Ero a LeandroEpistola decimaottava

By Remigio Nannini

Se tu dolce mio ben, dolce mia vita,

La mia salute, e la mia vita brami,

Come ne mostran fuor tuoi grati accenti,

E la cortese inaspettata carta,

Vienne, o Leandro mio, vientene e porgi

A la dolce Ero tua, tua fida amante,

Col grato aspetto tuo quell'alma gioia

Che tu mi mandi in sì bei versi ascosa.

Ogni tardar ch'ai veri amanti allunga

De' bei desiri il desiato tempo,

Di gelosi pensier, d'ardenti cure,

E di sospetti rei mai sempre è pieno:

Et io di te sì fieramente accesa

Mi trovo, oimè, che temperar non posso,

Con sofferir la lunga assenza, il foco.

Egli è ben ver che con eguale ardore

Ambi n'incende una medesma fiamma,

Ma io d'animo son di te men forte,

Né contra a tanto ardor difesa truovo,

E credo che voi altri abbiate il core

Contra i colpi d'amor più fermo e duro;

Che come son le giovanette amanti

Di corpo sempre e delicate e molli,

Così di mente son tenere e frali:

E se non vuoi ch'io mi consumi e sfaccia,

E di caldo desio mi strugga e pera,

Al dolce nuoto omai raccorta l'ore.

Voi nel seguire or le fugaci fiere,

Ed or nel coltivar l'amene ville,

Vi trapassate in bei diporti e grati

L'ore noiose; ora il pensier ne ingombra

Lite civile, or l'onorate palme,

Che de la lotta al vincitor si danno,

V'empion di bel desio l'animo ognora;

Or vi ritiene il maneggiar gentile

Di veloce corsiero, or laccio e vischio

Tendete agli uccelletti; or l'amo e l'esca

Gittate ai pesci, et or sedendo a mensa

Fate men grave il trapassar del tempo.

Ma io, che son di tai diporti priva,

Benché fosse minor mio incendio e foco,

Altro non so che fieramente amarte:

E tal è l'amor mio, tale è mia fiamma,

Ch'ogni umana credenza avanza il vero.

E mentre il tuo venir bramosa attendo,

Mentre sospiro ed i momenti conto,

O ver di te, dolce mio ben, ragiono

Con la cara nutrice, e di tua assenza

Qual sia cagion mi maraviglio seco,

O riguardando il mar, cui turba e move

Empio Aquilon, con quelle istesse quasi

Parole acre con cui biasmavi l'onde,

Con le medesme anch'io Nettunno incolpo;

O quando han raffrenato alquanto l'acque

L'orgoglio e l'ira, io mi lamento e credo

Che tu possa notar, ma ch'al tuo nuoto,

Non l'onde più, ma 'l tuo voler contrasti.

E mentre meco io mi querelo e doglio,

Piovommi amare lagrime dal viso,

Cui con tremante man pietosa asciuga

De' miei martir la consapevol vecchia.

Spesso rimiro ancor s'in queste arene

Son l'orme impresse dell'amate piante,

Come se 'l lido in se medesmo serbe

Del conosciuto piè la stampa e l'orma;

Or per saper di te novella grata,

O per scriverti almen duoi versi brevi,

Vo domandando se d'Abido alcuna

Nave sia giunta, o se nocchier di Sesto

Per passare ad Abido il legno scioglia.

E perché narrerò come io ritorni,

E quante volte, ad abbracciare il giorno

E ripiegare, e ribaciare insieme

I panni tuoi, che per passare ignudo

L'onde dell'Ellesponto a l'alba spogli?

Così mi passo il dì; ma poi che l'ombra

E dolce notte a' nostri amori amica,

Cacciato il sol, ne fa veder le stelle,

Subito saglio in su la torre, e quivi,

Dell'usato sentier fidata duce,

L'usata face in un momento accendo.

E postasi a filar la vecchiarella,

Ragionando con meco et io con lei,

L'ore inganniam de la noiosa notte.

E se brami saper quel ch'io favelli,

Mentre sospiro e con desio t'aspetto,

Sappia, ben mio, che da mia lingua fore

Altro non vien che di Leandro il nome.

