa, ha sofferto.

Quel dì, misera me, quel dì m'aperse

Alle miserie l'alma, e agli occhi il pianto;

E da quel dì del mio tranquillo amore,

Della mia calma, e del mio bello aprile

Cominciò l'odio, e la tempesta, e 'l verno:

Io dico da quel dì ch'in Ida ignude

Venere, e Giuno, e la pudica Palla,

A cui gloria maggiore era in quel giorno

Vestirsi l'armi, o feminil sua gonna,

Ti si mostraro, e ciascheduna intenta

Di sua beltate il tuo giudicio attese.

Allor che per timor per l'ossa scorse

Un freddo gelo, e si percosse il core

Dentro al tuo dubbio, e spaventato petto;

Ond'io, cui tema e amor premeva l'alma,

Non men d'amor che di spavento piena,

Corsi a le maghe incantatrice vecchie,

E a' vecchi pien di malefici e d'anni,

Bramosa di saper qual mai dovesse

Esser il fin di tal giudicio odioso.

I quai mostrar che di travagli e sangue,

Di pene e morti era presagio tristo

L'alta sentenza, e nondimen tagliati

Fur gli alti abeti, e fabricata in fretta

La grand'armata, e dentro all'onde immersa;

E tu nel tuo partir piangesti, e questo

Non puoi negar, né t'arrossisca il volto

L'essermi stato amante, e non t'aggrevi

Il primo amor, che la seconda fiamma

Per sua bruttezza è di vergogna degna.

Tu pur piangesti, e sospirasti, e i miei

Occhi vedesti ancor bagnati e molli,

E misti i pianti miei, e i miei sospiri

Co' tuoi sospiri, e co' tuoi pianti furo;

Né sì co' tralci suoi frondosa vite

Caro olmo abbraccia, e lo circonda e lega,

Come le braccia tue più volte intorno

Mi feron stretto, et amoroso nodo.

Ahi quante volte, ahi quante volte vidi

Riderne i tuoi compagni, allor che 'l vento

Esser cagion del tuo tardar dicevi,

Et egli era all'andar propizio e buono!

Ahi quante volte poi, doglioso e mesto,

Ritornasti a baciarmi! e con qual pena

L'afflitta lingua tua mi disse a Dio!

Ma io dapoi che da leve aura vidi

Le vele enfiate, e che da' remi in alto

Tratte eran l'acque, e biancheggiavan l'onde,

Non seppi altro che far, che seguir lunge

Con gli occhi miei le fuggitive vele

Quant'il veder mi fu concesso, e poi

Esserti col pensier mai sempre appresso,

E porger preghi alle marine ninfe

Perché tu torni, oimè, perché tu torni

A' tristi danni miei veloce e presto.

Dunque mercé de le mie preci ardenti

E de' miei voti pii, non per Enone

Ma per Elena sol tornato sei?

Oimè! ch'io fui per meretrice infame,

Per adultera vil, devota e pia.

Ei s'erge là sovra la riva un'alta

Ruvida mole, e d'ogni intorno guarda

Il largo sen del gran Nettunno, e dove

Spinte dagli Aquilon si rompan l'onde,

Dalla cui cima a rimirar le vele

La prima fui, e dentro al cor mi nacque

Sommo disio di trarmi indi nel mare,

E venirti a trovar notando al legno:

Ma mentre io t'aspettava, ecco ch'io scorgo

Porpora fiammeggiar su l'alta prora,

Che mi fe' sbigottir, ch'a te non lice

Abito tal: ma poi ch'a proda venne

La presta nave, e si fermò nel porto,

Vidi di donna e le sembianze, e 'l volto.

Né bastò questo (a che tardai ne l'onde

Misera trarmi?), oimè, ch'io vidi ch'ella

Ti si posava amicamente in grembo;

Ond'allor sospirai, allor dagli occhi

Versai lagrime calde, allor mi svelsi

I biondi crini, e mi graffiai le guance,

E di querele altissime, e di voci

Empiei la selva d'Ida, e i miei lamenti

A quei tronchi, a quei sassi, a quelle piante

Narrai ad uno ad uno. Oh voglia il cielo

Ch'Elena ancor così si lagni e doglia,

E dal suo sposo odiata, e di lui priva

Così s'attristi, et in se stessa pruovi

Quell'immenso dolor, quell'aspra pena,

Ch'ella ad Enon fatt'ha provare in prima!

