Ermione a OresteEpistola ottava

By Remigio Nannini

L'animoso figliuol d'Achille invitto,

Pirro, e del padre alla sembianza altero,

Lassa, mi tien contra ogni umana legge

E contra ogni pietà serrata e presa.

Io per non star nell'altrui forze a forza,

Forza gli fei quanto 'l valore infermo

Potea di donna, e contrastare al tutto

Femina non potei debile e frale,

E sdegnosa gli dissi: ahi troppo audace,

Ahi scelerato, ahi temerario Pirro,

Qual violenza è questa? Io non son priva

Di chi mi lasci invendicata, e sono

Sposa di tal ch'a qualche tempo fia

Vendicator del violento oltraggio.

Et ei, via più che tempestoso mare,

Qualor più freme, alle parole sordo,

Scapigliata, e chiamando Oreste invano,

Entro mi trasse all'odioso albergo.

Qual più grave martir, qual più crudele

Scempio sofferto avrei, s'arsa e distrutta

La bella patria mia, foss'ita in preda

A fiero vincitor barbaro, e strano?

Via più cortese assai, via meno acerba

Verso Andromache fu la Grecia altera,

Quando la greca e vincitrice fiamma

Le grandezze troiane arse e distrusse.

Ma tu, deh dolce mio consorte amato,

Deh dolce Oreste mio, s'omai ti cale

Di me tua sposa, e di mie gravi pene,

Vendica l'onte, e i violenti oltraggi,

Che nelle cose tue son fatti a forza.

Oimè, s'alcun dentro alle chiuse mandre,

O ne' rinchiusi armenti entrasse a forza,

Non prenderesti in lor difesa il ferro?

Et or ch'un uom t'ha la consorte tolto,

Pigro sarai a vendicarla e lento?

Facciati pure il mio gran padre esempio,

Che la sua sposa all'amator ritolse

Per forza d'armi, e la rapita moglie

Cagion gli fu di così giusta guerra.

S'egli si fosse entro al suo regno stato

Pigro, ocioso, e lento, ella consorte

Sarebbe ancor dell'amator di Troia,

Come sposa gli fu molti anni, e molti;

Né d'uopo t'è spiegar ben mille vele,

O la Grecia noiar d'uomini e d'arme,

Che tu sei solo a tanta impresa buono:

Bench'io son degna ancor d'esser ritolta

E con sangue, e con ferro, e ben conviensi

A sposo ardito, e valoroso amante,

Per torre altrui la sua consorte e donna,

Oprarvi il ferro, e spargervi anco il sangue.

Ma quando io non ti fussi amante, o sposa,

Né tu consorte a me, non siam noi nati

D'un avo istesso, e non mi sei cugino?

Deh dolce mio fratel, deh caro sposo,

Giusta pietade omai ti vinca, e muova

Di me tua suora e moglie, e sienti all'alma

Questi due dolci nomi amaro sprone.

Tu sai pur che mercé del vecchio e saggio

Tindaro, avolo mio, ch'io tanto amava,

Che fu non men per suoi costumi santi

Che per l'età di riverenza degno,

Ti fui data per moglie, il quale aveva

Di me, del padre mio, della sua figlia

L'ultime voglie entro a sua voglia ascose;

Ma lo mio genitor, ch'era allor quindi

Troppo lontano, e non sapeva quanto

Avesse fatto il diligente vecchio,

Mi promesse al figliuol d'Achille altero:

Ma l'avo mio, che di saviezza e d'anni

Era il primo tra noi, avea l'impero

Di far di me ciò che gradiva a lui.

Quando io divenni tua, non feci offesa

Ad uomo alcun, ma s'io mi sposo a Pirro,

Troppo alto faccio al mio marito oltraggio;

Né fia mio padre al nostro amor crudele,

Ch'egli ancor sa la gran virtù d'Amore,

E qual abbia valor sua face e dardo,

Et al genero suo sarà pietoso,

Come a se stesso; e la mia madre ancora

Con l'esempio di sé darà soccorso

A così bella, e sì lodata impresa.

