EPITALAMIO III
Nel vasto grembo alla tirrena Dori
La verde falda un nobil monte stende,
Monte che, da' felici abitatori
Fugando ogni dolor, nome ne prende:
Questo al duro cultor de' suoi sudori
Sempre larga mercé promette e rende,
E nel cavato seno offre sul piano
Comodo varco al passeggier cumano.
Su la fronte di quello un marmo augusto
Serba gli avanzi del cantore altero,
Di cui superba va l'ombra d'Augusto
Forse non men che del romano impero;
Da cui come si debba al verde arbusto
La vite accompagnar s'udì primiero:
Poi del Troiano in più sonori carmi
La fuga, la pietà, gli errori e l'armi.
Frondoso allòr che l'infeconde cime
Da folgore e da verno ha sempre illese,
Sorge dappresso al tumulo sublime
E gli è dell'ombre sue largo e cortese.
Scritto, che molto in poche note esprime,
Dell'urna a piè saggio scarpel distese,
Perché il curioso pellegrin scoprisse
Ov'ei nacque, onde venne, e ciò che scrisse.
Mentre soletto un dì del colle aprico
L'aure soavi a respirare io torno,
E discacciato ogni pensier nemico
Stanco lo sguardo alla gran tomba intorno
S'apre (mirabil vista!) il sasso antico,
E accoglie in sen dopo tant'anni il giorno;
S'apre (chi 'l crederebbe!), e inaspettata
M'offre del gran cantor l'ombra onorata.
In un candido manto era ravvolto
Che del piè gli cadea sopra il confine;
Sereno il ciglio avea, pallido il volto,
Crespa la fronte e coronato il crine.
Da un lato della tomba era raccolto
Gran volume di pagine latine;
Dall'altro, in segno del suo vario stile,
L'eroica tromba e la sampogna umìle.
Meraviglia e timor tosto nel petto
Vennero ad assalir l'alma smarrita:
Una a mirar sì venerato oggetto,
L'altro a fuggir da tanto orror m'invita.
Lungi dal sacro marmo il passo affretto,
Ma volgo a lui la faccia sbigottita,
Talché chiaro nei moti appar di fuore
E la mia meraviglia e 'l mio timore.
Tal di fero leon picciolo figlio
Dubbioso sta negli africani lidi,
S'avvien che 'l genitor vegga in periglio
Ferito in mezzo a' cacciator numidi:
Non sa se corra a insanguinar l'artiglio,
Non sa se al corso la sua vita affidi.
Da timor, da pietade intanto oppresso,
Non salva il genitor, perde se stesso.
‘Dove, dove’, gridò, ‘volgi le piante?’
Quel saggio allor che il mio timor comprese;
E parlò con sì placido sembiante,
Che 'l perduto valor tutto mi rese.
‘Non sono io quel che tante volte e tante
Di generoso ardir l'alma ti accese?
Forse quel non sei tu cui le mie carte
La rozzezza natia tolsero in parte?
Perché fuggi da me? Men timoroso
Odimi: e rassicura i sensi tuoi.
Dal felice soggiorno ov'io riposo
Lieve cagion non mi conduce a voi.
Vedrete in questo giorno avventuroso
L'alme accoppiar di due sublimi eroi,
Alme di cui più belle il sol non mira
Ovunque il carro suo ravvolge e gira.
Francesco è l'un, che non adulto ancora
Del bellicoso dio si fe' seguace:
Fra l'armi e l'ire avvezzò il petto, ed ora
Tempra gli sdegni all'amorosa face:
L'altra è Giovanna, a cui le gote infiora
Del primo april la porpora vivace,
Nel cui volto gentil, come in lor trono,
Amore e maestà congiunti sono.
Il chiaro suon dell'imeneo felice
Non sol del mondo in ogni parte arriva,
Ma fin là dove a' vivi andar non lice
Se ne ragiona al pigro Lete in riva.
Oh qual gloria, oh qual frutto a voi predice
Ogni alma là della sua spoglia priva,
Chiamando ognuno la sua stella ingrata
Che a sì bella stagion non l'ha serbata!
Tornar di nuovo in questo dì sospira
L'antico a rivestir sembiante umano
Qualunque già su la canora lira,
Allorché visse, esercitò la mano.
Con quanta invidia il vostro fato ammira
L'ascreo, l'ismaro cigno ed il tebano,
E quel che già con mille versi e mille
Fece nota fra voi l'ira d'Achille!
Ah fosse ver che al variar degli anni
Ritornassero l'alme al suol natio,
Pria la memoria de' passati affanni
Deposta all'acque del profondo oblio!
Potrei, spiegando a più gran volo i vanni,
Di sì nobil soggetto ornarmi anch'io:
Ma giacché invan sì bel desire ho in seno,
Vengo a destar le vostre Muse almeno.
Attenda almen de' fortunati amanti
La vostra musa a celebrar gli ardori.
Canti di lor l'eccelsa stirpe, e canti
Gli antichi pregi ed i novelli onori.
Rammenti pria de' lor grand'avi i vanti,
I triregni, le clamidi e gli allori;
Poi delle due bell'alme innamorate
Il valor, la bellezza e l'onestate.
Dica di lui le gloriose imprese,
Il magnanimo spirto, il cor guerriero,
Onde sì chiaro il nome suo si rese
Per l'italico cielo e per l'ibero,
I cimenti, gli assalti e le difese,
Il volto, il ciglio or mansueto or fiero,
L'anima grande che proccura e gode
Più meritar che conseguir la lode.
Si studi in carte ad eternar di quella,
Che al gran talamo serba il Cielo amico,
Il sen, la guancia, l'una e l'altra stella,
Gl'innocenti costumi, il cor pudico;
Narri quanta s'accresca ombra novella
Per sì florido ramo al tronco antico;
Ramo da cui la pianta al Ciel diletta
Eccelsi frutti in sua stagione aspetta:
Né spera in van. Quel fortunato giorno
Non sarà tardo a ricondurvi il sole,
In cui scherzare alla gran donna intorno
Bella vedrete e numerosa prole;
Del cui valor, delle cui gesta adorno
Il Sebéto gentil, più che non suole,
Tumido fra le sponde illustri e chiare
Di gloria andrà se non di flutti al mare.
La tromba mia che neghittosa giace
Prestarvi a sì grand'uopo oggi vorrei.
Quella ch'altro cantar non è capace
Che nomi d'eroine e semidei.
Ma chi saria fra voi cotanto audace
Che ardisse i labbri avvicinare a lei?
Solo a me trar da quella il suon fu dato;
Roco in essa sarebbe ogni altro fiato.
Così la clava orribile si vide
Già riportar di mille mostri il vanto,
Finché la trasse il generoso Alcide
Per le selve di Tebe e di Erimanto;
Ma poiché (colpa delle stelle infide)
Spogliò sul rogo il suo terrestre ammanto,
Quella che sì terribile parea
Restò vil peso alla pendice etea.’
Mentre a tai voci io riempir mi sento
D'orrore insieme e di diletto il seno,
E dubbio fra la tema e l'ardimento
Non temo affatto e non ardisco appieno,
Mugghiò dall'antro un improvviso vento,
Tuonò Giove a sinistra a ciel sereno,
Tremò l'alloro dalle cime al basso,
Disparve l'ombra, e si racchiuse il sasso.