EPITALAMIO II
Su le floride sponde
Del placido Sebéto
Che taciturno e cheto,
Quanto ricco d'onor, povero d'onde,
A Partenope bella il fianco bagna,
Partenope felice,
E di cigni e d'eroi madre e nutrice;
Stanca di tante prede,
Di Citerea la pargoletta prole,
Fermando un giorno il piede,
Ripiegando le penne
A riposar si venne.
Premea col destro lato
Il molle erboso letto;
Della grave faretra
Scarchi gli omeri avea:
E d'origliero in vece
Posa sovra di quella
La guancia tenerella:
Fa colla destra palma
Scudo alle luci, affinché i rai del giorno
Al pigro umido sonno
Non turbino il soggiorno
Stende il sinistro braccio
Languidetto e cadente
Sul margine odoroso, e all'arco aurato
Le pieghevoli dita avvolge intorno;
Quasi tema che fuori
Della vicina selva
Qualche ninfa lasciva,
Qualche satiro audace
Esca, mentr'egli dorme, e gliel'involi.
Così riposa Amore: e a lui d'intorno,
Come destar non voglia,
Non scuote o ramo o foglia
La timidetta e grata
Auretta innamorata;
Di guizzar non ardisce
Fuor del soggiorno algoso
Il pesce timoroso.
Il fiume, il fiume istesso
Che gli scorrea dappresso,
A rimirarlo intento,
Più placido e più lento
Porta l'onda tranquilla a Teti in seno,
Se non quanto accompagna
Con basso mormorio
Il dolce de' suoi lumi amico oblio.
Quando dal manco lato
Sovra cocchio dorato
Un giovinetto eroe,
Germe di semidei, dell'alma e chiara
Stirpe Filomarina alto rampollo,
Per ricrear gli affaticati spirti
Da' noiosi pensieri,
Dagli studi severi,
A vagheggiar ne viene
Del nativo Tirren le spiagge amene.
Dalla spaziosa fronte
Inanellato e biondo
Su gli omeri si spande
Tutto di bianca polve asperso il crine.
Fan le nevi del volto
Ingiuria al sottil velo
Che attorce intorno alla ritonda gola
Sovra i candidi lini,
Delle tenere membra intime spoglie,
Del Batavo gelato opra e lavoro.
Scende sino al ginocchio
Ricca e succinta veste
Che si stringe sul fianco,
Poi sotto il petto si congiunge e lega.
Si distingue e compone
Di seta e d'oro il variato drappo;
E l'istessa natura
Par che stupida ammiri
L'arte del Gallo industre; e non sa come
Il filato metallo,
De' pieghevoli stami
Fatt'emulo e compagno,
Fra l'intricata fila
Siegua l'error dell'ingegnosa spola.
Leggiadra sopravvesta
Che di poca lunghezza all'altra avanza,
Cui ministrò le molli lane il Tago,
Spiega sovra di quella
Il purpureo colore,
Più sanguigno e vivace
Del murice che infranto
Al can di Tiro imporporò le labbra
Più lucido e ridente
Di quel che uscìo dal piè di Citerea
Vermiglio sangue a colorar la rosa.
Tutto ciò che ricopre
La gamba, il piede, o l'altre membra adorna,
È pellegrino e raro
Di materia e lavoro, e con tal arte,
Che 'l suo regal sembiante
De' discordi colori
La concorde armonia rende più vago.
Tal ne venìa su la dorata biga
Il garzon generoso.
I fervidi destrieri
Scuotendo il folto crine,
Mordendo impazienti
Del duro acciaro il necessario impaccio,
Fan biancheggiar di calda spuma il freno.
S'alza la mossa polve, e sotto il peso
Delle lubriche ruote
Susurra oppressa la minuta arena.
Lo strepito improvviso
Scosse dal sonno il pargoletto nume
Che sul cubito destro alzossi, e terse
Colla tenera palma
Tre volte e quattro i sonnacchiosi lumi:
Indi, colà rivolto
Donde a lui ne venìa l'incerto suono,
Del giovanetto illustre
Scorge ed ammira il maestoso volto;
E desioso e vago
Di farlo ancor sua preda,
In piè si drizza, e sceglie
Dalla prona faretra
Il più librato e più pungente strale:
Indi l'arco raccoglie, e pronto adatta
Sul teso nervo la pennuta cocca,
E al segno destinato il dardo invia.
Stride l'aria divisa
Dalla rapida canna,
Che giunta appena ove segnolla il guardo,
Senza colpo o ferita al suol trabocca.
Amor cruccioso allora,
Per emendar del primo error lo scherno
Con più vigore affretta
La seconda saetta;
Ma con fortuna eguale
Cade il secondo strale.