Tu mi sei pur quel ch'a mia madre è stato

Lo mio gran genitore; e quel che fece

A lei l'amante e peregrin di Troia,

L'istesso ha fatto alla tua dolce e cara

E fedele Ermion l'audace Pirro:

Il qual, benché de' fatti egregi e belli

Del suo gran padre insuperbisca ognora,

Non sei di lui però men chiaro e illustre,

Ch'Oreste ancora ha d'onde alzarsi al cielo

Mercé degli avi suoi famosi e chiari,

E del suo genitore ha l'opre altere

Cui possa altrui con verità narrare.

E chi non sa che tutto il campo greco,

E l'istesso famoso altero Achille

Reggeva Agamennon? quello era solo

Privato capitan, questi era duce

De' più famosi, e più pregiati duci.

E Tantalo hai, e 'l suo figliuol Pelope,

Onde ti possa gloriare, e sei,

Se tu numeri ben, da Giove il quinto.

Né manchi di valor, né di virtute,

Perch'ognun sa che da giusta ira mosso

Ti volesti imbrattar le mani altere

Del sangue di tua madre, e dell'iniquo

Crudele Egisto, e vendicasti l'onte

Che quella, e questi, al genitor tuo fero:

E bench'altrui di scelerato e crudo

Animo verso alla tua madre infame

Ti dimostrasse il glorioso fatto,

Che potevi tu fare? ella fu duce

Con dare, ahi fera, ahi scelerata sposa,

Al padre tuo la mal composta veste,

Ond'ei vilmente, e bruttamente ucciso

Fosse dall'empio e temerario Egisto.

Io ben vorrei che per cagion più degna

Tu fossi stato e valoroso e chiaro:

Ma non ti mosse il tuo voler, ma l'empia

Tua genitrice a sì nefanda impresa

Ti spinse, e festi alla cagione eguale

Il degno effetto, onde l'infame Egisto

Ivi fece il terren bagnato e tinto

Del sangue suo, ove tuo padre in prima

L'avea fatto del suo vermiglio e lordo.

Ma Pirro invidioso in biasmo volge

Quel che t'è gloria, et ha poi faccia ancora

Di starmi inanzi agli occhi, ond'io di rabbia

E di sdegnoso ardor m'ardo e distruggo.

Dunque in presenza mia, mi fia biasmato

Il mio fratello, il mio marito Oreste?

Quest'è quel che mi duol, ch'io donna frale

Non ho valor di vendicar quell'onte

Che mi son fatte, o le parole ingiuste

Punir, ch'ognora il temerario Pirro

Mi dice in biasmo tuo, ma sol mi lice,

Femina, inerme, e dispregiata, e vile,

Versar dagli occhi miei lagrime amare,

Perché piangendo io disacerbo il duolo,

E l'onde lor quasi un ondoso fiume

Corron dagli occhi al seno, e fanno dentro

All'inornate guance eterno fonte.

Questa è la sorte aversa, e questo è il tristo

Fato di nostra stirpe, il qual si mostra

Crudele ancor, che noi femine siamo

Tutte soggette alle rapine, e tutte

Siam state a' padri, o nostri sposi tolte.

Io non dirò dell'amoroso inganno

Che Giove sotto a le mentite piume

Del bianco cigno alla sua Leda fece:

Ma sol dirò d'Ippodamia, la quale

Da la bella città d'Ismo, che parte

Duoi larghissimi mar, rapita venne.

Elena ancor ne' suoi primi anni fue

Tolta da Teseo, e poi tornata a forza

A' duoi german che fan bel segno in cielo:

Per lei medesma ancor, poi che rapita

Fu dal troiano amante, in Asia mosse

Il greco sposo suo le greche insegne.

Io quasi un'ombra ho queste cose a mente,

Sovengonmi a pena; io nondimeno

Le mi ricordo, e mi sovien ch'allora

Ch'ella quindi partio col nuovo amante,

Avea l'alma ciascun d'angoscia piena,

E di sospiri e lagrimose voci

S'udia suonar l'abbandonato albergo.

Piangeva il mio vecchio avo, e Clitennestra,

Di mia madre sorella, aveva i lumi,

Con Polluce e Castor, bagnati e molli,

E la sua madre Leda al suo gran Giove

Preghi porgeva e voti; et io mi svelsi

I non lunghi capegli, e dissi: dove,

Eh dove senza me ten vai, mia madre?

Il suo consorte era lontano; et io,

Forse non son di questa stirpe? ahi lassa,

Ecco ch'io nacqui acciò ch'io fussi preda

Del crudo, ingiusto, e scelerato Pirro.

