Epitalamio

By Bernardino Baldi

Dimmi, amico Damon, questi che teco,

Già son due giorni, a te sì caro, alberga,

Ove a te pria fu noto, e qual paese

Sua patria appella? A l'idioma parmi

Umbro, s'io non m'inganno, e colà nato

Ove d'alta pendice Urbin talora

Lunge irato mugghiar sente il Metauro.

Ben dici, e con ragion, Fausto, se amico

Sempre fosti a color che da quei poggi

Vennero a ber scienze a' nostri fiumi.

Ileo questi è, sul Po di greggia umile

Pastor novello, et or mentre procura

Da le scorze a' metalli, indi a le carte

Fidar quei carmi onde sonar sovente

Fece le natie valli, e i patrii monti,

Vassene a la città d'Adria reina,

Che le mute fatiche, e i nomi ignoti

Suole a Lete furar con nobil arte.

E perché di quel grande il nome onora,

Ch'ebbe il nido su l'Arno, indi la tomba

In questi colli, anzi il partir le pietre

Voluto ha visitar, che la sua polve

Serbano ancor sì fedelmente in grembo.

Quinci meco a veder gli antichi tempii

Condotto l'ho, che da sassose cime

Vanno a trovar con gli alti tetti il cielo.

Veduto ha l'acque tepide e fumanti,

Che da sulfurei fondi altrui salubri

Irrigano sgorgando il verde suolo.

Or meco vien per contemplar l'eccelse

Mura, che 'l sasso inciso aspro, e vetusto,

Ha fondato il guerrier che Pio discende

Di chiarissimo sangue, per cui tanto

Brenta al veneto mar sen corre altera.

Nobil opra vedrà: vedrà che in alta

Parte sedendo, il ben fondato albergo

Vagheggia i campi, e Bacchillon che chiaro

Gli amenissimi piani irriga, e fende.

Ma non sai tu, Damon, ch'oggi s'onora

Da' più saggi pastor di queste rive

Il giovane Liceo, che si congiunge

Con saldissimo nodo a Beatrice,

Leggiadra figlia del signor di cui

Fattura è 'l bel palagio?

E come ignoto

Esser ciò può, se ne rimbomba il suono

Ne le parti anco a noi remote? Anz'io

Oggi più volentier condotto ho meco

Ileo, perché goder possa de' lieti

Trionfi de le nozze, e veder quanto

Sian da Febo onorati, e da le Muse

E le ninfe e i pastor di queste selve.

Già siam vicini al loco: io veggio Edreo

Sotto quell'elce là sedersi a l'ombra,

Circondato da molti, e seco Flori,

Che col latte materno insieme ebbe

Il nettar de le Muse, e può col canto

Quel che poteo con la sonora cetra

L'antico Trace.

E chi non sa di Flori

Le lodi? ancor sonar s'odon le selve

De' suoi leggiadri, e boscherecci carmi.

Andianne a lor, che se i miei prieghi han forza,

Inciterolla a celebrar le nozze

Onde sì lieti son gli Euganei colli.

Canterà seco Edreo di Febo amico,

A cui non è pastor che toglia il vanto

Di prontezza, e valor nel canto alterno.

Mira ti prego, Edreo, come opportuno

Ne si scopre Damon, di cui poco anzi

Ragionavam, maravigliando ch'egli

Omai non comparisse: a noi sen viene

Con Fausto insieme ragionando, et anco

Seco è un pastor che peregrin mi sembra.

Damon, gran tempo compagnia sì cara

Te desiosa attende, e tu pur tardi.

Dimmi, non sai che in un medesmo punto

Col tuo tardar te stesso offendi, e noi?

L'animo è con voi sempre: al corpo stanco

Ben si deve perdon, così l'ingombra

Grave degli anni e de le cure il carco;

Ma qual perdon fia che da voi si chieggia

Del silenzio importuno? a voi le Muse

Dato il canto non han perché da voi

La concessa virtù non s'usi a tempo.

Cantan gli augelli a gara, e l'aure, e i rami

Oggi gli onor de la felice coppia

Che con nodo d'amor giunge Imeneo,

E voi tacete? A tutti dico, e parte

A voi, Flori et Edreo, cui tanto amico

Febo i concetti somministra e 'l canto.