Pensi tu, le dico io, che 'l mio bel sole

Sia di sua casa uscito, e ch'egli omai

Si sia involato a' duoi gelosi vecchi,

O pur vegliano ancora, ed ei gli teme?

Credi tu ch'egli ancor deposti i panni

Abbia nel lido, e perché meno offenda

L'acqua le membra e' si sia unto il corpo?

Ella accenna di sì, non ch'ella curi

Del nostro ben, ma perché 'l sonno grave

Le fa chinar la sonnacchiosa fronte.

E dopo un breve tempo io dico: certo

Che 'l mio Leandro è già ne l'onde entrato,

E notando sen viene; e poi ch'un filo

Di stame tal da la conocchia ho tratto

Che 'l fuso ond'io lo torco arriva in terra,

Io le domando s'ella crede ancora

Che tu del tuo camin sia giunto al mezzo;

Et or da la finestra il mar rimiro,

Or con tremante e paurosa voce

Prego che vento al tuo notare amico

T'agevoli il camino, or mesta e cheta

S'alcuna voce ascolti intenta ascolto,

Et ogni suon che mi percuote il core

Creder mi fa che tu sia giunto a riva.

Così tra dubbio e speme, essendo corsa

Per gran spacio di ciel l'oscura notte,

L'affannate mie luci il sonno ingombra,

E m'addormento; e tu crudele ancora

Forse malgrado tuo ti giaci meco,

E sdegnando venir mi vieni in braccio,

Perché 'l notturno dio di me pietoso

Parer mi fa ch'or ti rimiri in mezzo

Notar de l'onde, or arrivato in porto

L'umide braccia tue mi getti al collo,

Et or mi par che da mie spalle io tolga

Candido velo, e lo ti porga, o ch'io

T'asciughi di mia man le chiome e 'l viso,

O così molle mi ti stringa al seno

Per dar riposo, e riscaldare alquanto

Le stanche braccia, e le gelate membra,

Et altri gusti ancor contenti, e gioie,

Le quai deve tacer modesta lingua,

Perch'a farle è piacer, ma a dirle è brutto.

Misera me! che lo notturno errore

Non dura anch'egli: fuggitivo e falso

Mi lascia a lo svegliar languida e mesta,

Perché dagli occhi miei fuggendo il sonno,

Fuggemi ancora ogni mio ben di braccio.

Oh piaccia al ciel che noi bramosi amanti

Abbiamo al bel desio conforme l'opra,

Ed a nostre dolcezze ascose l'ombre!

Perché stata mi son vedova e sola

Cotante notti? e perché stai lontano,

Notator pigro et agghiacciato amante,

Da me tua donna? egli è ben ver che l'onde

Son minacciose, io lo consento, e fiere,

E mal sicuro è il trapassare al lido:

Ma la passata notte aura più dolce

S'udio spirar: perché lasciasti indietro

Sì bella occasion? perché del cielo

Non temesti, e del mar l'incerta fede?

E bench'un'altra volta il mar si faccia

Al tuo venir tutto tranquillo e lieto,

E la faccia del ciel stellata e bella,

Non dovevi lasciar sì bella notte,

Che tanto era miglior quanto più presta.

Ma tu dirai che si turbò repente

La faccia al mare, e 'l grato aspetto al cielo,

E ti fu forza abandonar l'impresa:

Ma io so ben che quando affretti il nuoto,

Ch'in tempo assai minor trapassi a riva;

E certa son che nel mio grembo avresti

Felice porto, e non avresti d'onde

Sbigottirti o doler; né pioggia o vento,

Quand'io t'avessi entro a mie braccia accolto,

Unqua farebbe a la tua mente offesa.

Oh come ascolterei felice allora

Lo spirar d'Aquilon, di Borea il fiato,

E pregherei devota i venti e l'onde

Che si stesser mai sempre irati in guerra,

E de' più bassi e tenebrosi fondi

Rivolgessero al ciel le dure arene!

Ma d'onde avien che sì paventi e temi

Più dell'usato il mare, e quel che dianzi

Dispregiavi cotanto, or tanto fuggi?

