EPITALAMIO II

By Pietro Metastasio

Su le floride sponde

Del placido Sebéto

Che taciturno e cheto,

Quanto ricco d'onor, povero d'onde,

A Partenope bella il fianco bagna,

Partenope felice,

E di cigni e d'eroi madre e nutrice;

Stanca di tante prede,

Di Citerea la pargoletta prole,

Fermando un giorno il piede,

Ripiegando le penne

A riposar si venne.

Premea col destro lato

Il molle erboso letto;

Della grave faretra

Scarchi gli omeri avea:

E d'origliero in vece

Posa sovra di quella

La guancia tenerella:

Fa colla destra palma

Scudo alle luci, affinché i rai del giorno

Al pigro umido sonno

Non turbino il soggiorno

Stende il sinistro braccio

Languidetto e cadente

Sul margine odoroso, e all'arco aurato

Le pieghevoli dita avvolge intorno;

Quasi tema che fuori

Della vicina selva

Qualche ninfa lasciva,

Qualche satiro audace

Esca, mentr'egli dorme, e gliel'involi.

Così riposa Amore: e a lui d'intorno,

Come destar non voglia,

Non scuote o ramo o foglia

La timidetta e grata

Auretta innamorata;

Di guizzar non ardisce

Fuor del soggiorno algoso

Il pesce timoroso.

Il fiume, il fiume istesso

Che gli scorrea dappresso,

A rimirarlo intento,

Più placido e più lento

Porta l'onda tranquilla a Teti in seno,

Se non quanto accompagna

Con basso mormorio

Il dolce de' suoi lumi amico oblio.

Quando dal manco lato

Sovra cocchio dorato

Un giovinetto eroe,

Germe di semidei, dell'alma e chiara

Stirpe Filomarina alto rampollo,

Per ricrear gli affaticati spirti

Da' noiosi pensieri,

Dagli studi severi,

A vagheggiar ne viene

Del nativo Tirren le spiagge amene.

Dalla spaziosa fronte

Inanellato e biondo

Su gli omeri si spande

Tutto di bianca polve asperso il crine.

Fan le nevi del volto

Ingiuria al sottil velo

Che attorce intorno alla ritonda gola

Sovra i candidi lini,

Delle tenere membra intime spoglie,

Del Batavo gelato opra e lavoro.

Scende sino al ginocchio

Ricca e succinta veste

Che si stringe sul fianco,

Poi sotto il petto si congiunge e lega.

Si distingue e compone

Di seta e d'oro il variato drappo;

E l'istessa natura

Par che stupida ammiri

L'arte del Gallo industre; e non sa come

Il filato metallo,

De' pieghevoli stami

Fatt'emulo e compagno,

Fra l'intricata fila

Siegua l'error dell'ingegnosa spola.

Leggiadra sopravvesta

Che di poca lunghezza all'altra avanza,

Cui ministrò le molli lane il Tago,

Spiega sovra di quella

Il purpureo colore,

Più sanguigno e vivace

Del murice che infranto

Al can di Tiro imporporò le labbra

Più lucido e ridente

Di quel che uscìo dal piè di Citerea

Vermiglio sangue a colorar la rosa.

Tutto ciò che ricopre

La gamba, il piede, o l'altre membra adorna,

È pellegrino e raro

Di materia e lavoro, e con tal arte,

Che 'l suo regal sembiante

De' discordi colori

La concorde armonia rende più vago.

Tal ne venìa su la dorata biga

Il garzon generoso.

I fervidi destrieri

Scuotendo il folto crine,

Mordendo impazienti

Del duro acciaro il necessario impaccio,

Fan biancheggiar di calda spuma il freno.

S'alza la mossa polve, e sotto il peso

Delle lubriche ruote

Susurra oppressa la minuta arena.

Lo strepito improvviso

Scosse dal sonno il pargoletto nume

Che sul cubito destro alzossi, e terse

Colla tenera palma

Tre volte e quattro i sonnacchiosi lumi:

Indi, colà rivolto

Donde a lui ne venìa l'incerto suono,

Del giovanetto illustre

Scorge ed ammira il maestoso volto;

E desioso e vago

Di farlo ancor sua preda,

In piè si drizza, e sceglie

Dalla prona faretra

Il più librato e più pungente strale:

Indi l'arco raccoglie, e pronto adatta

Sul teso nervo la pennuta cocca,

E al segno destinato il dardo invia.

Stride l'aria divisa

Dalla rapida canna,

Che giunta appena ove segnolla il guardo,

Senza colpo o ferita al suol trabocca.

Amor cruccioso allora,

Per emendar del primo error lo scherno

Con più vigore affretta

La seconda saetta;

Ma con fortuna eguale

Cade il secondo strale.