Giusto sei riprensor quanto severo,

Il mio Damon: ma folica palustre,

Là dove i cigni son, giusto è che taccia.

Deh cominciate omai, che vie men grato

Il piacer fia, se compreranlo i prieghi:

Già il silenzio v'invita, e già ciascuno

Di questo cerchio il cantar vostro attende.

Flori tanto modesta è quanto saggia,

Damone, ond'è che tarda a te rassembra.

Siedi, e se cosa udrai ch'a te non piaccia,

L'improviso ubidir teco ne scusi.

Ore, custodi eterne

De le porte del cielo,

Voi che cangiando le stagioni alterne

L'ardor portate, e 'l gielo,

A Beatrice bella, al bel Liceo,

Voi mandate Imeneo.

Urania, tu che i giri

Celesti al suono accordi,

Ond'è che gli alti, e lucidi zafiri

Fanno armonie concordi,

Tu di Calisa al figlio, a Beatrice,

Manda Imeneo felice.

Voi cui l'etate acerba

Non veste ancor le gote,

Voi ch'a' dolci legami il Ciel riserba,

Con leggiadrette note,

A Beatrice bella, al bel Liceo,

Invitate Imeneo.

Verginelle immature,

Cui già comincia Amore

A scaldar l'alme ritrosette, e dure

Di non provato ardore,

Voi di Calisa al figlio, a Beatrice,

Dite Imeneo felice.

Scuoti l'accesa face,

Congiungitor de' còri,

E 'n compagnia di fedeltà, di pace

Guidando i casti amori,

A Beatrice bella, al bel Liceo,

Scendi amico Imeneo.

Tu d'aurato coturno,

E d'odorata fronde

Cinta la bionda chioma, e 'l piede eburno,

A queste nostre sponde,

Di Calisa al bel figlio, a Beatrice,

Scendi Imeneo felice.

Lascia, o sposo, in disparte

Alquanto i gravi studi,

Tempo non è che con Minerva e Marte

Or ti raffreddi, or sudi,

Chiamanti ecco ad altr'opre, o bel Liceo,

Venere et Imeneo.

Esci, novella sposa,

Da le materne stanze,

Vieni ove attende te schiera amorosa

Fra care, e liete danze,

Segui, vergine bella, e Beatrice,

Segui Imeneo felice.

Padri d'orride foglie

Son per sé gli oppii, e gli olmi;

Ma rende lor la fruttuosa moglie

Di cari parti colmi:

A Beatrice, tu dunque, Liceo

Giungi, sacro Imeneo.

Accompagnata vite

Gran frutto avien che faccia;

Ma s'a l'olmo non è ch'uom la marite,

Sterile in terra giaccia:

Tu dunque al bel Liceo, tu Beatrice

Giungi, Imeneo felice.

Già lieta ecco, e ridente

D'amor la stella appare,

E veloce spuntando in oriente

Lascia la notte il mare,

E, Beatrice, te chiama, e Liceo

A l'opre d'Imeneo.

Le rugiadose gote

Tergi, fanciulla, intanto,

Perché ama il riso Venere, e non puote

Soffrir lagrime, e pianto.

Né gemiti di doglia, o Beatrice,

Ama Imeneo felice.

Stenda il gemmato lembo

La notte, e sia qual vide

Lieto giacersi a nobil donna in grembo

Il genitor d'Alcide:

A Beatrice tu dunque, a Liceo,

Ciò n'impetra, Imeneo.

L'invidioso cinto

Sciogli vergine omai,

Perché ingiusta sarai, s'a lui già vinto

Scudi e schermi opporrai.

Tu dunque al bel Liceo, tu Beatrice

Placa, Imeneo felice.

Chiari et invitti eroi

Appresso a Taro, a Brenta,

Simili a quei che già ne' tempi suoi

Xanto ebbe, e Simoenta,

Di Beatrice bella, e di Liceo

Nascan, prego, Imeneo.

Escan dal nobil fianco

Figlie di sì gran pregi

Ch'a sé ne chiedan nuore i duci, et anco

I gloriosi regi:

Ciò fia s'al bel Liceo, s'a Beatrice

Scendi, Imeneo felice.

Basta omai, basta, o generosa coppia

Di Febo amica, e de le Muse: il cielo

Giri per voi felice, e non v'apporte

Noia con gli anni, e con le cure il tempo.