Ben mi sovien che tu solevi in prima,

Quando venivi a me, spregiar fortuna:

Né men esser allor di nubi il cielo

Carco, né meno il tempestoso mare

(E se pur men, non però molto) quanto

Or egli sia di foribondo aspetto,

Allor ch'io ti diceva: eh mio bel nume,

Eh mio terreno dio, eh caro amante,

Deh sia tanto animoso e tanto audace,

Ch'Ero tua cara a lagrimar non aggia

La tua virtute. E d'ond'è nata, ahi lassa,

Questa nuova paura? ove è fuggito

Tuo grande ardire? ove è l'audace e forte

E sì gran notatore? ove ito è quello

Dispregiator de' minacciosi flutti?

Ma sia più tosto et avveduto e saggio

Che troppo audace e temerario amante,

Qual fusti un tempo, e non entrar nell'onde

Se non quando si stan tranquille e quete,

Pur che tu sia quel mio fedel amico,

Pur che così come ne scrivi ardiamo,

Né si spenga la fiamma, o tempo o loco

In tepide faville il foco solva:

Perché tanto non ho de' venti aversi,

Ch'a' miei dolci desir contrasto fanno,

Timore, oimè, quant'io pavento ognora

Che 'l pensier vago, e la volubil mente

Quasi vento leggier si cangi e volga;

E temo ancor di non parerti tale

Che tu non deggia al periglioso varco

Per me tua vita offrire, e che non vinca

La cagione il periglio, e non ti paia

Molto minor de la fatica il frutto.

Spesso dubito ancor che non m'offenda

Ch'in troppo umil terren mi trovo nata,

E che tanto ti paia negletta e vile,

E sì minor del tuo lignaggio illustre,

Che d'un giovin d'Abido, e d'uno amante

Così gentile io sia stimata indegna:

Ma sopportar potrò tutt'altri oltraggi,

Fuor ch'altra donna il tuo venir mi toglia,

O che altro amor la nostra fiamma avanzi.

Giunga più tosto, oimè, mia vita al fine

Prima che dente rio, prima che 'l morso

Dell'empia gelosia mi roda il core:

Né scrivo ciò perché tu m'abbia ancora

Dato cagion di lamentarmi, o ch'io

Abbia veduto ai simulati affetti

Di futuro dolor presagio tristo,

Né perché alcun con sue parole m'aggia

Di geloso timor percosso il petto:

Ma ti ragiono a questa guisa, ahi lassa,

Però ch'ogni sospetto il cor mi preme.

E qual fu mai senza sospetto amore?

Chi mai senza timor per uom si strusse?

Ahimè! che troppo ai veri amanti nuoce

La lunga assenza degli oggetti amati,

E di freddo timor lor alme ingombra.

Felici quelle, aventurate loro,

Ch'hanno presente il desiato bene,

Né lontananza mai temer le face,

Né ver né falso mai sospetto preme

Lor alme liete; oh fortunata lei,

Che vedendosi ognor sua gioia inanzi

Del presente si gode, e meglio aspetta!

Ma io, misera me, che quasi ho sempre

Lunge da me quant'io gradisca in terra,

Non men del ver che simulato oltraggio

Mai sempre temo, e l'uno e l'altro verme

Sempre mi rode, e mi consuma il core.

Oh piaccia al ciel che di tardanza tale

Tuo genitor ne sia cagione, o questo

Che sì rabbioso spira averso vento,

Non altra donna che t'abbracci e stringa!

Che se ciò fusse, io mi morrei di doglia:

E gran peccato e grand'error commetti

Se morte brami a chi ti brama vita.

Ma tu non mi farai cotanto oltraggio,

E vanamente mi contristan queste

Gelose cure; e la tempesta e 'l vento

Sol è cagion che tu mi stia da lunge.

Misera me, con qual furor percuote

L'onda marina e tempestosa i lidi,

E qual vela del ciel l'aspetto lieto

Oscuro nembo: ahimè! che forse è giunta

Nefele al mar per lagrimar la figlia,

Che qui cadde e morio; od Ino ingiusta,

Ino d'Elle matrigna, infesta l'onda,

L'onda che serba ancor l'odiato nome

De l'odiata figliastra: e questo seno

Di mar fu sempre a le fanciulle averso,

Ch'ei sommerse Elle, e me crudele offende.

