EPITALAMIO I
Altri di Cadmo o dell'offeso Atride
Canti l'imprese e i bellici sudori;
Altri il valor del favoloso Alcide,
O di Gradivo i sanguinosi allori:
Io sol di due bell'alme oneste e fide
Il nodo canto e i fortunati ardori.
S'asconda Amor nella mia cetra, e dia
Sol concenti d'amor la musa mia.
Eccelsa donna, a cui fortuna e merto
Per l'umano sentier compagni sono,
Non isdegnar che l'amoroso serto,
Che intesso agli alti sposi, io t'offra in dono.
Forse che un dì, reso lo stile esperto,
Canterò le tue lodi in chiaro suono.
Or cortese m'ascolta, e soffri intanto
Che all'imprese sublimi avvezzi il canto.
Farò come fanciul che in pria soletto
Tentar l'onda non osa, ancorché destra;
Poscia a lieve corteccia appoggia il petto
Ed al nuoto così le membra addestra:
Quindi gl'insegna in più sicuro aspetto
I pesci ad emular l'arte maestra;
Al fin lascia i sostegni in su le sponde,
E va per gioco a contrastar con l'onde.
Nel molle sen della felice terra
Cui bagna l'onda pèrsa e l'eritrea,
Ove senza sudor si pasce ed erra
L'avventurosa gioventù sabea,
S'inalza un monte a cui non fa mai guerra
L'estivo raggio o la stagion più rea;
Ma sempre ode fra' rami e intorno a' fiori
Lascivi susurrar Favonio e Clori.
Là sorgono a vicenda in ogni lato
Le fruttifere palme, i cedri densi,
L'amomo, il nardo, il calamo odorato,
Le mirre amare, i lagrimosi incensi,
E quanti legni intorno al rogo amato,
Ove ringiovanir morendo pensi,
Suole adunar con provvido consiglio
L'augel che di se stesso è padre e figlio.
Là sempre han verdi i tronchi i rami loro,
Là mai ferro alle piante ombra non scema,
Né in quelle falde mai giovenca o toro
Sotto giogo pesante avvien che gema;
Né che, sudando nel servil lavoro,
Il mendìco cultor l'aratro prema;
Ma vede senza rischio e senza affanno
L'ariste biondeggiar più volte l'anno.
Nascon là varie frutta a un tronco unite.
Né costa l'accoppiarle arte o pensiero:
Dall'olmo istesso e dall'istessa vite
Pende gemino grappo e biondo e nero.
E di quelle contrade al Ciel gradite
Autunno e primavera il dolce impero
Contendono fra lor; talché per tutto
Non spunta fior, che non maturi il frutto.
Su la cima del monte un pian rotondo
Di piante ombroso si dilata in giro,
Sovra di cui quanto racchiude il mondo
Di vaghezza e piacer le stelle uniro.
Qui vedi un antro, ivi un ruscel giocondo
Nutrir dell'erbe il natural zaffiro,
E vagar pascolando a schiere a schiere
Dipinti augelli e mansuete fere.
Tai non fur delle Esperidi i famosi
Orti di cui tant'alto il grido ascese,
Né quei che sovra i muri bellicosi
Il fasto assiro a fabbricarsi intese:
E men grati di questi i bei riposi
Degli Elisi trovò, quando vi scese
Il padre a riveder dal ciel lontano
Con la donna di Cuma il pio Troiano.
Non sai se l'arte o il caso abbia fornita
Così bell'opra, o siano entrambi a parte;
Perocché l'arte è tal che il caso imìta,
E 'l caso è tal che rassomiglia all'arte.
E questo a quella, e quella a questo unita,
Quanto può, quanto sa mesce e comparte:
Un la materia al bel lavor dispose,
L'altra meglio adornolla, e poi s'ascose.
Ma del bel monte in su l'estrema altura
Non giunge mortal piede e non soggiorna;
E se dal basso mai salir proccura,
Donde in van dipartissi in van ritorna:
Perché quella selvosa ampla pianura,
Che le sue falde in vasto giro adorna,
Così l'obblique vie co' tronchi intrica,
Che chi prima v'entrò n'esce a fatica.
Tal, mi cred'io, là nel cretense lido,
Ove Pasife ardeo di folli brame,
Il torto calle e il periglioso nido
Esser dovea del Minotauro infame;
Da cui campando a sorte il Greco infido
Per opra sol del fortunato stame
Rese a chi l'addestrò nel gran cimento
Per mercé della vita un tradimento.
Quivi, lontan dal timido consorte,
In sì rimota parte e sì nascosa,
Spesso a giacer ritorna il dio più forte
Colla dea più lasciva e più vezzosa.
