Esortazione del Bronzino pittore alle zanzare

By Agnolo Bronzino

Voi mi togliete, o zanzare, il cervello

e fate troppo, i' dico, a buona cera

con meco del compare e del fratello.

I' non son ito a lletto e non è sera

e voi mi state intorno già a ronzare;

e forse che voi siete una? Una schiera!

Oh, voi non mi lasciate riposare,

né dì, né notte e sarebbe pur bene

far che l'uom anche ci potesse stare.

Diciam ch'io v'ami e ch'io vi voglia bene;

e' sare' giusto che dal canto vostro

vo' facess'anche quel che s'appartiene

e non, come s'è dir quand'e' v'è mostro

il dito, tòr la mano, il dito e 'l braccio,

come certi ignoranti al tempo nostro.

Voi doverresti darvi manco impaccio

di me talvolta; e quand'io ho con mano

fatto sei cenni, intender ch'io vi caccio.

Vo' volete ch'i' creda che per sano

tenermi mi tegnate sempre desto

e questa ragia noi la conosciamo;

s'i' ho a star sempre inpelagato in questo

fastidio e darmi schiaffi e contar ore,

noi saren poco amici, io ve 'l protesto,

e s'io v'ho fatto co' miei versi onore,

che ciò non dico per rinproverallo,

perch'io l'ho fatto di fede e di quore,

non è che molti non dican che fallo

feci a lodarvi e ch'a porvi sì in cima

fu come metter l'asino a cavallo.

Io gl'ho lasciati cicalar, né stima

non ho mai fatto delle lor parole,

come colui che non corro alla prima.

Voi sapete che grande strida suole

metter, si dice, chi sente gran doglia

e va la lingua dov'il dente duole.

Vo' dir ch'io mi vi scuso e se di voglia

mi fate rimutar, saprò far tanto

che voi non aret'uom che ben vi voglia.

Mettiàno un tratto le baie da canto

e fate conto ch'i' ci sie ancor io;

non vogliate ficcarmi là in un canto.

Vo' non aresti a far col fatto mio

tanto a fidanza e cavarmi fil filo

il sangue e poi cantando irvi con Dio.

Se voi credessi farmi stare a filo

con dir: “Costui non ci farebbe male”,

i' ve lo dico, “e' si romperà il filo”.

Ohimé, che le mosche hanno pur l'ale,

sanno cantare e hanno l'unghia e 'l morso;

chiuditi al buio, elle non fanno male.

Diret'or che, per collera trascorso

i' sia troppo in parole, e non bisogna

toccar, come si dice, il naso all'orso.

Aver sempre mai 'ntorno una zampogna

di questa sorte e poi le mani e 'l viso

sì mal governo, è pure una vergogna;

e tutto sanguinoso e tutto intriso

il ceffo e tutto punto e 'nbollicato

da far venire a nnoia a sé Narciso.

E se tu non ti sei così lavato

il viso la mattina ogn'uom ti dica:

“Tu sei sì intriso; dove se' tu stato?”

Colui è forza che vi maladica,

che si ritrova, in causa e cagione

vostra, tutta la gente innimica.

Certo, che, da un canto, passione

n'ho per ben vostro e me n'adirerei;

se non ch'io veggo ch'egl'hanno ragione.

Diavolo, un tratto più di cinquanzei

annoverai punture in su la testa

d'una donna, ch'appena il crederrei,

senza il mento e le gote e quel che resta

del viso, come dire il naso e gl'occhi,

che vi pareva stato la tempesta.

Bisognerebbe che gl'uomini sciocchi

fussin affatto, anzi peggio che morti,

a non si risentir se tu gli tocchi.

Or, insomma, egl'è forza ch'io v'esorti

a mutar vita, perché questi vostri

avversari non hanno tutti e' torti.

Non v'impacciate tanto in questi nostri

fatti e lasciate posar chi è stracco,

ben ché sia ignudo e ogni cosa mostri.

E non vogliate satollarvi a macco

di questa nostra benedetta carne

e tener l'uom sì debole e vigliacco.

E quando voi venite a visitarne

un po' la sera e che voi siate state

vedute o intese, doverreste andarne,

non voler dì e notte e verno e state

mangiarci l'ossa e stare a nostre spese

e venir sempre senz'esser chiamate.

