EUROPA
Già Venere ad Europa, della notte
Nella terza vigilia, allor che omai
Era presso il mattino, un dolce sogno
Mandò, quando il sopor sulle palpebre
Più soave del mel siede, e le membra
Lieve rilassa, ritenendo intanto
In molle laccio avviluppati i lumi:
Quando lo stuol dei veri sogni intorno
Ai tetti errando va. Nelle sue stanze
Vergine ancor dormia la bella Europa.
Di Fenice la figlia. In sogno vide
Per sè far lite due regioni opposte.
Ambe di donne avean l'aspetto, e l'una
D'Asia parea, l'altra straniera: or quella
Alto sclamar s'udiva, e la fanciulla
Chieder con forti grida, e dir che madre
L'era e nutrice: l'altra colle braccia
Europa a sè traea robustamente,
E gridava già scritto esser nei fati
che la donzella a lei l'Egioco Giove
Recasse in don. Nè resisteva Europa,
Ma palpitante il cor batteale in seno.
A un punto si destò, balzò dal letto,
Che visto aver credeva, e non sognato.
Sedeva taciturna, e benchè desta
Ambe le donne ancor negli occhi avea.
Alfin, poi che si scosse, e qual dei Numi,
Disse, mi spedì mai questi fantasmi?
Quai sogni mi turbar, mentre tranquilla
Sul mio letto dormia sì dolcemente
Nelle mie quiete stanze? E quella donna
Che straniera parea, che rimirommi
Come sua figlia, e con sì dolce volto
M'accolse, m'abbracciò, seco mi trasse,
Oh quanto ancor mi piace! e chi fia mai?
Deh fate, o Numi, voi, che questo sogno
Per me si volga in ben. Così diss'ella.
Quindi rizzossi, e corse tosto in traccia
Delle compagne sue, dolci compagne,
Tutte d'età, di nobiltà, di voglie
A lei conformi. Ella solea con queste
Tutto il dì sollazzarsi, e allor che al ballo
Si disponeva, e quando sulle rive
S'abbellia dell'Anauro, e quando al prato
China cogliea tra l'erbe i bianchi gigli.
Presto incontrolle, esse veniano, e in mano
Recavan tutte un cestellin da fiori.
Andaro ai prati, presso cui dal lido
Azzurra si stendea l'ampia marina:
Quivi solean raccorsi , e quivi insieme
Godean concordi e delle fresche rose,
E del fiottar monotono dell'onda.
Seco recava Europa un cestin d'oro,
Bellissimo a vedersi e di Vulcano
Opra stupenda. Questi a Libia, allora
Che al talamo recossi di Nettuno,
Lo scotitor della terrestre mole,
In dono il diede, e Libia alla sua nuora.
Alla bella il donò Telefaessa:
Questa ad Europa, alla sua vergin figlia
Fatto quindi ne avea nobil presente.
Con arte industre in quello erano espresse
Mille cose vaghissime e lucenti.
Effigiata in or vi si vedeva
Io sventurata, d'Inaco la figlia,
Che priva ancor del femminil sembiante,
E giovenca all'aspetto, il salso mare,
Co' piè scorreva, di chi nuota in guisa.
Di ceruleo color v'erano i flutti,
E v'eran due, che da un ciglion del lido
Stavano insieme il mar mirando, e quella
Che il mar guadava candida giovenca.
Giove in atto pietoso eravi sculto,
Che mollemente colla man divina
Ad Io palpava il dorso, e di vitella
Dalle leggiadre corna, alfine in riva
Poi ch'era giunta al Nil di sette bocche,
La ritornava in donna, e le rendeva
Così le antiche sospirate forme.
L'acqua del Nilo espressa era in argento,
In bronzo la giovenca, e Giove in oro.
Del panierino sotto agli orli intorno
Scolpito era Mercurio, e presso lui
Argo giacea disteso, Argo vegghiante,
E d'occhi adorno cui mai chiuse il sonno.
Dal suo purpureo sangue augel nascea,
Pel color vario de' suoi vanni altero,
Che come al mare in sen rapida nave,
Superbamente dispiegando l'ali,
Al cestellino d'or gli orli copria.
Tal d'Europa leggiadra era il paniere.
Poichè scese lo stuolo ai prati ameni,
Erravan le donzelle, qual d'un fiore,
Qual fea d'un altro il suo sollazzo: e queste
Il narcisso cogliean che grato olezza,
Quelle il giacinto, altre serpillo, ed altre
Mietean viole pallide. Frattanto
In copia sparse di que' prati alunni
Di primavera, spicciolate foglie
Cadean sul verde suol. Givano alcune
Del croco in traccia, e ne cogliean la chioma.
Ma in mezzo a tutte, come tra le Grazie
La Dea cui l'onde partorir del mare,
Splendea regina Europa, e delle rose
Tra le fronde sceglieva il fior vermiglio.
Breve diletto! omai non più dai fiori
Trarrà piacer, nè la verginea fascia
Intatta serberà. Giove la vide,
E ne fu tocco, e si diè vinto al dardo
De la Ciprigna Dea che sola puote
Domar lo stesso onnipotente Giove.