E mentre fra le placide ritorte
Prigionier fortunato egli riposa,
Tace l'ira e 'l furor, dormon gli sdegni,
E stanno in pace e le province e i regni.
Bello è il veder, qualor deposto il peso
Della lorica sanguinosa e dura
Marte colla sua dea giace disteso
Tra' fioretti del prato e la verdura,
Degli Amorini il folto stuolo, inteso
A' molli scherzi in fanciullesca cura,
Volare a groppi, e in mille guise e mille
Vibrar saette e suscitar faville.
Uno, deposto la faretra e l'arco,
Il grand'elmo adattar proccura in testa;
Ma sotto il grave inusitato incarco
Mezzo nascosto e quasi oppresso resta.
Chi passa dell'usbergo il doppio varco,
E chi sopra vi sale e lo calpesta;
Chi tragge l'asta, e chi sul tergo ignudo
Tenta inalzar lo smisurato scudo.
Altri la ruota che gli cadde al piede
Della conca materna adatta all'asse,
Né il semplice può mai, perché non vede,
Trovar via di riporla onde la trasse.
Questi al german, che su l'erbosa sede
Dorme, a troncar le piume intento stasse;
Quegli, mentre alle labbra il dito pone,
Che taccia a un altro, e che nol desti, impone.
Qual d'un alloro in su la cima ascende
Degli augelli a spiar la sede ignota,
Qual librato su l'ali in aria pende,
Qual va nel fonte a inumidir la gota;
Chi l'arco acconcia e chi la face accende,
Chi aguzza il dardo alla volubil ruota;
Altri corre, altri giace, altri s'aggira,
E chi piange e chi ride e chi s'adira.
Così colà sovra l'iblea pendice
Errano intorno alle cortecce amate,
Spogliando de' suoi pregi il suol felice,
L'industri pecchie alla novella estate.
Questa dal fior soave succo elìce,
Quella compon le fabbriche odorate;
Van susurrando, e mille volte al giorno
Alla cerea magion fanno ritorno.
Fra gli altri un dì, mentre riposa in pace
Presso alla dolce amica il dio guerriero,
Fura il brando, lo snuda, e troppo audace
Sel reca in spalla un pargoletto arciero;
E, movendo più tardo il piè fugace
Sotto il peso per lui poco leggiero,
Io non so come, al genitor vicino,
Inciampando nel suol, cadde supino.
E cadendo, l'acciaro infausto e rio
Al fiero nume il manco piè percosse,
E 'l punse sì che il caldo sangue uscìo
In varie stille a far l'erbette rosse.
Gridò Marte sdegnato e i lumi aprio,
Ed al suo grido Citerea si scosse.
Volle alla fuga Amore aprir le penne,
Ma la madre il raggiunse e lo trattenne.
Ei per fuggir si scuote e si dibatte.
Ma quella prima il di lui fallo apprese,
Poi con sferza di rose il vivo latte
Delle sue membra in cento parti offese.
Ei si discolpa; ella più fiera il batte,
Né son le scuse e le querele intese.
Stanca al fin l'abbandona; ed ei sdegnato
Va, mordendosi il dito, in altro lato.
E per l'onda giurò del pigro fiume
Far delle sue percosse alta vendetta.
Pensa intanto partirsi il fiero nume,
Ché 'l suo Trace inquieto ormai l'aspetta;
Il Trace che con barbaro costume,
Fra i cibi ancor di grata mensa eletta,
I vasi che al piacer Lieo prescrisse
Ministri fa delle sanguigne risse.
Onde s'alza dal prato e si ripone
L'armi funeste agli altrui danni pronte:
E son, mentr'ei s'adatta e ricompone,
Ancelle al suo vestir le Stragi e l'Onte.
Crollano allor le barbare corone
A' purpurei tiranni in su la fronte,
E sì torbida luce in lui balena,
Che Citerea può rimirarlo appena.
Come talora il libico serpente,
Forse dagli anni affaticato e lasso,
Suole, al tornar della stagione ardente,
La vecchiezza spogliar fra sasso e sasso;
Indi il tergo squamoso e rilucente
Ravvolge al sole in tortuoso passo;
Vibra tre lingue, e a' velenosi fiati
Aduggia i fiori, inaridisce i prati:
Tal sembra allor che parte e si divide
Da lei, per cui men ci tormenta e nuoce;
Ed, obliato ogni piacer, s'asside
Nella ferrea quadriga il dio feroce.
S'incurva l'asse al grave pondo, e stride;
Si fa l'aria sanguigna al guardo atroce;
Escono i venti, e già coperto appare
Di nembi il cielo e di procelle il mare.