Chi può dir come cresca
Nel fanciullesco core
La vergogna, il furore?
Adirato e confuso,
Più spessi e men sicuri
Raddoppia i colpi al vento, e la faretra
Di tutte l'armi impoverisce e scema.
Pallade allor, che del garzone invitto
E custode e compagna
Invisibile ognor gli veglia allato,
Al fanciullo adirato
Fe' di sé nuova ed improvvisa mostra:
In lui le luci affisse,
Il guatò sorridendo, e nulla disse.
Alla vista, all'offesa
Del silenzio e del riso,
Che dir non volle o che non fece Amore?
Tumido ed infiammato
Di pianto il ciglio e di rossor le gote,
Straccia l'aurata benda,
Si lacera le chiome, e colle piante
L'innocente faretra infrange e preme:
Parlar vorria, ma i numerosi sensi
Di rabbia e di dolore
S'affollano sul labbro, e n'esce appena
Di rotte voci un indistinto suono.
In segno di vendetta
La man si morde, e colle varie penne
Trattando l'aria al basso suol si fura.
Per ritrovar la madre
Cerca del terzo giro
Le più riposte sedi:
Vola del quinto cielo
Su la sanguigna stella,
Perché pensa che forse
Venere innamorata
Riposi in braccio al bellicoso amante:
Corre di Cipro a' lidi, e tutti spia
Dell'Idalio frondoso,
Di Pafo e di Citera
Gli orti odorati e gli amorosi tetti:
Al fin sovra le sponde
Della bassa Amatunta egli la vede.
Stava Venere bella
De' sudditi devoti
Le vittime a libar su i sacri altari.
Coronate di fiori
Giacciono all'ara appresso
Le innocenti colombe
Ad aspettar la fortunata morte.
Di giovani donzelle
Folte vezzose schiere
Ne vengono danzando
Del sacrifizio a celebrar la pompa.
Altri di mirti e rose
Sparge il terreno al simulacro intorno;
Altri le fiamme avviva
Coll'odoroso pianto
Dell'arabe cortecce; e qual prepara
Entro a lucidi vasi
Lo spumoso Lieo; quale accompagna
All'armonica voce
De' barbari stromenti
Alte lodi alla diva in questi accenti:
Scendi propizia
Col tuo splendore,
O bella Venere,
Madre d'Amore,
O bella Venere,
Che sola sei
Piacer degli uomini
E degli dèi.
Tu colle lucide
Pupille chiare
Fai lieta e fertile
La terra e 'l mare.
Per te si genera
L'umana prole
Sotto de' fervidi
Raggi del sole.
Presso a' tuoi placidi
Astri ridenti
Le nubi fuggono,
Fuggono i venti.
A te fioriscono
Gli erbosi prati,
E i flutti ridono
Nel mar placati.
Per te le tremule
Faci del cielo
Dell'ombre squarciano
L'umido veto.
E allor che sorgono
In lieta schiera
I grati zefiri
Di primavera,
Te, dea, salutano
Gli augei canori,
Che in petto accolgono
Tuoi dolci ardori.
Per te le timide
Colombe i figli
In preda lasciano
De' fieri artigli.
Per te abbandonano
Dentro le tane
I parti teneri
Le tigri ircane.
Per te si spiegano
Le forme ascose;
Per te propagano
L'umane cose.
Vien dal tuo spirito
Dolce e fecondo
Ciò che d'amabile
Racchiude il mondo.
Scendi propizia
Col tuo splendore,
O bella Venere,
Madre d'Amore,
O bella Venere,
Che sola sei
Piacer degli uomini
E degli dèi.
Mentre con queste voci intuona e canta
Inni alla dea l'innamorata schiera,
Volge Ciprigna a sorte
Lo sguardo, e vede il suo figliuolo Amore,
Che tutto sparso e molle
Di pianto e di sudore,
Lacero ed anelante
Ratto verso di lei volgea le piante.
Lascia l'are la diva,
E la sua cara prole
Fra le braccia raccoglie;
Indi col bianco velo
Dall'umidetta fronte
Terge il sudore, e gli rasciuga i lumi;
E fra mille soavi
Tenerissimi vezzi
Stringendolo pietosa,
Baciandolo amorosa,
Gli domanda cortese
Donde vien, perché pianga, e chi l'offese.
Ma, poiché a parte a parte
L'ingiurie sue dal caro figlio intende,
Anch'ella il volto accende
Di sdegnoso rossore,
Poiché troppo le pesa
Di Minerva l'offesa.
Crolla la testa, e in un acerbo riso
Dilatando del labbro
Le porpore vivaci,
Dice ad Amor: ‘Meco ne vieni, e taci.’