Or che tu sei di sangue illustre e chiaro,

E carco di tesoro, hai donne belle,

Che i legittimi loro amanti sposi

Tradiscan, lassa, e per gli error del mare

Ti seguan liete, e ti si stanno in grembo:

Ma quando eri di stirpe oscura e vile,

E di ricchezze inerme, e nelle selve

Povero pastorel pascevi i greggi,

Enon sol t'era grata, Enon sola era

Del poverello ignudo amante e sposa.

Io le ricchezze tue non bramo, o pregio,

Né il sangue illustre, o l'onorato albergo

Mi sospinge ad amarti, o perch'io brami

Tra l'infinite annoverarmi nuora

Del tuo gran padre, e del gran re di Troia;

Non perché 'l giusto vecchio esser si sdegni

Suocer di ninfa, o la tua saggia madre

Abbia vergogna aver nuora sì vile,

Ch'io degna son di gran consorte, e illustre,

Et ho la fronte, et ho le mani ancora

E le chiome, e le spalle, atte a portare

Corona, scetro, e diadema, e manto:

Né mi spregiar, perch'io giacessi teco

Su per le frondi, e su per l'erbe verdi,

Perch'io più degna son di letto ornato

Di perle, e d'oro e d'ostro; e finalmente

Il mio amore è sicuro, e guerra alcuna

Per me non ti si muove, e su per l'onde

Nave non vien per far vendetta ch'io

T'abbia cotanto, e con tal fede amato.

Già col sanguigno, e minaccioso ferro,

E con l'armi nimiche ella è richiesta;

E questa è quella dote ond'ella venne

Così superba entro all'infame albergo:

La qual s'a' Greci suoi render si deggia,

Domandane il famoso Ettore invitto,

E Deifobo accorto, e seco ascolta

Il gran Polidamante, e poscia attendi

Quel ch'Antenore saggio, e quel che 'l vecchio

Priamo, a cui la sperienza, e gli anni

Son stati mastri, in periglioso caso

Paternamente il suo figliuol consigli.

L'è brutta legge e disonesta usanza

Preporre a donna, che nutrita e nata

Nella tua patria sia, una impudica

Giovin, rapita, e meretrice infame.

Quant'hai da vergognarti, e quanto giusta

Cagione ha suo sdegnato amante sposo

Muoverne contra i sanguinosi ferri!

Né creder mai ch'ella ti sia fidele,

Benché sì tosto, e con sì grande amore

Acconsentisse agli amorosi preghi,

Che come piange or il minore Atrida

Le rotte leggi, e la squarciata fede

Del letto geniale, e duolsi ancora

Del peregrino amor, tu similmente

Lamenterai tuo folle error: che quando

Una sol volta è violata e rotta

La santa pudicizia, ella per sempre

È guasta e persa, e racquistar non puossi.

Ell'arde or per tuo amore; ella anco in prima

Arse del greco suo consorte e fido,

La cui troppa credenza e troppa fede

Giacer lo face abandonato e solo

Entro all'odiate, e mal gradite piume.

O fortunata Andromache, o felice

Ch'a sposo sì fedel ti desti in braccio!

Lassa! ch'io pur doveva esser congiunta

Ad uom costante e pio, qual sempre è stato

Il suo fratello Ettorre. Ahi via più lieve

Di lieve fronda, a cui l'umor sottragga

La men calda stagion, che quinci e quindi

La giri il vento, e la sollevi e volva;

Ahi via più lieve ancor d'arida spiga,

Che da' cocenti soli arsa e risecca

Non ha valor di sostenersi a l'aura!

Quest'è quel che Cassandra, i crini e i piedi

Discinta e scalza, or mi sovien, predisse;

E mi dicea con lagrimosa voce:

Che fai, misera Enone? a che pur vai

Solcando i lidi, e vai spargendo il seme

Nelle sterili arene? a che t'ingegni,

Senza mai speme aver d'amata messe,

Oprarvi i tori, e stimolargli indarno?