Va la Discordia innanzi e i nodi spezza
D'amor, di pace, e agevola i sentieri
Al Furor che perigli unqua non prezza,
All'Empietà da' livid'occhi e neri.
Presso a costor vien la Vendetta, avvezza
A scuoter regni, a soggiogare imperi;
La Crudeltà la siegue, il Tradimento,
Il Terror, la Ruina e lo Spavento.
V'è la superba Ambizion fumante
Che, pregna di se stessa, ogni altro oblia;
V'è l'Invidia che, magra e palpitante,
Più l'altrui mal che 'l proprio ben desia;
V'è la pallida Morte, e a lui davante
Ruota la falce sanguinosa e ria;
E la Fame e la Peste a un carro istesso,
Orrida compagnia! gli vanno appresso.
Parte Gradivo, e occultamente il figlio
Va seco, ancor di rabbia il sen trafitto.
Quei la triplice Arabia e 'l mar vermiglio
Si lascia a tergo ed il fecondo Egitto.
Ma non so con qual arte o qual consiglio
Amore il deviò dal cammin dritto,
Ché, mentre in ver la Tracia il corso muove,
Senza ch'ei se n'avvegga il mena altrove.
Gira a sinistra, e per l'ondoso regno
Passa di Libia il procelloso flutto;
Poi per angusto varco il nido indegno
Trascorre de' Ciclopi a piede asciutto:
L'angusto varco ove in eterno sdegno
Latra Scilla dal corpo informe e brutto;
E, qual dardo veloce, al fin perviene
Del bel Sebéto alle felici arene.
Quivi Amor lo precorre; e in quelle sponde
Ratto sen vola a una regal donzella;
Colla face e co' dardi in lei s'asconde,
E le vendette sue confida a quella.
A lei sen va, perché non spera altronde
Più sicure scoccar le sue quadrella;
E sa che, sebben ella amor disprezza,
È per lung'uso a innamorare avvezza.
Anna è costei di tanto onor ripiena,
Frutto gentil di generosa pianta,
Di cui superba la real sirena,
Più che d'ogni altra figlia, oggi si vanta.
Se in giro in liete danze il passo mena,
Se tace o ride, e se favella o canta,
Porta in ogni suo moto Amore accolto,
Pallade in seno, e Citerea nel volto.
Vicino al lato suo siedono al paro
Con la dolce consorte il genitore,
Coppia gentil d'illustre sangue e chiaro,
Vivi esempli di senno e di valore;
Alme che prima in Ciel si vagheggiaro,
E poi quaggiù le ricongiunse Amore:
E dier tal frutto, che non vede il sole
Più nobil pianta e più leggiadra prole.
Stava la bella donna intenta allora
Su le carte a snodar musici accenti,
Ed alla voce or tremula or sonora
Tacean su l'ali innamorati i venti.
Men soave di lei si lagna e plora
La mesta Filomena ai dì ridenti,
Qualor va solitaria in balza aprica
La dolce a rinnovar querela antica.
La voce, pria nel molle petto accolta,
Con maestra ragion spigne o sospende.
Ora in rapide fughe e in groppi avvolta
Velocissimamente in alto ascende;
Ora in placido corso e più disciolta
Soavissimamente in giù discende;
I momenti misura, annoda e parte,
E talor sembra fallo, ed è tutt'arte.
Se così rasciugò su gli occhi il pianto
Al re di Giuda il giovanetto ebreo,
Se i regni dell'orror con tale incanto
Impietosì l'innamorato Orfeo,
Non fia stupore. Il Ciel parte del vanto
Mi dia che solo in questa unir poteo,
E a Dite anch'io n'andrò senza paura,
O pur di Tebe a rinnovar le mura.
Qui posa Amore, e nel soave e tardo
Moto degli occhi suoi le piume assetta:
Tien curvo l'arco ed incoccato il dardo,
Com'uom che a nuocer luogo e tempo aspetta.
Passa Marte frattanto, e volge il guardo:
Sprigiona allora Amor la sua saetta,
E va ratta così la canna ardita,
Che quasi pria del colpo è la ferita.
Quando le chiome e il delicato viso
Marte mirò della donzella altera,
Gli fu veder la bella diva avviso
Che in Cipro, in Pafo e in Amatunta impera.
Tal sembra agli occhi, e tal somiglia al riso,
Tal era agli atti, al favellar tal era:
Com'ella ha di rossor la gota aspersa,
Se non quanto onestà la fa diversa.
Stupido il fiero dio l'asta abbandona,
L'asta crudel dell'altrui sangue ingorda;
Di sdegno e di furor più non ragiona;
Il ciel, le stelle e Citerea si scorda.
