Europa
In quella parte apunto
del'anno giovinetto,
che 'l sol con dolce e temperato raggio
scioglie in liquida fuga ai pigri fiumi
dai ceppi di cristallo il piè d'argento;
e l'aure tepidette
genitrici di fiori,
gravide di virtù maschia e feconda,
figliando van de' coloriti parti
gli odorati concetti;
la pittrice del mondo,
dico l'alma Natura,
miniando le piagge
di verde e perso, e di vermiglio e rancio,
parea ritrar volesse
ne' fior le stelle, e ne la terra il cielo;
e dela gran maestra
i pennelli e i colori
eran aure e rugiade, erbette e fiori.
Quando al fresco discesa
del bel mattin su la sidonia riva
con le compagne sue, secondo l'uso,
del gran re de' Fenici era la figlia.
Qui lungo i salsi flutti,
quasi di turco drappo aureo lavoro,
o serica testura
d'etiopica tela,
era trapunto in mille guise un prato.
E qui peròche insieme
l'allettavano aprova
l'odor de' fiori e 'l mormorio del'acque,
con la schiera seguace il piè ritenne.
Avea ciascuna in man di vario intaglio
da ricettare i fior vago canestro,
ma la vergine altera
era scelta a portar càlato d'oro,
del gran fabro di Lenno alta fatica.
Spaziando sen giva
per la stagion fiorita
la bella giovinetta,
desiosa d'ordire
ghirlande e serti ale dorate chiome;
e con la man di latte
scegliendo ad uno ad uno
fra le tenere gemme i più bei fregi,
se ne colmava il grembo, e 'l grembo colmo
tutto votava poi ne l'aureo vaso.
Sotto il bel piè ridea
tutto il popol de' fiori,
e sì come a lor Dea, chini e devoti,
movendo tra se stessi
ambiziose gare,
quasi d'arabi incensi
le fean de' propri odor votive offerte.
L'immortale amaranto,
vago d'esser reciso
dala nova d'Amor Parca innocente,
parea da man sì bella amar la morte.
Il pieghevole acanto
al'edra et ala vite
invidiò le braccia,
per far tenacemente
a cotanta beltà dolce catena.
La gentil mammoletta,
dal caro peso oppressa
di quelle vaghe piante,
d'amoroso pallor tinta la guancia,
tramortì di dolcezza in braccio al'erba.
Clizia d'Apollo amante,
per meglio vagheggiar dele due luci
il gemino levante,
levossi alta in su 'l gambo, e fu veduta
in un con le viole
a lei girarsi, e ribellarsi al Sole.
L'innamorato giglio,
iride dela terra,
umidetto di brine,
al lampo de' begli occhi
più pomposo divenne; accrebbe in vista
del bianco seno e de' cerulei lumi
il candido il candore,
il cilestro il colore.
Il lieto fiordaliso
languì d'amor soavemente anch'egli,
sospirò lagrimoso,
lagrimò sospiroso, e fur rugiade
le lagrimette, i sospiretti odori.
Il leggiadro narciso,
sazio omai di specchiarsi
nel fonte lusinghiero,
si fea specchio il bel volto, et invaghito
di sì rara beltà, col proprio essempio
le 'nsegnava a fuggir l'acque omicide.
Il vago e biondo croco
mandando fuor dele purpuree labra
odoriferi accenti,
con tre lingue di foco
supplice la pregava
per grazia a corlo et a raccorlo in seno.
Il canuto ligustro,
che qual minuta stella
imbiancando del'orto il verde tetto,
emulo del celeste,
segnava in esso un bel sentier di latte,
fatto stella cadente,
precipitò dal suo fiorito cielo,
e di candidi fiocchi
tempestò lievemente il prato erboso.
Il giacinto vezzoso,
libro dela Natura,
ne' fogli dele foglie
già cancellata degli antichi lai
la pietosa scrittura,
tutto per man d'Amore
lineato a caratteri di sangue,
espresse queste note in un sorriso,
– Io cedo al tuo bel viso –.
Il papavero molle
alzò dal grave oblio,
colmo di meraviglia,
la sua vermiglia e sonnacchiosa testa,
e 'n piè risorto ad emular le rose
di fina grana imporporò le gote;
ma poi vinto e negletto
per gran doglia ricadde, e doppiamente
arrossì di vergogna, arse di scorno.
Alcun non fu di quella
adulatrice e lascivetta schiera
che per esser da lei mirato e colto
non le fesse di sé cortese invito.
Ma la real fanciulla
sdegna i plausi vulgari
dela plebe odorata, e corre solo
dove festeggia e ride
folgorando tra l'erba
l'occhio di Primavera,
la porpora de' prati,
la fenice de' fiori, ove la rosa,
bella figlia d'aprile,
sì come a lei sembiante
verginella e reina,
dentro la reggia del'ombrosa siepe,
su lo spinoso trono
del verde cespo assisa,
de' fior lo scettro in maestà sostiene,
e corteggiata intorno
da lasciva famiglia
di Zefiri ministri,
porta d'or la corona e d'ostro il manto.