Volesse il ciel che 'l valoroso Achille

Non fusse morto ancor, ch'ei del suo figlio

L'onte crudeli, et i protervi oltraggi,

Come saggio e gentil, biasmato avrebbe:

Né piacque al grande Achille, et or via meno

Gli piaceria, ch'abandonato sposo

Vedovo e sol ne le tradite piume

Piangesse invan la sua rapita donna.

Qual mio grave fallir mi fa gli Dii

Così crudeli? e qual maligna stella

Dirò già mai che sì m'oltraggi e nuoca?

Misera me! che ne' primi anni io vissi

Senza mia madre, e sotto ad Ilio armato

Il mio gran genitor si stava, et io

D'ambi i parenti miei era orba e priva,

Bench'ambidoi fosser tra' vivi ancora.

Ahi bella madre mia, ahi bella e cara

Mia genitrice! io non potei godermi

Picciola ancor quell'accoglienze grate,

Che dalle madri loro han l'altre figlie,

Né le picciole braccia al collo avolsi,

Né mi dormei, né mi t'assisi in grembo

Alle ginocchia tue gradita soma;

Né ti calse adornarmi il collo o 'l petto

Di perle e d'oro, od intrecciarmi il crine,

O che i biondi capei negletti ad arte

Gisser lascivi alle mie guance intorno;

Né l'albergo reale ornato vidi

Da la mia cara genitrice, in cui

Mi dessi in braccio al mio consorte amato.

Io ben ti venni al tuo ritorno incontra,

Né m'era nota, io ti confesso 'l vero,

L'aria del volto, o la materna imago.

Io nondimeno alle sembianze belle

Elena ti credei, perch'io più volte

Udito avea che la mia madre ogn'altra

Donna, che mai tra noi discesa fosse,

Di grazia e di beltà vincea d'assai:

Né t'era nota anch'io, onde sovente

A quelle donne addomandavi quale

Fosse la tua sì poc'amata figlia.

E tra tanti miei mali, in questo solo

Assai mi piacqui, e mi stimai beata,

Ch'io fui donna d'Oreste: et ei mi fia

(O di nostro destin acerbe voglie!),

S'ei non mi toglie altrui, misera, tolto.

Quest'è quel ben che l'abbruciata Troia,

E del mio genitor la gloria illustre

M'have arrecato, ahi lassa me, ch'io sono

Serva dell'empio mio nimico Pirro!

Egli è ben ver ch'assai più breve parmi

Questo mio scempio allor ch'a mezzo 'l giorno

I lucenti destrieri Apollo sprona.

Ma quando 'l sol s'asconde, e mesta e sola

Mi chiude l'ombra entro all'odiato albergo

E dentro al letto, ch'io sempr'ebbi a schifo,

Allor dagli occhi miei si fugge il sonno,

E verso amari pianti, e quant'io posso,

Quasi da fiera et affamata belva,

Fuggo da Pirro; e per sì fatti mali

Tramortisco talora, e fuor del senso

Le membra odiate inaveduta ho tocco:

Ma come io mi risento, e sento ch'io

Ho fatto error così nefando e brutto,

Subito fuggo, e dal nimico aspetto

Ratta m'involo, e mi cred'io le mani

Aver macchiate, e bruttamente lorde.

Spesso di Pirro in vece, il nome amato

D'Oreste mio vien fore, e di mia voce

Il dolce fallo, e l'amoroso errore

Qual presagio felice inchino et amo.

Deh dolce Oreste mio, deh mio consorte,

Toglimi al mio nimico, io te ne prego

Per la mal nostra aventurata stirpe,

E per quell'alto sacrosanto Giove

Che le fu padre, al cui sol cenno il cielo

S'imbruna e rasserena, e 'l gran Nettunno

Si conturba e tranquilla, e la gran mole

De la terra talor si scuote e muove.

Io te ne prego ancor per l'infelici

Ossa d'Agamennon tuo padre, a cui

Fui già nipote umil, ch'ancor sepolte

Ti son tenute, poi che così giusta

E sì degna di lor vendetta festi:

Perch'io fermata son d'esserti sposa,

O ne' verd'anni miei trarmi di vita,

Et esser di me stessa acerba Parca.