Non fra le stragi il fier desio lo sprona,
Non lo Scita o il Biston più si ricorda;
Ma, ponendo in non cale i suoi trofei,
In lei si specchia, e si vagheggia in lei.
Tigre così nella natia contrada
Stringe in mezzo allo sdegno al corso il freno,
Il cristallo a mirar che in su la strada
Lasciò lo scaltro cacciatore armeno;
Gli vaneggia d'intorno, e più non bada,
Ebbra di quell'insolito baleno:
Intanto il cacciator la fuga affretta,
Ed i figli le invola e la vendetta.
Ma già la Fama, orrendo mostro indegno
Cui dopo la crudel pugna titana
La Terra generò calda di sdegno,
D'Encelado e di Ceo minor germana,
Sen va garrula e lieve in ogni regno;
Né v'è parte per lei che sia lontana:
Timida sorge, e poi superba cresce,
Ed il falso col ver confonde e mesce.
Dall'aureo Gange alla tirintia foce,
O per la notte o pel diurno lume
Vola sempre più rapida e veloce,
Né mai chiuder le luci ha per costume.
Suona per cento bocche a lei la voce,
E tanti gli occhi son quante le piume:
Sta l'opre altrui sempre a spiare intenta,
E gli alti regi e le città spaventa.
Alla madre d'Amor costei sen vola,
E di Marte le narra i nuovi ardori;
E manda, mentre parla, ogni parola
Rotta e confusa dal suo labbro fuori.
Non si ferma con lei, ma mesta e sola
La lascia co' gelosi suoi furori.
Sol che infido è il suo nume ella comprese,
Ma non sa dov'ei sia, né chi l'accese.
Tutta di rabbia ella avvampossi ed arse,
Ché tanto oltraggio tollerar non puote.
Non sa per far vendetta ove voltarse;
Amore e sdegno il dubbio cor le scuote.
Il crespo oro del crin stracciossi e sparse,
E lacerò le amorosette gote:
Tant'ira può destar, tanto veleno
La gelosia fin d'una diva in seno!
Furia crudel, che fra gli altrui diletti
Invida nasci e ogni piacer ne furi,
E spargendo di gelo i caldi affetti
Le dolcezze d'amor turbi ed oscuri,
Qual pace aver potran gli umani petti
Se anco i numi da te son mal sicuri?
O dal tuo regno, Amor, scaccia costei,
O lascia di ferir uomini e dèi.
Sale sul carro suo la dea gelosa,
E fa spiegar delle colombe il volo.
Va con incerto corso e mai non posa,
Or vicino alle stelle or presso al suolo.
Là dove sorge il sol, dove riposa,
Le sfere tutte e l'uno e l'altro polo
Più volte raggirò di lido in lido
Per l'orme ritrovar del nume infido.
Non arde più come soave ardea
Il bel seren delle amorose ciglia,
Né sa regger la man come solea
I bianchi augei colla rosata briglia.
Forse così dalla montagna etnea
Cerere andò per ritrovar la figlia,
Che tratta avea nelle tartaree grotte
L'acceso re della profonda notte.
Girò lung'ora e si ravvolse in vano,
Né l'amante infedel giammai rinvenne.
Già con moto vedea più tardo e piano
Le colombe alternar le stanche penne;
Quando, portata dallo sdegno insano,
Su l'Istro a caso a trapassar ne venne:
Qui volge al suol le irate luci, e vede
L'alta città che dell'impero è sede.
L'alta città dove risplende in trono,
Cinto di gloria, il fortunato Augusto,
Al cui valore, a' cui trionfi sono
La terra e l'Oceàn termine angusto;
Che fa tremar di sue minacce al suono
L'orientale usurpatore ingiusto:
Cui fin del mondo in su le rive estreme
Lo Scita e l'Africano adora e teme.
Rimira in essa un giovanetto ardito
Lieto posar di bella donna al fianco.
Ha la fronte di ferro e 'l sen vestito,
E gli pende l'acciar dal lato manco.
Marte il crede la diva, onde in quel lito
Degli alati corsieri il vol già stanco
Rapidamente inverso il suol declina:
E per meglio veder se gli avvicina.
Va lor dappresso, e nella coppia bella
Altro trova la dea da quel che vuole;
Che Antonio è questi e Marianna è quella,
De' Pignatelli eroi gemina prole.
Ei di nobile ardir fiammeggia, ed ella
Ha negli occhi divisi i rai del sole;
Ed hanno di bellezza e di valore,
In pregio diseguale, eguale onore.
Ei mostra ancor nel mezzo alla fierezza
Un non so che di placido e gentile;
Ella unisce alla tenera bellezza
Lo spirito magnanimo e virile:
Questi ogni rischio, ogni periglio sprezza;
Quella i dardi d'Amor si prende a vile;
E l'un dall'altro con illustre gara
Ad imitarsi, a superarsi impara.