Mentr'ella in cotal guisa
d'ogni ricchezza lor spogliava i campi,
e del'accolte spoglie
facea lavacro poi l'onda vicina,
videla Amor, Amor de' sommi Dei
unico domator, videla sciolta
da' suoi lacci tenaci ir per la piaggia,
fastosetta e superba, e tosto a Giove,
al gran Giove additolla. Apena in lei
il Monarca del ciel volge lo sguardo
che di tanta bellezza acceso et ebro
fra sé rivolge come
la semplicetta inganni, e come insieme
ala gelosa sua l'inganno celi.
Al'astuto Cillenio impon che cacci
dala montagna al lido
gli armenti circostanti,
indi subitamente
l'alta divinitate in tauro asconde.
Tauro non già vilmente in mandra nato,
nato al'aratro o al carro,
ma di fattezze nobili e d'aspetto
superbo, e non feroce.
Biondo è il color del manto,
ma fosca è l'ampia fronte,
il cui fosco però rischiara e fregia
argentata cometa.
Oscuro ha l'occhio e 'l ciglio,
ma lieto in vista e baldanzoso il guardo.
Magro il piè, breve l'unghia,
ma largo il fianco, e spazioso il collo.
Nere sì, ma lucenti,
qual di Cintia non piena
soglion le corna apunto,
due ossa eguali et egualmente aguzze
fan curve in picciol arco
onorato diadema al nobil capo.
Dal mento in giù gli scende
infino a mezza gamba la giogaia,
la cui tremula pelle
il ginocchio in andando offende e sferza.
Che non puoi? che non fai
sagittario fanciullo? ecco quel grande,
che regnò tra le stelle, erra tra' buoi.
La man, che dianzi il folgore sostenne,
stampa or l'orme ferine; e quella testa,
ch'ebbe in ciel la corona, or tien le corna.
Viensene al pasco a passo tardo e lento,
fatto giovenco Giove,
né porta ale donzelle
col suo venir spavento, anzi spirando
da' celesti suoi fiati aura divina,
degl'intrecciati fiori
l'odor vince e confonde. A' piè d'Europa
piega l'alta cervice, il tergo abbassa,
e par che quasi, de' begli occhi fatto
idolatra, l'adori.
Dale lusinghe insidiose intanto
la Vergine delusa
con gran festa l'accoglie; il collo e 'l dorso,
soave al maneggiar, tocca scherzando,
gli orna di fior le tempie,
gli fa vezzi ale nari,
liscia la fronte e con sottil zendado
dala bocca talor terge la spuma,
talora il bacia; e quegli
le si corca appo il lembo,
con la vista le ride,
con la coda l'applaude e sparge intorno
muggiti soavissimi e canori;
e più gradisce et ama
dala semplice man gli offerti fiori
che de' suoi tanti altari
le vittime e gli odori.
Ond'ella intenta al fanciullesco gioco
parla al'amiche ninfe: – O voi, s'avete,
fide e care compagne,
di meco qui pargoleggiar vaghezza,
venite, ove n'alletta
questo gentil meraviglioso mostro,
questo torel cortese,
in cui vive (cred'io)
amoroso intelletto,
et a cui del'umano,
(tranne sol la favella) altro non manca.
Vedete che bel seggio
mansueto n'appresta. Omai qui tutte
(ché tutte n'accorrà su l'ampie terga)
cavalchiam per diletto –.
Così dice ridendo, e mentre l'altre
indugiano a ciò far, sovra gli salta.
Gli omeri allor le porge
lo Dio sagace et al'amata soma
oh come volentier sotto si stende.
Sorge in piè poich'è carco, e passo passo
verso il mar si ritragge, indi a gran corso
sollecitato e spinto
dagli amorosi stimuli pungenti,
quasi rapido pesce alfin guizzando,
entra ne l'acque, e l'acque
non estinser però quelle cocenti,
ond'acceso avea 'l cor, fiamme amorose.
E come potean mai le fiamme tue
estinguersi in quell'acque,
dale cui bianche spume
nacque colei, da cui nascesti, Amore?
Sbigottita, tremante e già pentita
d'aver sestessa al mentitor creduta,
di quel celeste adultero fugace
la giovane gentile il tergo preme.
Con la sinistra mano al corno attiensi,
l'altra stende ala groppa e talor anco
dela lubrica gonna alza e raccorcia
oltre il dever la rugiadosa falda.
Talor per non cader, per non bagnarsi,
l'ignude piante in sé ristretta accoglie;
quindi rivolta al'arenosa sponda
chiama la madre ad alta voce indarno,
e chiede indarno ale compagne aita.