La vide, e per fuggir l'ire moleste
Della gelosa Giuno, e l'inesperta
Verginella ingannar, celossi il nume
Sotto mentite spoglie, e si fe' toro;
Non quale ingrassa entro le stalle, o quale
Aggiogato trascina onusto carro:
Ma biondo il corpo tutto, e armato il capo
Di corna uguali, alla lucente faccia
Simili appunto di novella luna.
Discese al prato, e non recò spavento
A quello stuol di vergini che tutte
Sentir desio di farglisi dappresso,
E careggiar l'amabile giovenco.
Esso spargea divino odor, che i fiori
Vincea perfino e l'olezzar del prato.
Fermossi al piè della leggiadra Europa,
E le lambiva il collo e l'adescava
Con dolci vezzi. Ella il toccava, e il dorso
Cortese gli palpava, e dalla bocca
Colla man gli tergea la molta spuma,
E lo baciava intanto. Il bue muggiva
In così dolce tuon, che somigliava
Un suono acuto di Migdonio flauto.
Poi chinò le ginocchia ai piè d'Europa,
Le volse il collo, e sollevando il guardo,
La rimirava, e offriale il largo dosso.
Alle compagne sue di lunghe trecce
Sì disse Europa allor: Qua, qua venite,
Care compagne mie, poniamci insieme
Tutte a seder sul dorso a questo toro;
Vedete come è buono; ei senza rischio
Ci porterà come una nave: al certo
Questo è diverso assai dagli altri tori,
Par ch'abbia senno, e quasi un uom somiglia,
Solo gli manca in proferir parole.
Disse, e ridendo, del gentil giovenco
Salì sul tergo, e già l'altre donzelle
Erano per salir, ma poi che quella
Ebbe il toro in poter, cui sol bramava,
Balzato in piè fuggì veloce al mare.
Turbossi Europa allora, e volta indietro
Con paurosa voce, barcollando,
Chiamava le compagne, e verso loro
Tendea le braccia; esse correan, ma invano,
Chè ratto il toro, scorsa già la sponda,
Il suo cammin seguendo, entrò nel mare
Come un Delfino. In dosso alle balene
Le Nereidi sul mar vennero a galla,
E lo stesso Nettun cupo–fremente
Sulla via rappianava il flutto inquieto,
E la strada al german sull'onde apriva.
I marini Tritoni a lui d'intorno
Sorti dall'imo di Oceàn profondo,
Sulle conche intuonaro un nuzial canto.
Ma la rapita Europa, assisa in dorso
Al giovenco fuggente, all'un dei corni
Con una mano s'attenea; coll'altra
In su traeva le purpuree pieghe
Della sua veste, onde potesse appena
L'onda attratta bagnarne un orlo estremo.
L'aura spirante il sinuoso peplo
Le gonfiava sugli omeri, qual vela
Ampia di nave, ond'ella gìa più lieve.
Alfin dal suol natio, dal patrio tetto
Lungi vistasi omai, nè più scorgendo
O terra, o punta di lontano monte,
Ma solo il ciel vedendo, e solo il mare,
Guatandosi d'intorno, in queste voci
Proruppe la donzella: O divin toro,
Chi sei? dove mi porti? e come puoi
Co' pigri piedi e gravi aprirti il calle?
Non temi il mare? Alle veloci navi
È facil cosa correre sull'onda,
Ma le marine vie temono i tori.
E qual bevanda d'acqua dolce, e quale
Avrai cibo dal mar? sei forse un Dio?
E perchè fai quel che sconvien ai numi?
Non per terra i Delfini e non per mare
Passeggiano i giovenchi. Eppur tu scorri
Terra ed acqua del par senza bagnarti,
E ti son remi l'unghie. Al cielo ancora
Drizzar forse potrai rapido il volo,
E l'aere azzurro fender come augello?
Misera me, che dal paterno tetto
Già son lontana, e sola in mezzo al mare,
Senz'aiuto, in balia d'un toro errante,
Vo navigando in così strana foggia.
Ma tu, che tutto puoi sul mar canuto,
Nettun, benigno Dio, dammi soccorso.
Vederti io spero andarmi innanzi, e strada
Farmi sul mar, che senza un nome al certo
Quest'umido sentier non vo solcando.
Fa cuor, fanciulla, le ripose il toro
Dall'ampie corna, dell'instabil flutto
L'ira non paventar. Giove son io,
Giove che toro da vicin rassembro,
Perchè posso sembrar quel che mi aggrada.
Per amor tuo sì lungo mar varcai,
E vestii questa forma. Or te fra poco
Creta accorrà, dove nutrito io fui.
Quivi tue nozze si faranno, e tosto
Da me tu figli avrai, famosi figli,
Cui scettro si darà sul mondo intero.
Disse, e al suo favellar fu pari il fatto.
Apparve Creta, e Giove altra sembianza
Vestì, disciolse alla donzella il cinto.
L'Ore acconciaro il talamo, ed Europa
Che vergine era ancor, del sommo Giove
Divenne sposa, concepì, fu madre.