Volgendo al bel garzon gli sguardi sui,
Più non sente la dea gelose pene:
L'onte cancella ed i disprezzi altrui
Colle dolci del cor nuove catene.
Già sel vagheggia amante, e presso a lui,
Ove sdegno la trasse, amor la tiene.
Amor, che può nell'agitato petto
Uno in altro cangiar contrario affetto.
Ma quando il volto angelico e modesto
Scorge dell'eroina e la bell'alma,
Sente un invido stimolo e molesto
Che al placido pensier turba la calma.
Se guata quella o si rivolge a questo,
Uno le invola il cor, l'altra la palma;
E ondeggia come suol frondoso pino
Fra Noto ed Aquilon sul giogo alpino.
Intanto Amor, che le percosse e i scherni
Altamente riposti in petto serba
Né vuol ch'altri corregga e che governi
Quella sua mente indomita e superba,
Qui raggiunta l'avea su i vanni eterni.
Or seguitando la vendetta acerba,
Torna a Marte e si svela, e all'improvviso
Che infida è Citerea gli reca avviso.
Se bene il dio guerriero in altro laccio
Il feroce pensiero annoda e stringe,
Al nativo furor tornando in braccio
S'infiamma d'ira e di rossor si tinge.
Sdegnoso ardor, più che geloso ghiaccio,
I nuovi oltraggi a vendicar lo spinge,
Né vuol quell'alma, a tollerar poc'usa,
Ch'altri venga a goder ciò ch'ei ricusa.
Qual cadendo talor dalla montagna
Turgido fiume pe' disciolti umori
Schianta le selve, e trae per la campagna
Le capanne, gli armenti ed i pastori:
Tal, poiché appien dell'infedel compagna
Comprende il fero nume i nuovi ardori,
Verso di lei rivolge il corso, e lassa
Alti segni d'orror dovunque passa.
D'un ciglio al raggirar (sì ratto ei corse)
Dall'umile Sebéto all'Istro giunge.
Ma Citerea del suo venir s'accorse,
E la sua rabbia argomentò da lunge.
Fu di fuggir, fu di celarsi in forse:
Teme che, se il crudele or la raggiunge,
Incontro a quel furor resistan poco
Le sue lusinghe e l'amoroso foco.
Ma perché sì vicine ha le procelle,
Né alla salvezza sua vede altre strade,
Bagna di pianto le amorose stelle
Come necessità le persuade.
Si fan le luci a quell'umor più belle,
Che rigandole il volto al sen le cade;
E sembra in Troia la fedel consorte
Quando d'Ettore suo pianse la morte.
Quanto in due molli e languidetti rai
Senta più vivi un cor gl'incendi suoi,
In vece mia, se lo provaste mai,
Fidi servi d'Amor, ditelo voi.
Io nol potrei ridir, che non mirai
Qualor piangesti, o Fille, i lumi tuoi.
Di crudeltà, non di fermezza ha vanto
Chi può durar della sua donna al pianto.
Così sparsa le chiome, umida il volto,
Tutte dell'arti sue le forze unisce,
E a lui, che tanto sdegno ha in sen raccolto,
Inerme e sola avvicinarsi ardisce.
Oh spettacolo illustre, a cui rivolto
Lo stesso Amor ne gode e ne stupisce,
Ove a pugnar fra loro in campo armate
Vengono la fierezza e la pietate!
‘Così, crudel,’ comincia, e poi lasciava
Uscir fra le parole un sospiretto,
‘Così torni, o crudele?’ indi spezzava
Co' singulti la voce in mezzo al petto.
‘Questa dunque è la fede?’ e intanto lava
Di pianto il mobil seno e tumidetto.
‘Ché non torni a colei che t'innamora?
Che! qui ne vieni ad insultarmi ancora?
Il so, di nuovo stral l'alma ferita
Lascia gli antichi affetti in abbandono:
Io la speranza tua, né la tua vita,
Né più tuo ben, né Citerea più sono.
Così dunque restar dovrà schernita
Chi sé ti diede e la sua fama in dono?
Questo prezzo, crudel, questa mercede
Rendi, barbaro nume, a tanta fede?
Già scordasti quel dì che, in furto colta,
Teco fra molli piume e senza velo
Fui, sol per te, d'infami lacci avvolta,
Spettacolo di riso a tutto il Cielo?
Sudai le arene a fecondare, oh stolta!
Ed a' raggi del sol commisi il gelo,
Allor che nel tuo petto ebbi speranza
Trovar premio di fede e di costanza.’