Sovra l'orlo del mar l'afflitte ancelle
pallide in volto e lagrimose in atto
ver l'ignoto amator, quasi bramando
per a volo seguirla, i vanni e l'ali,
stendon la man da lunge e volgon gli occhi,
e con querule strida e meste note
risonar fan l'arena, Europa Europa.
Iva la bella Europa,
sparsa le bionde trecce, il mar solcando.
Del'animata nave
era Amor il nocchiero,
et ella stessa e passaggiera e merce.
Erano remi le taurine braccia,
era timone il corno, e vela il velo,
che 'ngravidato e gonfio
di placid'aura e di secondo vento,
la portava veloce.
Sciolsesi in questa il vago lembo, ond'ella
sovra i cerulei campi
fuor del discinto sen pioggia di rose
seminava per tutto, e fatta quasi
primavera del mare,
riccamava di fior l'umido letto;
e quel sol di beltà su 'l tauro assiso
era apunto qual suole
apparire a' mortali in Tauro il sole.
Scherzavano dintorno
al'imagine bella,
cui facea specchio il mar tranquillo, accesi
di novo e dolce foco
anco i gelidi pesci;
et al chiaro balen, che feria l'onde,
correan bramosi e vaghi
d'imprigionarsi entro l'aurate fila
dela rete del crin lucido e crespo.
Amor con l'ali tese,
precursor del viaggio,
come destrier per fren traea ridendo
d'una dele sue corde il toro avinto,
e talor per ischerno
quasi con verga pastoral, con l'arco
oltre ratto il cacciava.
Mirò Nereo da lunge
fatta del gran tonante
una fanciulla auriga,
et additolla ale marine Dee.
Le Nereidi ballando
sovra i curvi delfini,
con versi fescenini
que' novelli imenei cantar s'udiro.
Udì Triton del trasformato amante
i bugiardi muggiti, e rimugghiando
dai cavi antri profondi, gli rispose
con la conca ritorta
il gran Nettuno istesso
spianando il varco al predator felice,
sorse da 'l cupo gorgo
col tridente a bandir venti e tempeste.
A sì novo spettacolo e sì strano
gli occhi girò meravigliando a caso
greco nocchier, che 'n cavo pin fendea
dela vasta Anfitrite il molle seno,
ond'arrestato al picciol legno il volo,
in questi accenti il suo stupor diffuse:
– Occhi miei, che vedete?
Fia sogno, o ver? qual disusato è questo
navigio aulterino?
Chi vide mai? dove s'intese, o quando,
che nuotator cornuto
golfo ondoso varcasse? e come trita
con piè securo i calli
del'indomito mar, selvaggio bue?
Con qual vomere, o rastro
ara i liquidi solchi animal rozo,
avvezzo a coltivar rustiche glebe?
Errasti audace toro,
toro inesperto e mal'accorto, errasti.
Non fu da Giove fatta
navigabil la terra,
né 'l mar segnò giamai tratto di rota.
Non van per l'erbe i pesci,
né van per l'onde i tori.
Non è Glauco bifolco,
non è Nereo arator. Proteo è pastore,
ma di spumosi e non lanosi armenti.
Il lor pascolo è il musco;
né v'ha montagna, o selva,
dove avaro cultor semini e pianti
per speme di raccor frutto dal flutto.
Frutto del mare è l'alga, e seme è l'onda,
e queste immense e mobili campagne
non villan, ma nocchiero
col legno sega, e non col ferro rompe.
Ma come avien che tu sostenga e porti
vergine peregrina,
leggiadro peso ala robusta schiena?
Hanno anco i tori innamorati appreso
a rapir le donzelle?
O pure il Re del'acque
presa forma di fiume
(che tal rassembri ala cornuta fronte)
furtivamente adduce
al'algosa magion sì dolce preda?
È forse Galatea, Doride, o Teti,
ch'alcun mostro del mar doma et affrena?
È forse Citerea, che (come suole)
su 'l dorso di Triton siede e cavalca?
Forse Cintia disciolto
dal freddo carro suo l'un de' giovenchi,
non contenta del cielo
va trattando del mar l'umide vie?
O pur Cerere bella,
dele spiche inventrice,
nel ceruleo elemento a provar viene
il bidente e la marra? Or s'egli è vero,
tu Nettuno, che fai, che con la nave
terrestre agricoltor, non passi in terra?
Così seco parlava
stupido in vista il navigante argivo.
Ma tutto intanto al caro furto inteso,
lieto del bell'acquisto,
l'ingordo involator poco l'ascolta,
e per l'alto ne porta il suo tesoro.
Già di sotto e di sovra,
sol cielo e mare intorniava in tutto
la bella donna, et ella
quando non vide alfin che stelle et onde,
lacerandosi il crin, battendo il seno,
in queste voci flebili e pietose
doleasi amaramente:
– Dove, dove mi porti
troppo ahi pur troppo ardito
e temerario tauro?