Ecco che viene una giovenca greca,

Per cui la patria, e la consorte, e 'l padre

Sarà distrutto, oh no 'l consenta il cielo!

Ecco che viene una giovenca greca;

Eh, mentre e' lice ancor, mandate al fondo

La trista prora: ahi quante fiamme, ahi quante

Morti port'ella, ahi quanto sangue seco!

Così disse ella, e nel furore immersa

Fu da sue ancille presa; et io che l'alma

Avea d'orrore e di spavento piena

Per le parole sue, subito in volto

Pallida, oimè, mi feci, e le mie chiome

Per gran timor si fer rigide ed irte.

Ahi troppo il ver mi profetasti! ahi lassa!

Ch'i miei bei prati, e ' miei fioriti colli

La greca vacca or si possiede e pasce.

Sia pur quanto si vuol di faccia bella,

Che da non degno e peregrino amore

Presa, tradì gli Dii, lo sposo, e 'l padre:

E già ne' suoi primi anni, un'altra volta

Rapita fu da l'amator suo Teseo,

Io non so qual, e della patria fore

Vergine ancor la trasse: e creder deggio

Che giovinetta, e grandemente amata

Da giovinetto amante, al padre sia

Vergin tornata, et incorrotta, e casta?

Tu mi domandi forse ond'io sì fatte

Cose abbia intese? Or non sai tu che nulla,

O poco, a' veri amanti Amore asconde?

Ma benché il suo fuggirsi, e l'esser tolta,

All'altrui forza, e violenza ascriva,

E con tal nome il suo gran fallo adombri,

Non puoi velar però sua voglia ingorda,

Ché, chi rapita fu tant'altre volte,

Fu sol perch'ella volse esser rapita,

Et a sì dolci e sì bramati furti,

Et a' ladri amator se stessa offerse;

Ma la fidele Enon, ma la tua sposa

A te consorte suo, quantunque infido,

Pudicamente s'è servata intatta.

I Satiri, i Silvani, i Fauni, e gli altri

Selvaggi dii, per la gran selva d'Ida

D'acutissimo pino ornati il fronte,

Mi seguan presti, et io da lor m'involo,

E per le siepi or mi nascondo, or fuggo;

E benché 'l biondo e sacrosanto Apollo,

Che fe' le mura a la gran Troia intorno,

Fieramente m'amasse, e primo avesse

Di mia virginità l'amate spoglie,

L'ebbe per forza, et io con l'unghie il volto

Piangendo gli graffiai, e dalla chioma

Più d'un dorato crin gli svelsi, e trassi;

Né per mercé del violento stupro

Gemme gli addomandai, od oro, od ostro,

Ch'egli è vil cosa, e disonesta e brutta,

Dare il suo corpo ad amator bramoso

Per così fatti doni; anzi ei mi diede,

Giudicandomi lui di premio tale

E di bella mercé non poco degna,

Del medicare e la scienza e l'arte:

Né nasce erba o radice in prato o in colle

Di cui non sappia e la virtute e 'l pregio.

Misera me! che l'amoroso ardore

Temprar non so, né intepidir la fiamma

Per virtù d'erbe, et a me stessa sono

D'aiuto scarsa, e mia virtute ed arte

Al maggior uopo e m'abandona e manca.

Anzi l'istesso ancor sacrato Apollo,

Primo inventor del medicar salubre,

Che l'armento pasceo, quant'alcun dice,

Del grande Admeto, a le sue fiamme ardenti

Mal seppe sovenire, e del mio foco

Fu grandemente, e lungo tempo acceso.

Quel pio soccorso, oimè, quel dolce aiuto,

Che la terra già mai, che 'l biondo Apollo,

Quella con l'erbe sue, con l'arte questi,

Dar non mi può, tu sol donar mi puoi;

E lo puoi darmi, et io lo merto, e debbi

Al giusto merto mio mercede eguale:

Ch'altra non è che giustamente avere

Pietà di me, che con gli amanti greci,

D'acciar non men che di disdegno armati,

L'armi non cingo: anzi tua son, sì come

Fui ne' primi anni, e di finir desio

Gli ultimi giorni, e la mia vita, teco.