‘Qual fede’, ei le risponde, ‘e qual ragione,
Dimmi, perfida, mai serbasti intera?
Qual legge in te non manca o si scompone,
Anima ingannatrice e menzognera?
Riedi, riedi a scherzar col caro Adone
Su per gli orti di Pafo e di Citera;
Torna, torna a legarti in nuove guise
In riva al Zanto al tuo diletto Anchise.
Da che le tue lusinghe a me fur care,
Io più Marte non fui qual era in pria:
T'accolse il cielo e ti produsse il mare
Per mio tormento e per vergogna mia.
Languiscono per te mill'alme chiare,
E 'l sentiero d'onor per te s'oblia:
Ma, già che ho frante ormai le tue saette,
Io farò colle altrui le mie vendette.’
‘Sì,’ ripiglia la diva, ‘in queste vene
Vibra il ferro, e se puote ancor m'uccida:
Sprezzami quanto sai, crescimi pene,
Strappami il cor, ma non chiamarmi infida.’
Qui la rissa crudel non si trattiene
Ma crescono ad ogn'or l'onte e le strida:
Ei con gli sdegni i nuovi sdegni irrìta,
Ella piangendo il suo periglio evìta.
Così, qualor dalla prigion nativa
Esce Aquilon per le campagne, e freme,
E l'alto pin delle sue spoglie priva,
E trae cogli augelletti i nidi insieme,
Sta il molle giunco in la palustre riva
Ed a tanto furor punto non teme:
Or quindi si ripiega, or quinci pende,
E cedendo resiste e si difende.
Ma sì gli sdegni ormai crescendo vanno,
E soffre Citerea sì gravi offese,
Che Amor, che n'è cagione, a tanto affanno
(Moto insolito a lui) pietate intese:
Teme vicin della sua madre il danno;
Pentesi che da prima ei nol comprese;
Corre alle stelle, e contro al dio temuto
Tutti i numi del ciel chiama in aiuto.
A sì grand'uopo allor dall'alte sfere
Fin l'antico Saturno il passo muove:
E col dio che de' numi è messaggiere
Scendon Bacco ed Apollo, Ercole e Giove.
V'accorron tutti, e sol fra quelle schiere
Vulcan non fu, che ritrovossi altrove:
V'andaro ancor, né in Ciel rimase alcuno,
Cintia, Pallade, Rea, Cerere e Giuno.
Altri a compor gli sconcertati affetti
Del furibondo dio s'affanna e stenta,
Ed altri a consolar con molli detti
Citerea che s'affligge e si lamenta.
Intanto Amor negli adirati petti
Si studia a risvegliar la fiamma spenta.
A poco a poco già l'ira si stanca,
E su gli occhi a Ciprigna il pianto manca.
Sì possenti d'Amor gl'incendi fôro,
Che cessa l'odio all'amorosa face;
E già fra sé desia ciascun di loro
Che venga l'altro a domandargli pace:
Quando sorgendo fra 'l celeste coro
Il più facondo nume e più sagace,
Ambo in volto guatolli, e poi sorrise;
Indi in tai detti a favellar si mise.
‘A che pro, numi eccelsi, in tante risse
Turbar delle vostr'alme il bel riposo?
Quell'union che 'l Ciel fra voi prescrisse
In van tenta spezzar sdegno geloso.
Per voi giran le stelle erranti e fisse,
Per voi ridono i prati e il mare ondoso;
E, qualora è fra voi discordia o guerra,
Perde il suo corso il ciel, langue la terra.
Se tu senza di lui, Venere, ardesti,
Fu il mondo allora effemminato e molle;
E tu senza di lei, Marte, facesti
Su i larghi campi inaridir le zolle;
Per ciò il rettor degli ordini celesti
Con saggia cura accompagnar vi volle;
V'unio per man d'Amor, ma con tal legge
Che l'eccesso dell'un l'altro corregge.
Ah cessin l'ire, e quel piacer godete
Che amando riamato un cor ritrova.
Non han gli uomini o i numi ore più liete,
E tu, Venere bella, il sai per prova.
Già rei d'egual delitto entrambo siete,
E la colpa dell'uno all'altro giova:
Se pur è colpa all'alme innamorate
Vagheggiar per ischerzo altra beltate.
Purché il mio cor colà faccia dimora
Dove locò de' propri affetti il soglio,
Non se altra vado a rimirar talora
Per ciò di nuovo innamorar mi soglio.
Se cieco ha da restar chi s'innamora,
Sì dura legge io non intendo: e voglio
Senza taccia d'infamia e tradimento
Mirar ciò che m'aggrada a mio talento.’