Ad un suo cenno allora
All'usata conchiglia
Accoppiano le Grazie
Le amorose colombe: ella v'ascende
Coll'alato fanciullo,
E coi rosati freni
De' suoi candidi augelli
Per l'aereo sentier regola il volo.
Abbandona di Cipro
Le fortunate sponde;
Lascia il fecondo Egitto
Dalla sinistra parte: indi trascorre
Del Minotauro il laberinto infame,
E in men che non balena
Su la spiaggia sicana il corso affrena.
Non lungi dall'arene
Quasi presso alle stelle
Il suo giogo fumante Etna solleva:
Grave il dorso ha di gelo,
E di perenne fiamma ardon le cime;
Ma con tal nuova e prodigiosa legge,
Che ingiuria non riceve
Il fuoco dalla neve,
E 'l fuoco poi, che sovra a lei s'accende,
Serba fede alle nevi, e non le offende.
Sotto gli ardenti sassi
A' replicati colpi
Della sonora incude
Lo speco di Vulcan rimbomba e tuona.
Si cela e si profonda
Fra due scoscesi monti
Orrida oscura valle,
Tutta d'antiche piante opaca e nera,
Ove con dubbia luce
Penetra il sol, ma sul meriggio appena;
Ed è l'incerto calle
Del gran fabbro di Lenno
All'ardente fucina unica strada.
Per quei riposti e cupi
Solitari dirupi
Al padre ed al consorte
Cupido e Citerea volgono i passi:
E, giunti su la soglia
Della spelonca affumicata e nera,
S'arrestano curiosi
L'opra a spiar dell'indefesso nume.
Stava intento Vulcano
Un di quegli a formar fulmini ardenti
Con cui Giove dal ciel folgora; ed era
In parte informe, e terminato in parte.
Sudano a lui d'intorno
I validi Ciclopi,
Nudi le membra e rabbuffati il crine.
Altri solleva e preme
Il mantice ventoso, e l'aura lieve
Col replicato moto accoglie e rende;
Altri immerge nell'onda
Lo stridulo metallo; ed altri al cenno
Del prudente maestro
Del pesante martello i colpi alterna.
Ne geme l'antro, e le minute e spesse
Strepitose scintille
Van per l'aria fuggendo a mille a mille.
Ma quando il fabbro accorto
La bella dea rimira,
Lascia imperfetto il suo disegno e l'opra;
E con passo ineguale
Correndo incontro alla divina moglie,
Fra le ruvide braccia al sen l'accoglie.
Le domanda che brami,
Qual cagion la conduca;
E col tumido labbro intanto imprime
Su le vermiglie gote
Di fumo e di sudor livide note.
Ciprigna allor, che vede
Quanto poter la sua beltà le doni
Su l'infocato dio,
I bei cinabri a queste voci aprio:
‘A te, dolce consorte,
Lieve cagione i passi miei non reca.
Non è il tuo figlio Amore
Più quel possente nume,
Da cui Giove ferito
Per Leda e per Europa
Il canto ed il muggito
Finse del toro ed imitò del cigno,
Cambiando con l'arene
Di Fenicia e di Sparta il sommo trono.
Io quella più non sono
Che tempro e reggo a mio piacer gli affetti
Ne' più severi petti
Al placido girar de' guardi miei.
Già vaglion nulla o poco
I suoi strali, il mio foco.
Minerva è che pretende
Sovra il cor de' mortali
Temeraria usurpar le mie ragioni.
Se tanto il cor le preme
Lo scorno ancor della perduta lite,
Di me non già, né dell'idéo pastore,
Ma più giusta si lagni
Di Giove suo che la formò men bella:
Ed a turbar non venga
Del mio figlio i trionfi,
Le speranze d'Italia, il regno mio.
Giambatista pur dianzi
De' gran Filomarini...’ Al chiaro nome
Tutta Vulcan comprese
Dell'ira e del venir l'alta cagione.
Fra le callose mani
Quella tenera man racchiude e stringe;
Sconciamente sorride, e della diva
L'irate voci e gli sdegnosi affetti
Interrompe nel mezzo in questi detti:
‘Placa, placa lo sdegno,
Venere bella, e rasserena i lumi;
Ché non pensano i numi
Dell'alta stirpe a ritardare il frutto
Contro il voler dell'immutabil Fato;
Ché troppo a loro è grato
Del garzon generoso
Propagar nella prole
L'indole eccelsa, il glorioso nome.
Il so ben io, che da tant'anni e tanti
Per ornar della Gloria
Il tempio luminoso
Stanco la destra e l'arte
De' suoi grand'avi a' simulacri intorno.