Chi può dir come cresca

Nel fanciullesco core

La vergogna, il furore?

Adirato e confuso,

Più spessi e men sicuri

Raddoppia i colpi al vento, e la faretra

Di tutte l'armi impoverisce e scema.

Pallade allor, che del garzone invitto

E custode e compagna

Invisibile ognor gli veglia allato,

Al fanciullo adirato

Fe' di sé nuova ed improvvisa mostra:

In lui le luci affisse,

Il guatò sorridendo, e nulla disse.

Alla vista, all'offesa

Del silenzio e del riso,

Che dir non volle o che non fece Amore?

Tumido ed infiammato

Di pianto il ciglio e di rossor le gote,

Straccia l'aurata benda,

Si lacera le chiome, e colle piante

L'innocente faretra infrange e preme:

Parlar vorria, ma i numerosi sensi

Di rabbia e di dolore

S'affollano sul labbro, e n'esce appena

Di rotte voci un indistinto suono.

In segno di vendetta

La man si morde, e colle varie penne

Trattando l'aria al basso suol si fura.

Per ritrovar la madre

Cerca del terzo giro

Le più riposte sedi:

Vola del quinto cielo

Su la sanguigna stella,

Perché pensa che forse

Venere innamorata

Riposi in braccio al bellicoso amante:

Corre di Cipro a' lidi, e tutti spia

Dell'Idalio frondoso,

Di Pafo e di Citera

Gli orti odorati e gli amorosi tetti:

Al fin sovra le sponde

Della bassa Amatunta egli la vede.

Stava Venere bella

De' sudditi devoti

Le vittime a libar su i sacri altari.

Coronate di fiori

Giacciono all'ara appresso

Le innocenti colombe

Ad aspettar la fortunata morte.

Di giovani donzelle

Folte vezzose schiere

Ne vengono danzando

Del sacrifizio a celebrar la pompa.

Altri di mirti e rose

Sparge il terreno al simulacro intorno;

Altri le fiamme avviva

Coll'odoroso pianto

Dell'arabe cortecce; e qual prepara

Entro a lucidi vasi

Lo spumoso Lieo; quale accompagna

All'armonica voce

De' barbari stromenti

Alte lodi alla diva in questi accenti:

Scendi propizia

Col tuo splendore,

O bella Venere,

Madre d'Amore,

O bella Venere,

Che sola sei

Piacer degli uomini

E degli dèi.

Tu colle lucide

Pupille chiare

Fai lieta e fertile

La terra e 'l mare.

Per te si genera

L'umana prole

Sotto de' fervidi

Raggi del sole.

Presso a' tuoi placidi

Astri ridenti

Le nubi fuggono,

Fuggono i venti.

A te fioriscono

Gli erbosi prati,

E i flutti ridono

Nel mar placati.

Per te le tremule

Faci del cielo

Dell'ombre squarciano

L'umido veto.

E allor che sorgono

In lieta schiera

I grati zefiri

Di primavera,

Te, dea, salutano

Gli augei canori,

Che in petto accolgono

Tuoi dolci ardori.

Per te le timide

Colombe i figli

In preda lasciano

De' fieri artigli.

Per te abbandonano

Dentro le tane

I parti teneri

Le tigri ircane.

Per te si spiegano

Le forme ascose;

Per te propagano

L'umane cose.

Vien dal tuo spirito

Dolce e fecondo

Ciò che d'amabile

Racchiude il mondo.

Scendi propizia

Col tuo splendore,

O bella Venere,

Madre d'Amore,

O bella Venere,

Che sola sei

Piacer degli uomini

E degli dèi.

Mentre con queste voci intuona e canta

Inni alla dea l'innamorata schiera,

Volge Ciprigna a sorte

Lo sguardo, e vede il suo figliuolo Amore,

Che tutto sparso e molle

Di pianto e di sudore,

Lacero ed anelante

Ratto verso di lei volgea le piante.

Lascia l'are la diva,

E la sua cara prole

Fra le braccia raccoglie;

Indi col bianco velo

Dall'umidetta fronte

Terge il sudore, e gli rasciuga i lumi;

E fra mille soavi

Tenerissimi vezzi

Stringendolo pietosa,

Baciandolo amorosa,

Gli domanda cortese

Donde vien, perché pianga, e chi l'offese.

Ma, poiché a parte a parte

L'ingiurie sue dal caro figlio intende,

Anch'ella il volto accende

Di sdegnoso rossore,

Poiché troppo le pesa

Di Minerva l'offesa.

Crolla la testa, e in un acerbo riso

Dilatando del labbro

Le porpore vivaci,

Dice ad Amor: ‘Meco ne vieni, e taci.’