Riser gli amanti; e gli altri numi intorno
Gli fero applauso e l'approvar col ciglio;
E dal suo regno Amor fin da quel giorno
Il Sospetto mandar volle in esiglio,
Con legge tal che, se taluno a scorno
Del suo poter seguiva altro consiglio,
In pena dell'error giammai non abbia
Libero il cor dalla gelosa rabbia.
Ma Citerea, che già d'amor sfavilla,
Al nunzio degli dèi gli occhi converse;
Prima però dell'umida pupilla
Colla candida palma il pianto terse;
Poi disse: ‘Tornerà l'alma tranquilla
Le fiamme a radunar ch'eran disperse,
Purché Marte, lasciando il genio antico,
Al creduto rival non sia nemico.
Io so quanto i sospetti abbian di forza
Nel fero cor del bellicoso dio,
E quel misero il sa che dalla scorza
Dell'infelice Mirra al giorno uscìo.
Pur, s'ei nel sen l'ire novelle ammorza,
Mi scorderò l'antiche offese anch'io;
Benché dovrei, provato il mar fallace,
Fuggirlo ancor quando m'alletta e piace.’
Già Marte alla risposta erasi mosso,
Quando il padre de' numi e delle cose,
Dell'alto ciglio onde l'Empiro è scosso
A un lento raggirar silenzio impose.
Poi: ‘Vo,’ lor dice, ‘ogni livor rimosso,
Che s'acchetino in voi l'ire gelose
Per Anna e per Antonio, e che del pari
A Marte ed a Ciprigna ambo sien cari.
Tu lieto, Amore, ad annodar ten vola
La bella donna al giovanetto ibero:
Tu d'amaraco cinto e di viola
Siegui, Imeneo, del Fato il sommo impero.
Fate voi di quell'alme un'alma sola,
Un sol cor di due cori, un sol pensiero;
Lo stesso ardor destate in ambedui,
Talché quegli in lei viva ed ella in lui.
Così se alcun di voi, numi gelosi,
Unqua avverrà che a vendicarsi intenda,
Non potrà disturbare i lor riposi
Senza ch'entrambi in un sol colpo offenda.
Così del mio voler gli arcani ascosi
Vo' che l'Italia in sì gran giorno apprenda:
E che ritorni il generoso seme
Sul bel Sebéto a rinverdir la speme.’
Disse; e gli dèi che tal novella udiro
In liete voci il lor piacer mostrorno;
E Gradivo e la dea del terzo giro
D'osservar l'alte leggi insiem giurorno.
Quindi contenta allo stellato Empiro
La famiglia immortal fece ritorno:
Solo Imeneo non rivolò là sopra,
Ma n'andò con Amor compagno all'opra.
Colà, dove Maléa l'onda rincalza,
Tenaro ancora in ver le stelle poggia,
Tenaro altier che tanto il giogo innalza
Che quasi alla sua cima il ciel s'appoggia,
E vede sotto alla scoscesa balza
Girar le nubi e dileguarsi in pioggia:
Di scogli è cinto, onde lontan dal lito
Passa il nocchiero e lo dimostra a dito:
Nude ha le cime ed è selvoso al basso,
E fra l'ombre funeste apre in un canto
Cinto di dumi il rovinoso sasso
Orrida strada alla città del pianto.
Fama è che quindi introducesse il passo
Alcide a riportar l'ultimo vanto,
Allor che dalle sponde al sol rubelle
Cerbero trasse ad ammirar le stelle.
Dell'antro oscuro all'ampie fauci appresso
Per non trito sentier s'avvalla un bosco,
Così d'antiche piante opaco e spesso
Che v'entra il dì, ma sempre incerto e fosco,
Talché sguardo non uso, al primo ingresso
Ne diverrebbe annubilato e losco;
In quel tacito orror chiusa si vede
La solinga del Sonno amica sede.
I papaveri al crin, l'ali alle terga
Ha il pigro nume, e al piè doppio coturno.
Raro si desta; e regge in man la verga
Di sonnifero aspersa oblio notturno.
Dormongli l'aure intorno, e non alberga
Nella tacita stanza augel diurno;
Ma sol fanno i lor nidi entro a quei tufi
Civette, vispistrelli, upupe e gufi.
Ivi fra gli olmi opachi e gli alti pioppi,
Fra mandragore fredde ed elci nere
Volan miste de' Sogni in vari groppi
Cento larve fantastiche e leggiere.
Vi son con membra informi e volti doppi
I centauri, le sfingi e le chimere,
E quante forme nella notte oscura
Il nostro immaginar guasta e figura.
Colà con Imeneo l'ali converse
L'almo figliuol dell'amorosa dea,
E giunto, il dio chiamò che posa, asperse
D'oblio le luci, in grembo a Pasitea.