Voi sapete ch'io fei ch'ogn'uomo intese

le virtù vostre e di quel ch'io potetti

adoperar per voi, vi fui cortese.

Or non so più quel che per voi s'aspetti

e che voi non andate a buon viaggio,

dove sia chi di voi più si diletti.

Quaggiù voi non arete altro vantaggio.

i' ve lo dico perch'a' Fiorentini

sazion le cose com'e' l'hanno assaggio.

Di grazia, uscite un tratto de' confini

qui di Firenze; fate un po' a mio modo,

ma non tornate com'i farfallini.

Vo' dir che voi mostriate avere il modo

a viver fuor di casa e senza questi

che non lo posson creder a gnun modo.

Poi chi non vuol destarsi, non si desti,

e chi vuol delle trombe, se ne faccia,

e chi è pigro, infingardo si resti.

Tempo verrà, non vo' che e' vi dispiaccia,

che se voi state fuor vent'anni o trenta,

tal vorrebbe sentirvi ch'or vi caccia.

Andate, fate un tratto ch'io ne senta

novelle e senza dir nulla a persona,

ch'a star di fuora un altro si diventa.

Voi vi potresti abbattere a sì buona

stanza, che questa vi verrebbe a noia,

massime il verno, ch'il freddo ci suona.

Ma sopr'a tutto sie 'nnanzi ch'i' muoia

e 'n questo mezzo abbiate per ricordo

di non mi stare intorno a dar la soia.

E non m'abbiate tanto per balordo,

ch'i' dorma troppo o ch'io non mi ricuopra,

quand'e' bisogna, o ch'io sia monco o sordo;

o che per istar sano i' abbia d'opra

vostra più di bisogno; e' non accade

che voi ci stiate punto a pensar sopra.

Deh, se mai la pigliai con lance e spade

per voi o vi difesi o vi lodai,

non vi curate di queste contrade,

ch'io veggo che voi siete state assai

in queste parti e non ci avete molti

amici e ce n'areste men che mai;

o ch'e' venga da voi, perché 'n su volti

date lor sempre e senza alcun rispetto

gli malmenate, come vili e stolti,

o dar lor, che on voglion ch'e' sia detto

lor bene, o fatto, se non a lor posta;

basta che voi ci state a lor dispetto.

Ho sempre udito dir “principiis osta”

e però prima ch'a peggio si venga

e s'adopri lucerna o mano o rosta,

ma ch'a buon'otta la lite si spenga,

non v'impacciate con questi cervelli

se non col “Die v'aiuti e ben ne venga”.

Ben son nel mondo degl'altri Orbatelli,

de' pozzi, delle fogne e degl'acquai,

come son qui in Fiorenza e de' più belli.

Onde, come poch'è vi consigliai,

or vi consiglio che voi facciat'alto,

andando via senza voltarvi mai.

E v'avvertisco di non darmi assalto,

mentre che voi ci state, in modo alcuno,

ch'i' tengo contr'a voi la mano in alto,

e verrammivi dato e se nessuno

mi tien leggier, metterò innanzi Dante,

che si fe' chiaro ed era prima bruno.

E non è il primo che fedele amante

è stato un tempo a qualche donna ingrata,

che l'ha sempre trattato da furfante

e quanto più l'ha difesa e piaggiata,

spesovi il sangue ed andatole a versi,

tanto più gl'è perversa e ostinata,

se dopo un tempo e pregarla e dolersi,

volta mantello e s'egl'è tanto pieno,

ch'e' convien ch'e' trabocchi e ch'e' si versi;

così potre' far'io, pur noi vedreno

se voi terrete conto d'altri e poi,

secondo il vento e noi navichereno

e non volendo lasciare star noi,

anch'io sarò forzato a rovesciarmi

e lasceronne il bel pensiero a voi.

E se di nuovo verranno a pregarmi

e senza ch'e' mi preghin, gl'avversari

vostri, che soglion tanto infracidarmi,

vi scriverrò d'invettive gl'armari,

non ch'i libri e quaderni, e 'nparerete

a farvi beffe degl'amici cari.