Ad un suo cenno allora

All'usata conchiglia

Accoppiano le Grazie

Le amorose colombe: ella v'ascende

Coll'alato fanciullo,

E coi rosati freni

De' suoi candidi augelli

Per l'aereo sentier regola il volo.

Abbandona di Cipro

Le fortunate sponde;

Lascia il fecondo Egitto

Dalla sinistra parte: indi trascorre

Del Minotauro il laberinto infame,

E in men che non balena

Su la spiaggia sicana il corso affrena.

Non lungi dall'arene

Quasi presso alle stelle

Il suo giogo fumante Etna solleva:

Grave il dorso ha di gelo,

E di perenne fiamma ardon le cime;

Ma con tal nuova e prodigiosa legge,

Che ingiuria non riceve

Il fuoco dalla neve,

E 'l fuoco poi, che sovra a lei s'accende,

Serba fede alle nevi, e non le offende.

Sotto gli ardenti sassi

A' replicati colpi

Della sonora incude

Lo speco di Vulcan rimbomba e tuona.

Si cela e si profonda

Fra due scoscesi monti

Orrida oscura valle,

Tutta d'antiche piante opaca e nera,

Ove con dubbia luce

Penetra il sol, ma sul meriggio appena;

Ed è l'incerto calle

Del gran fabbro di Lenno

All'ardente fucina unica strada.

Per quei riposti e cupi

Solitari dirupi

Al padre ed al consorte

Cupido e Citerea volgono i passi:

E, giunti su la soglia

Della spelonca affumicata e nera,

S'arrestano curiosi

L'opra a spiar dell'indefesso nume.

Stava intento Vulcano

Un di quegli a formar fulmini ardenti

Con cui Giove dal ciel folgora; ed era

In parte informe, e terminato in parte.

Sudano a lui d'intorno

I validi Ciclopi,

Nudi le membra e rabbuffati il crine.

Altri solleva e preme

Il mantice ventoso, e l'aura lieve

Col replicato moto accoglie e rende;

Altri immerge nell'onda

Lo stridulo metallo; ed altri al cenno

Del prudente maestro

Del pesante martello i colpi alterna.

Ne geme l'antro, e le minute e spesse

Strepitose scintille

Van per l'aria fuggendo a mille a mille.

Ma quando il fabbro accorto

La bella dea rimira,

Lascia imperfetto il suo disegno e l'opra;

E con passo ineguale

Correndo incontro alla divina moglie,

Fra le ruvide braccia al sen l'accoglie.

Le domanda che brami,

Qual cagion la conduca;

E col tumido labbro intanto imprime

Su le vermiglie gote

Di fumo e di sudor livide note.

Ciprigna allor, che vede

Quanto poter la sua beltà le doni

Su l'infocato dio,

I bei cinabri a queste voci aprio:

‘A te, dolce consorte,

Lieve cagione i passi miei non reca.

Non è il tuo figlio Amore

Più quel possente nume,

Da cui Giove ferito

Per Leda e per Europa

Il canto ed il muggito

Finse del toro ed imitò del cigno,

Cambiando con l'arene

Di Fenicia e di Sparta il sommo trono.

Io quella più non sono

Che tempro e reggo a mio piacer gli affetti

Ne' più severi petti

Al placido girar de' guardi miei.

Già vaglion nulla o poco

I suoi strali, il mio foco.

Minerva è che pretende

Sovra il cor de' mortali

Temeraria usurpar le mie ragioni.

Se tanto il cor le preme

Lo scorno ancor della perduta lite,

Di me non già, né dell'idéo pastore,

Ma più giusta si lagni

Di Giove suo che la formò men bella:

Ed a turbar non venga

Del mio figlio i trionfi,

Le speranze d'Italia, il regno mio.

Giambatista pur dianzi

De' gran Filomarini...’ Al chiaro nome

Tutta Vulcan comprese

Dell'ira e del venir l'alta cagione.

Fra le callose mani

Quella tenera man racchiude e stringe;

Sconciamente sorride, e della diva

L'irate voci e gli sdegnosi affetti

Interrompe nel mezzo in questi detti:

‘Placa, placa lo sdegno,

Venere bella, e rasserena i lumi;

Ché non pensano i numi

Dell'alta stirpe a ritardare il frutto

Contro il voler dell'immutabil Fato;

Ché troppo a loro è grato

Del garzon generoso

Propagar nella prole

L'indole eccelsa, il glorioso nome.

Il so ben io, che da tant'anni e tanti

Per ornar della Gloria

Il tempio luminoso

Stanco la destra e l'arte

De' suoi grand'avi a' simulacri intorno.