Destossi al grido il Sonno, il ciglio aperse,
Alzò la fronte, e favellar volea;
Quando, aprendo le labbra, i lumi chiuse,
Di nuovo addormentossi, e lor deluse.
Allora Amor, che tollerar non suole,
E l'indugiar colà troppo gli pesa
Perché di Giove adora il cenno e vuole
Condurre a fin l'incominciata impresa,
Non attende dal nume altre parole;
Oltre sen va, né gli è la via contesa;
Un Sogno sceglie infra le turbe, e poi
Volge all'Istro con esso i vanni suoi.
Va seco il Sogno, e alla grand'opra aspira:
Ma pria d'Anna però la forma piglia,
E si cambia così che ancor l'ammira
Amor che glie lo impone e gliel consiglia.
Com'ella, il passo muove, il guardo gira,
E dal capo alle piante a lei somiglia,
E non altro fra lor v'è di distinto,
Se non che l'una è vera e l'altro è finto.
Già ritornava alle cimmerie grotte
La nemica del giorno a far dimora,
E già le nubi dissipate e rotte
Fuggian dinanzi alla nascente aurora;
E sul confin del giorno e della notte
Dubbia era l'aria in occidente ancora;
E si vedea, deposto il nero velo,
Di poche stelle illuminato il cielo;
Quando ad Antonio in grave sonno immerso
Amore ed Imeneo col Sogno apparve;
Ond'ei stupido resta e, a lor converso,
Più che donna, mirar diva gli parve;
E trasse il cor, di nuova gioia asperso,
Verace ardor dalle mentite larve.
Amor, poiché l'incendio appreso scorge,
Novella con tai detti esca gli porge:
‘Se forse acceso allo splendor sereno
Brami saper chi sia la donna bella:
Nacque in riva al Sebéto; ancor nel seno
Partenope l'accoglie; Anna s'appella.
Sorgi, vanne ed ardisci, e cerca almeno
Da questa sponda avvicinarti a quella:
Sorte non manca ove virtù s'annida;
E bell'ardire alle grand'opre è guida.’
Così gli stringe al cor dolce catena,
Mentre il nome di lei gli apre e rivela.
Ma, terminati i brevi detti appena,
Il Sonno si dilegua, Amor si cela.
Così fuggon gli oggetti in lieta scena
Allo sparir della fugace tela;
Così forse a Cartago in lieto ciglio
Venere apparve e s'involò dal figlio.
Ripieno il cor della gentil sembianza,
Dall'alto sonno il cavalier si desta,
E sol fra sé per la solinga stanza
Girò lung'ora in quella parte e in questa.
Quindi il caldo desio tanto s'avanza,
Che le spoglie s'adatta, e là non resta,
Ma col favor della diurna luce
Al Sebéto s'indrizza; e Amor gli è duce.
Eccolo in riva al desiato fiume,
Che, giunto appresso agli amorosi rai,
Trova il nobil sembiante e il bel costume
Di quel che immaginò, più vago assai.
Oh come lieto in su le varie piume
Per così chiare prede Amor ten vai!
Se la tua fiamma è così dolce e pura,
Ben è folle colui che amar non cura.
Ecco che stringe il fortunato laccio
Del buon padre Lieo l'accesa prole;
Ecco la sposa, e al fido amante in braccio
Venere istessa accompagnar la vuole.
Veggo i numi, scordato ogni altro impaccio,
Menar d'intorno a lor liete carole;
Scorgo le pompe, odo gli applausi, e sento
Anna ed Antonio in cento bocche e cento.
Vivi, coppia felice, e illustri inganni
Tessi al tempo volubile e fugace;
Né mai nel vostro cor cinto d'affanni
Entri mesto pensier, cura mordace.
Faccian l'alme qua giù molti e molti anni
Dolce il cambio fra lor d'amore e pace;
E quando il Ciel le chiami ad altra sorte,
Gloria le involi alla seconda morte.
Antonio col valore e co' consigli
Congiunga i modi placidi e soavi,
E a nostro pro di generosi figli
La bella donna il nobil seno aggravi.
Quindi la prole al genitor somigli,
Come già gli avi assomigliaro agli avi:
E il chiaro suon de' loro illustri gesti
Dall'antico letargo Italia desti.
Sorga l'eccelso pino a paragone
Dell'alte nubi, e adombri ogni confine,
Né mai d'Austro sdegnato o d'Aquilone
Le procelle paventi o le pruine;
Ma gravi, sempre verde in sua stagione,
Di frutti e fiori il suo frondoso crine,
E lieti là, d'ogni timor divisi,
Cantino i cigni alla bell'ombra assisi.