Eruditissimi atque eloquentissimi viri Simonis de Saviotiis de Senis cantillena ...
Il tempo fugie et l'hore son sì brevi
Ch'io temo che 'l pensiero homai sia in vano,
Miser, quanto lontano
Sei stato dal pensier che tu solevi.
Che quando al mondo e dolci giorni havevi
Prendere il fior della novella etade,
Tu con toa vanitade
Te stesso hai facto della mente cieco.
Hora te ne piangi et io non men tieco,
Dicendo: homè! che cossì havessi facto,
Che presso a schacco matto
Te sei lassato gionger col dalfino.
Hai! quanto pocho fia longho il camino
Di quel ch'aneghetisce in fino a terça;
Né molto citra sterça
Distrier che non se tiene alli speroni.
O pugilier, or che fai? Tu te habandoni
Dove in fin mo' sei corso sença freno,
Che non volge baleno
Sì tosto come il capo te vacilla.
Questo è quel che te inghanna e che t'ancilla,
Gitandoti insignitie al tristo fuocho;
Tu te getti da puocho,
Pensa se gli altri t'han poi da nïente.
Questo è il stato a dio e a ogn'hom spiacente,
In un vil otio e biastemar fortuna
Cossì la falsa e bruna
Invidia iniqua biasma suo volere.
Alchuna volta dici che in potere
Non hai toa libertà, e incolpi i fati,
O tristi sciagurati!
Cossì andiam perdendo ogni altra spene.
Crede tu sença affanno haver mai bene?
Dico del temporal più de salute
Non se acquista virtute
Senza gran laborar d'animo, o d'opra.
Hor che bisogna homai che te discopra?
Ché cognoscendo il to passato obscuro
Non curi del futuro
Havendo mille exempli innanti a gli occhi.
Vanne pur via, e sequita gli sciocchi,
Ché stando male hor presso a gioveneçça,
Pensa nella vechieçça
Come starai ad simile ragione.
E perché gli è passata la stagione
Un pocho adolescente al comentiare
Vergognati imparare,
Et cossì fugi ciaschun virtuoso.
Ma poi fra' ciechi tu sei glorïoso,
E fra' 'l vulgo bestial, che non te intende,
Con cierte toe legiende
A te medesmo pari esser psalmista.
Dapoi che l'ignorantia toa è vista
Da gente che se intende e cognosuta,
Tu come cosa muta
Te aborri e fuggi il vulgho per vergogna.
Se tu pur parli e qual huom che agogna
Sença conclusione e con rubore
Tale allegha l'auctore
Che mai nol vide se non per udita,
Questa simplicitate hozi è che addita
che tale è reputato un Tulio, o Dante,
Che non sa se le piante
Se sien più della cima che da' piedi.
Alchuna volta il gran Vulgano vedi
Volger gli occhi e l'orecchie levate,
Come aprir di state
Da caldi stupefacti ad qualche greppi.
Se alchun se move, o che per caso treppi
Elgli è ripreso pur se nulla parla
Mentre che aringha e ciarla
Messer frate Barbulglia, che se imberta.
Cossì sta il vulgho con la bocha aperta,
Che par che gli escha pascerin di bocha,
Et poi l'un l'altro tocha
Spesso pian pian dicendo: o meravilglia!
Da poi che 'l frate s'enchina le cilglia,
Et ha finito il suo novo oratorio
Odi poi parlatorio
Strano dal vulgo, e varie novelle.
Tu odi ragionar de cielo e stelle,
De fati, de fortuna, e di gran mostro
Ad tal, che al pater nostro
Dirìa sanctificetur la bisoria.
Tu, frate Çuccha, in tanta vanagloria
Vivi per crescer de ti tal gente loda,
Hai fugi sì vil froda
Et l'acto con dishonore a l'acto misto.
Vergognati hormai, hor te vergogna, tristo,
Poiché cognossi il ben che hai perduto,
Et pilglia il vivo aiuto;
Ferma gl'homeri toi, fermate hormai,
Ben te ricorda de gli antichi assai,
Et de' moderni, che poi il megio tempo
Han facto in sì per tempo,
Che hanno agiuncto al fructo de scïentia.
Simon, se tu cognossi providentia.
Quanto ella sa, tu sequirai toa via;
Ché pocho te varrìa
Lei cognoscendo et tu non la seguissi.
Tu benidirai poi quanto ch'io dissi
Nel racordarti sue lucissime orme,
Ella non pigra, o dorme;
Ma sempre con amor te incita e svelglia.
Cossì te troverai fra toa famelglia
Pochi et solenni, et non fia gran brigha,
Ché ben che sia fatigha
Opra volontaria e con dillecto.
Ella t'acolglierà sì nel tuo pecto.
Che d'huom mortale serai facto eterno,
Et cum suo bon governo
Ragiungerai quel che già giunge al varcho.
Ma sapi pria se voi serar il carcho
Che pilgli il lustro e pretïoso spelglio,
Perhò che seria melglio
Non comenciar, che poi lor mal finire.
Hor sappi ben, se le vorai sequire,
Te convien septe cose principale,
Certo senza le quale
Pocho sarebbe a 'mbastir la toa ghonna.
Constantia te conviene haver per donna,
Humiltà, Castità e Abstinentia,
Subiecta è Ubidentia,
Solicitudo et amor d'esse cose.
Hor vanne, e studia d'opre virtuose,
Vedi philosophia col sacro alloro,
E non te curar d'oro
Ch'elgli è dalle septe alme dischacciato.
Ricordati di Fabritio e del buon Cato,
Paulo Celleste, il buon Lutio e 'l Petrarcha,
Che, se guardi loro archa,
Scritto non v'è thesor d'oro e d'argento.
Se cossì fai, tu viverai contento,
Viverai con ragione, honore e fama;
Ecchola che te chiama,
E dice: surge, alla vela, alla vela.
Su, su da l'otio homai non più cautela,
Eccho i benegni venti, e 'l mar tranquillo,
Vedi il fermo vexillo
Che te aparecchia, hor prendilo e cognosce.
Tu vedi il mondo pien di tante angoscie,
La cresciuta malitia, e il mal che surge;
Ciaschun se industria et urge
Inghannare e frodare il pocho segnio.
Vedi il mondo disposto hoggi in maligno,
Pien di sospecto e pien di vituperio;
Non se cura lo imperio
Cellestïal; ma fascen ghabbi e scherni.
Tu non t'acchorgi ben che non discerni
Hoggi l'ira de dio toccha il supplitio,
Elgli è pian pian lo initio,
Hoymè! il tardar farà pessimo fine.
Io non so remedio a tante ruine
Altro che darsi tutti ad vertù sola,
Io t'ho dicto che vola,
Et che te insegnarà la via decora.
Tu vedi il spirto nostro hor dentro, hor fora,
In un momento non sai del viaggio;
Hor fa che tu sia saggio
Con providentia al ben, che poi anchora,
Ché savio è quel che se provede a hora.