Ma s'a mio modo, o zanzare, farete,

— che vi consiglio per ben vostro — adesso,

che non trae vento, altrove ve n'andrete.

I' so ch'il tempo convien che sia presso,

ch'e' s'ha a 'nbarcar soldati per la volta

del Regno e non avvien tal sorte spesso.

Ragunatevi a schiera larga e folta

e portate l'infermi e l'uova e 'l seme,

bambine e vecchie, e non date mai volta

e compartite per ogni trireme

vostre falangi e legioni, ch'in barca

de' vostri scherzi non si cura o teme.

Quivi, secondo ch'e' s'afferra o varca,

potrete andare scegliendo in que' piani

mille buon luoghi e farvene monarca.

Ma ancor vorrei ch'in luoghi più lontani

andaste e, volend'ire al nuovo mondo,

v'aiuterei co' piedi e con le mani.

Quivi cred'io ch'e' vi parre' giocondo

tanto lo star, che voi non tornereste

più in queste parti per cosa del mondo

Ma per or fate che da voi non reste

d'andar dov'io v'ho detto, ch'e' potrebbe

esser ch'un'altra volta non potreste,

se non con più disagio, e non vorrebbe,

secondo me, passar domani o oggi,

ché forse il tempo poi si guasterebbe.

Voi avete, a voler fuggire i poggi,

andar sempre lung'Arno in sino a Pisa,

dov'uno amico mio, vo' che v'alloggi.

Poi la mattina pigliare a ricisa

e da San Piero in Grado ire a Livorno,

dove la terra dal mare è divisa,

e girando a man manca, andare attorno,

secondo che vi guida la marina,

ch'arete buon viaggio notte e giorno;

né fia la terza o la quarta mattina,

che troverrete i legni che diciàno

— ch'errar non può chi lungo 'l mare cammina —.

E potrebb'esser ch'un certo Ottaviano

da Forlì trovarreste per la via,

ch'è buon compagno e ve 'l raccomandiàno.

Vuol ire all'Elba e seco in compagnia

potete fare a fidanza e per cento

starli addosso a vicenda tutta via,

perché già disse, se ben mi rammento,

“Né zanzare, né altra simil cosa

non mi dà noia, quand'io m'addormento”.

Trovate le galee, porrete in posa

l'animo vostro e farete in buon punto

questa partita sì chiara e famosa.

Io non son per contarvi i luoghi appunto

dove voi vi potrete insignorire,

ch'i' vo' lasciarne a voi pigliar l'assunto.

La Puglia e la Calavria udito ho dire

che son paesi da farvi la pancia

cavar di grinze e quivi si vuol ire.

Quivi potrete a correr qualche lancia,

inparar ch'e' v'è certi zanzaroni,

che passon gli stival, come per ciancia.

Non temete per questo, ch'e' son buoni

compagni e basta a non s'adirar seco,

ch'a ppetto a lor voi parreste moscioni.

E volend'ir poi nel paese greco,

sempre vi fien de' legni che l'aranno

di grazia, ma volendovi con meco

consigliar, non v'andrete, perch'egl'hanno

di pazzi freddi cotesti paesi

e potrestivi tòr forse il malanno.

Son più grassi e più dolci, e più cortesi

vi sono i tempi in Sicilia l'un sette

e meno i vostri par vi sono offesi.

Poi quand'e' vi paia esser troppo strette,

come parve agli Sciti, Affrica è vostra.

Andate là, che siate benedette!

Che terra è quella? Quivi raro giostra

greco o rovaio ed evvi d'un colore

la carne, che puntura mai non mostra;

non tengan conto d'un po' di dolore

e non la guardon così nel sottile

quegl'Affrican, perch'egl'hanno altro quore.

Quaggiù sì cacherosa e sì sottile

abbiam la pelle e sì vezzoso il tatto,

ch'ogni festuca ci pare uno stile.

Però bisogna che voi diate un tratto

luogo a' lor vezzi e che nella buon ora

sgomberiate per sempre affatto affatto.

E non iscade che così ogn'ora

v'affatichiate a mandarci novelle

di voi e così noi faremo ancora,

ch'io v'ho per ingegnose e caso che 'lle

persone la piglin di voi conforto,

sarete sempre le buone e le belle

e noi libero aren la casa e l'orto.