Ma tu sommo del mar pietoso dio,

Rimembrando talor l'ardenti fiamme

Che t'arser già sì fieramente il core,

Non dovevi impedir de l'onde il varco

Al dolce e caro mio Leandro amato

Col gran soffiar di Tramontana o d'Ostro:

Che se ben ti sovien, tu già sentisti

Il gran caldo d'amor, se già l'amore

Che t'arse il cor per la gentile e bella

Vaga Amimone e per la bella Tiro

Finto non fu, né simulato il foco

De la chiara Alcion, de l'alma figlia

D'Alemone e Ceine, e di Medusa,

Le cui chiome cangiò Minerva in serpi;

Né favolosa fu l'ardente fiamma

Che per la figlia del gran re di Troia

T'infiammò il petto, e non fu van l'ardore

Della vaga Celeno in cielo accolta,

E di mill'altre, i cui bei nomi ho letti,

E quanto crede alcun, tenesti in braccio.

A che dunque, o Nettunno, avendo esperto

Tante volte d'amor la forza e 'l foco,

Turbato in vista il bel sentier ne chiudi?

Mostrati altier là nel gran vaso immenso

Del superbo Oceano, ivi fa' prova

Del tuo valor, non in angusto rivo,

Che d'Asia solo i fortunati lidi,

E che d'Europa i bei confin diparte;

Et al gran dio del mar conviensi sempre

Mostrarsi altier nel travagliar per l'acque

Le gravi antenne, e le superbe navi,

Non con mostrare il fier sembiante e crudo

A giovane gentil, ch'ardendo brami

Ir di sua donna a le bramate arene,

E gir notando a la sua vita in seno:

Che questo onor non del gran dio de l'acque,

Ma di picciol ruscello è indegna palma.

Egli è di stirpe e di lignaggio illustre,

Ma la sua nobiltà non vien da quello

Da te sì fieramente odiato Ulisse.

Deh tranquillati omai, servane in vita

Leandro mio, e me sua donna seco,

Ché da l'onde medesme ancor mia vita,

Come del mio signor la vita pende.

Così meco talor piango e ragiono:

E mentre io mi lamento, il lume scoppia

(Perch'a sua luce in questa carta vergo),

E 'l vago sfavillar presagio lieto

Mi fa del tuo venire; e la mia vecchia

Versando il vin sopra il sacrato foco,

Noi sarem tre doman, mi dice, e beve.

Deh fa', dolce mio ben, varcando il mare,

O sempre entro al mio cor scolpito e fisso,

Che tu venga a star nosco: eh vienne, ingrato,

Vienne, crudele, a ritrovar tua donna.

Deh perché senza te giacer mi deggio

Sola nel mezzo a le neglette piume?

Chi ti fa paventar, chi ti ritiene?

Sia pur senza timor, che l'alma e bella

Madre d'Amor, che fuor dell'onde uscio,

Farà l'onde tranquille, e ti fia duce

A questa audace ed amorosa impresa.

Spesso desio mi vien d'entrar nell'acque,

E trapassare il periglioso stretto;

Ma questo mare a le fanciulle suole

Esser nimico, e più cortese ai maschi:

Perché qual fu cagion che quindi insieme

Friso passando, e la bellissima Elle,

Elle sola cadeo, Elle a quest'onde

Diede morendo il sempiterno nome?

Ma se tu temi, oimè, che al corpo afflitto

Manchi il valor nel ritornarse indietro,

Né possin sostener le braccia e i piedi

Del doppio nuoto il faticoso incarco,

Fermati in mezzo a l'acque: io nuda e presta

Verrò per l'onde ad incontrarti, e quivi

Standoci a galla, affettuosi baci

Ci darem lieti, e ciaschedun dapoi

Si tornerà tutto contento a riva.

Quest'è ben poca al desiderio ardente

Di bramoso amator contento e gioia,

Ma ben che poca fia, fia più che nulla.