Vedi colui che, adorno

Di bellicoso acciaio il petto e 'l crine,

Spira da quel metallo, ancorché finto,

Un non so che di maestoso e grande?

Quegli è Tommaso, al cui possente braccio,

Al cui senno, alla fede

Ferdinando il suo rege

E la forza e l'onore

Dell'armi sue tutta commette e crede.

Vedi l'altro che sembra

Di polve e di sudor bagnato e tinto,

E par che voglia ancora

Vibrar feroce il sanguinoso acciaio?

Giambatista è colui,

Che, seguitando ardito

Del quinto Carlo le felici insegne,

Fe' nel marzial cimento

Impallidir la fronte

Al duro Belga e all'Africano infido.

Questi, che in un si mostra

E placido e severo,

E col dito sul labbro

Par che imponga ad alcun silenzio e pace,

Questi è colui che seppe

Del popolo commosso

Gli empiti incerti ed i confusi affetti

Col senno e col valore

All'ossequio ridur del suo signore.

E, se veder poi brami

L'eccelso giovanetto

Per cui tant'ira entro il tuo sen s'accende,

Volgiti a destra, e mira

L'immago sua sol terminata in parte.

Oh quanto intorno a lei d'opra mi resta!

Quella che a lui vicino

Donna reale il mio scalpello espresse,

Vittoria ella è, che dell'illustre sangue

De' Caraccioli eroi colme ha le vene,

E nel materno seno

Furo i spirti reali

Prime de' suoi respiri aure vitali.

Ve' con che dolce nodo

Accoppiaron gli dèi

Amore e maestà sul volto a lei.

Questa al garzon gentile

Fortunata compagna il Ciel concede.

Faran d'amore e fede

Bella gara fra lor gli accesi cori;

E degli antichi onori

La prole lor, rassomigliando agli avi,

Riempirà le sue paterne sponde.

Benigno il Ciel risponde

Di Partenope ai voti, e i numi stessi.

Affrettan desiosi

Il felice imeneo. Che se pur dianzi

Pallade i dardi tuoi torse dal petto

Dell'alto giovanetto,

Fu perché d'altro strale

Più puro e più lucente

Attende la ferita, e non da quello

Onde ogni umano cor per te s'impiaga.

Ecco là di mia mano’

Ed accennò col dito

Ove un rotto macigno

A due quadrella aurate era sostegno

‘L'armi già pronte: io le composi, e furo

Meco compagni all'opra

Il Piacere, la Fé, l'Onor, la Pace.’

Quando il fanciullo audace

Le saette ravvisa e i detti intende,

Più da lui non attende:

Ma rapido e veloce

L'armi rapisce, e al genitor s'invola:

Indi ratto sen vola

Su le vinose falde

Del fertile Vesévo, e 'l doppio strale

Di Giambatista e di Vittoria in seno

Senza contesa a riposar ne viene.

Se fu cara la piaga,

Se fu dolce il velen de' dardi suoi,

Bella coppia gentil, ditelo voi.

Scese allor dalle sfere

I chiari a celebrare alti sponsali

D'Urania e di Lieo l'acceso figlio,

D'amaraco odorato adorno il crine.

Venere ancor dagl'importuni amplessi

Dell'ispido marito,

Quanto più può veloce,

Si sviluppa e si scioglie,

E la gran pompa ad onorar ne viene.

Della variata zona

I suoi fianchi discinge,

E i fortunati sposi

Con soavi ritorte annoda e stringe.

Per ornar sì bel giorno,

Si scorda ed abbandona

Libetro ed Aganippe

Coll'aonie sorelle il biondo dio,

E fra quelle divide

De' festivi apparati il peso e l'opra.

Una nel cavo bosso

Spingendo or aspro ed or soave il fiato,

Su i regolati fori

Delle tremule dita il moto alterna,

Ed or tarda or veloce

Uscir ne fa l'armoniosa voce.

L'altra d'eburnea cetra

Con pettine sonoro

Scorre le fila, e raddolcisce i cori.

Questa, di lieve socco ornata il piede,

Come scaltra e prudente

I costumi imitando e i detti altrui,

Nell'umile favella

Nasconde ancor di sua virtude un raggio,

Ch'è spettacolo al volgo e scuola al saggio.

Quella, d'alto coturno

Traendo il peso in maestosa scena,

Rappresenta e dipinge

Sol gloriose imprese, eroici amori,

E da fallaci oggetti

Desta nell'altrui cor veraci affetti.

E i dotti vati intanto

Fanno dolce sonar su' labbri loro

Di Giambatista e di Vittoria il nome

Con sì leggiadro stile,

Che men soave canta,

Allor che si querela

Del suo fato maligno,

Sul confuso Meandro il bianco cigno.