Chi se' tu, nel cui petto
tanta regna baldanza,
che senza temer punto
l'altissima del'acque
profondità vorace,
varchi con piede asciutto
pelago periglioso,
che formidabil fora
a ben spalmata nave?
Lassa, che fai? che speri?
Chi fia per questi campi
la tua guida, il maestro?
Oimè, qual erba, o cibo
troverai, che ti pasca?
E come e donde avrai
onda dolce da bere?
Certo (quant'io mi creda)
certo alcun dio tu sei,
che la divina forma
di roza spoglia ammanti,
peròch'ala sembianza,
et agli atti et al'opre
non rassembri terreno.
Ma s'è ver che sii tale,
perché cose fai meco
di deitate indegne?
Oh padre, oh patria a dio,
scherzi miei vani e folli,
dove per voi son giunta!
Vegghio (è pur vero) e piango,
o pur è sogno, et ombra?
Misera, che non senza
destin rigido e forte,
questi molli sentieri
il ciel crudo e nemico
valicar mi consente.
Pavento e m'indovino
non so che d'infelice,
perduti ho i fior già colti,
et or di perder temo
quel fior, che più s'apprezza.
Dunque, al'unica erede
di Fenicia e di Tiro
o fia sepolcro il mare,
o fia marito un toro?
Oh quanto, oh quanto meglio
torrei d'errar ignuda
tra le leonze irate,
e dele membra mie
pascer l'ingorde tigri,
che di Pasife infame
rinovando in me stessa
l'essempio immondo e sozzo,
dele profane voglie
d'un vilissimo bruto
esser fatta rapina.
Sommo Signore e padre
del procelloso mondo,
vaghe ninfe del'acque,
squamosi umidi numi,
voi Dei, voi tutte Dee,
deh pregate, vi prego,
questo stranio animale
(se pur i crudi tori
odono i preghi altrui)
che perdonando omai
ala tenera etate,
di ricondur gli piaccia
ale paterne case
la vergine innocente.
Muti pesci, acque sorde,
lidi sonori e scogli,
antri solinghi e rupi,
del mio dubbioso stato
pietà vi prenda; e voi,
aure amiche e cortesi,
ala mia cara antica
genitrice portate
queste lacere chiome
e questi ultimi miei
angosciosi sospiri.
Poi con roco sussurro
ditele mormorando:
"La tua diletta Europa
in balia d'un rapace
tauro crudele, e suo
forse futuro sposo,
lunge dal patrio porto
vassene tragittata
in peregrina arena".
E tu Borea gentile,
se 'n te viva si serba
del'amata e rapita
attica Ninfa bella
la memoria soave,
levami su le penne,
e rendi il caro pegno
ala patria, ai parenti.
Ah taci, stolta, ah taci,
sostien la voce incauta!
ah vuoi tu forse ancora
dopo 'l tauro feroce
provar d'Amor acceso
l'infuriato vento?
Ma tu, Giove, che miri
dal sommo dele stelle
il miserabil caso,
ché non porgi soccorso
al mio grave periglio?
Questi et altri lamenti
gittava invan l'addolorata; et era
presente al tutto Amor, che i dolci pianti
sorridente asciugava. Allor, baciando,
lusingando, e leccando
con la lingua il bel piè candido e scalzo,
con umane parole
le rispose il suo Vago: – Indarno temi
verginella malsaggia,
per mia cagione, precipizio, o danno.
Frena, frena i singulti
pon giù lo sdegno e 'l duolo,
tranquilla il core e rasserena il ciglio,
impara a sostener tanta fortuna.
Quel che premi è il gran Giove, e tu nol pensi.
Quel Giove, che dal cielo
chiami in aita, è teco.
Sotto questa mentita e falsa imago
Giove son io, che posso
apparir ciò che voglio.
La bellissima Creta,
mia famosa nutrice,
di ben cento città ricca e possente,
pronuba degna a sì bramate nozze,
vo che 'n braccio t'accolga; ivi sarai
di celeste marito
fortunata consorte e del tuo seme
serie verrà di generosi figli,
che di tutta la terra avran l'impero –.
Così dicendo, a Creta alfin pervenne,
dove deposto il desiato incarco,
prese altra forma e del bel fianco intatto
la zona virginal disciolse e scinse.
L'Ore il letto apprestaro, e quivi il frutto
colse d'amor. Poi per memoria eterna
Europa dal suo nome appellar volse
la più bella del mondo e nobil parte.
Il tauro allor, che fu ministro e mezo
de' divini diletti, in ciel traslato,
quivi da indi in poi cinto di stelle
verso Orione il destro piè distende,
con l'altro curvo il novo Maggio attende.