Volesse il ciel che la vergogna omai,

Che ne costringe a ricoprir l'ardore,

Vinta cedesse a la gran fiamma, o questo

Soverchio amor che sì n'incende e strugge

Non temesse di quel ch'infamia apporti:

Ma la vergogna e l'amorosa fiamma

Mal son congiunte, e sta mia mente in dubbio

Qual più deggia seguir: l'una ne giova,

N'arreca l'altra, a chi la teme, onore.

Perché, lassa, non sei, Leandro amato,

Qual Pari in Grecia, o qual Giasone in Colco,

Ch'ambi le donne lor rubaro a' padri?

Né pria vide Giason l'altero Fasi,

Né pria dei Colchi a le bramate arene

Legò la bella e fortunata nave,

Che l'amata sua donna al padre tolse;

Né prima entrò ne l'onorato albergo

Del maggior greco il peregrin di Troia,

Che si fuggio con la bramata preda:

Ma tu forzato sei lasciar sovente

Colei che spesso ad abbracciar ritorni,

Colei che tanto adori; e quando il mare

È più turbato, ed agli armati legni

Mal sicuro a passare, allor convienti

Per goder il tuo ben varcarlo a noto.

Ma tu del mar dispregiatore altero,

Tu vincitor de' perigliosi flutti,

Deh fa' che tanto abbia Nettunno a vile,

Che dentro al tuo pensier ne temi ancora.

Le navi, oimè, che con tant'arte sono

Con pece entro e di for saldate e chiuse,

Sen van talor per la tempesta al fondo:

E tu pensi poter col nuoto solo

Varcar sicuro, e più che l'onde averse,

Più che le vele, e più che i remi duri

Possa il valor de l'affannate braccia?

I più franchi nocchier, Leandro amato,

Teman passar qualor turbato freme

Co' legni loro il periglioso stretto,

Lo stretto che tu vuoi passare a nuoto.

E qui soglion talor dal mar gittarsi

I rotti legni e gli affogati corpi

Ch'adra tempesta in mezzo al rio sommerse.

Misera me, che tal m'accende amore

Ch'io bramo già che quant'io parlo e scrivo

Non sia da te messo ad effetto, e quello

Ch'ho detto entro al tuo cor non aggia loco,

E ch'a me poco obediente amante

Faccia l'orecchie a' bei ricordi sorde,

Anzi ten venga, e le bagnate braccia

Stanche dal passeggiar mi getti al collo:

Ma quante volte poi mi volgo a l'onde,

E le veggio così crucciose e fiere,

Un gelato timor mi scuote il cuore;

Né men, lassa, il pensier m'ingombra e preme

La vision de la passata notte

(Ben ch'io devota ai tenebrosi Dii

Abbia già fatto i sacrifici oscuri),

Ove presso al mattin, quando era omai

Venuto men de la lucerna il lume

(Perché presso al mattino il ver si sogna)

E da le dita addormentate m'era

Caduto il fuso, ed appoggiato aveva

Vinta dal sonno omai le guance al letto,

Veder, dico, mi parve a l'onde in mezzo

(O misera et orribil visione!)

Vago delfin notar, cui poi ch'alquanto

L'ebbe per l'acqua a suo piacer rivolto

Empio Aquilone, in su l'arena al fine,

Miser, lo trasse, ove perdeo la vita.

Sia pur quanto si vuol fallace il sogno,

Ch'io ne pavento in me medesma e tremo;

Né ti fidar col giovenile ardire

Di commetter tua vita a l'onde infide,

Se non quando si stan tranquille e quete:

E quando a te sia la tua vita a vile,

Prendati almen de la mia vita cura,

Che senza te né la mia propria vita,

Né me stessa amerei; ma spero omai

Che 'l vento posi, e si quieti il mare,

E ti faccia al passar la via sicura.

Prendi il viaggio allor, allor con fretta

Le braccia e i piè per le ferm'onde muovi;

E poi che il mar tanta procella ingombra

Che mal sicuro è trapassarlo a nuoto,

Facciati intanto il desiar cocente

E 'l noioso aspettar men grave e forte

Questa, ch'io tanto invidio, amata carta.