Vedi colui che, adorno
Di bellicoso acciaio il petto e 'l crine,
Spira da quel metallo, ancorché finto,
Un non so che di maestoso e grande?
Quegli è Tommaso, al cui possente braccio,
Al cui senno, alla fede
Ferdinando il suo rege
E la forza e l'onore
Dell'armi sue tutta commette e crede.
Vedi l'altro che sembra
Di polve e di sudor bagnato e tinto,
E par che voglia ancora
Vibrar feroce il sanguinoso acciaio?
Giambatista è colui,
Che, seguitando ardito
Del quinto Carlo le felici insegne,
Fe' nel marzial cimento
Impallidir la fronte
Al duro Belga e all'Africano infido.
Questi, che in un si mostra
E placido e severo,
E col dito sul labbro
Par che imponga ad alcun silenzio e pace,
Questi è colui che seppe
Del popolo commosso
Gli empiti incerti ed i confusi affetti
Col senno e col valore
All'ossequio ridur del suo signore.
E, se veder poi brami
L'eccelso giovanetto
Per cui tant'ira entro il tuo sen s'accende,
Volgiti a destra, e mira
L'immago sua sol terminata in parte.
Oh quanto intorno a lei d'opra mi resta!
Quella che a lui vicino
Donna reale il mio scalpello espresse,
Vittoria ella è, che dell'illustre sangue
De' Caraccioli eroi colme ha le vene,
E nel materno seno
Furo i spirti reali
Prime de' suoi respiri aure vitali.
Ve' con che dolce nodo
Accoppiaron gli dèi
Amore e maestà sul volto a lei.
Questa al garzon gentile
Fortunata compagna il Ciel concede.
Faran d'amore e fede
Bella gara fra lor gli accesi cori;
E degli antichi onori
La prole lor, rassomigliando agli avi,
Riempirà le sue paterne sponde.
Benigno il Ciel risponde
Di Partenope ai voti, e i numi stessi.
Affrettan desiosi
Il felice imeneo. Che se pur dianzi
Pallade i dardi tuoi torse dal petto
Dell'alto giovanetto,
Fu perché d'altro strale
Più puro e più lucente
Attende la ferita, e non da quello
Onde ogni umano cor per te s'impiaga.
Ecco là di mia mano’
Ed accennò col dito
Ove un rotto macigno
A due quadrella aurate era sostegno
‘L'armi già pronte: io le composi, e furo
Meco compagni all'opra
Il Piacere, la Fé, l'Onor, la Pace.’
Quando il fanciullo audace
Le saette ravvisa e i detti intende,
Più da lui non attende:
Ma rapido e veloce
L'armi rapisce, e al genitor s'invola:
Indi ratto sen vola
Su le vinose falde
Del fertile Vesévo, e 'l doppio strale
Di Giambatista e di Vittoria in seno
Senza contesa a riposar ne viene.
Se fu cara la piaga,
Se fu dolce il velen de' dardi suoi,
Bella coppia gentil, ditelo voi.
Scese allor dalle sfere
I chiari a celebrare alti sponsali
D'Urania e di Lieo l'acceso figlio,
D'amaraco odorato adorno il crine.
Venere ancor dagl'importuni amplessi
Dell'ispido marito,
Quanto più può veloce,
Si sviluppa e si scioglie,
E la gran pompa ad onorar ne viene.
Della variata zona
I suoi fianchi discinge,
E i fortunati sposi
Con soavi ritorte annoda e stringe.
Per ornar sì bel giorno,
Si scorda ed abbandona
Libetro ed Aganippe
Coll'aonie sorelle il biondo dio,
E fra quelle divide
De' festivi apparati il peso e l'opra.
Una nel cavo bosso
Spingendo or aspro ed or soave il fiato,
Su i regolati fori
Delle tremule dita il moto alterna,
Ed or tarda or veloce
Uscir ne fa l'armoniosa voce.
L'altra d'eburnea cetra
Con pettine sonoro
Scorre le fila, e raddolcisce i cori.
Questa, di lieve socco ornata il piede,
Come scaltra e prudente
I costumi imitando e i detti altrui,
Nell'umile favella
Nasconde ancor di sua virtude un raggio,
Ch'è spettacolo al volgo e scuola al saggio.
Quella, d'alto coturno
Traendo il peso in maestosa scena,
Rappresenta e dipinge
Sol gloriose imprese, eroici amori,
E da fallaci oggetti
Desta nell'altrui cor veraci affetti.
E i dotti vati intanto
Fanno dolce sonar su' labbri loro
Di Giambatista e di Vittoria il nome
Con sì leggiadro stile,
Che men soave canta,
Allor che si querela
Del suo fato maligno,
Sul confuso Meandro il bianco cigno.