EUROPA

By Giacomo Leopardi

Già Venere ad Europa, della notte

Nella terza vigilia, allor che omai

Era presso il mattino, un dolce sogno

Mandò, quando il sopor sulle palpebre

Più soave del mel siede, e le membra

Lieve rilassa, ritenendo intanto

In molle laccio avviluppati i lumi:

Quando lo stuol dei veri sogni intorno

Ai tetti errando va. Nelle sue stanze

Vergine ancor dormia la bella Europa.

Di Fenice la figlia. In sogno vide

Per sè far lite due regioni opposte.

Ambe di donne avean l'aspetto, e l'una

D'Asia parea, l'altra straniera: or quella

Alto sclamar s'udiva, e la fanciulla

Chieder con forti grida, e dir che madre

L'era e nutrice: l'altra colle braccia

Europa a sè traea robustamente,

E gridava già scritto esser nei fati

che la donzella a lei l'Egioco Giove

Recasse in don. Nè resisteva Europa,

Ma palpitante il cor batteale in seno.

A un punto si destò, balzò dal letto,

Che visto aver credeva, e non sognato.

Sedeva taciturna, e benchè desta

Ambe le donne ancor negli occhi avea.

Alfin, poi che si scosse, e qual dei Numi,

Disse, mi spedì mai questi fantasmi?

Quai sogni mi turbar, mentre tranquilla

Sul mio letto dormia sì dolcemente

Nelle mie quiete stanze? E quella donna

Che straniera parea, che rimirommi

Come sua figlia, e con sì dolce volto

M'accolse, m'abbracciò, seco mi trasse,

Oh quanto ancor mi piace! e chi fia mai?

Deh fate, o Numi, voi, che questo sogno

Per me si volga in ben. Così diss'ella.

Quindi rizzossi, e corse tosto in traccia

Delle compagne sue, dolci compagne,

Tutte d'età, di nobiltà, di voglie

A lei conformi. Ella solea con queste

Tutto il dì sollazzarsi, e allor che al ballo

Si disponeva, e quando sulle rive

S'abbellia dell'Anauro, e quando al prato

China cogliea tra l'erbe i bianchi gigli.

Presto incontrolle, esse veniano, e in mano

Recavan tutte un cestellin da fiori.

Andaro ai prati, presso cui dal lido

Azzurra si stendea l'ampia marina:

Quivi solean raccorsi , e quivi insieme

Godean concordi e delle fresche rose,

E del fiottar monotono dell'onda.

Seco recava Europa un cestin d'oro,

Bellissimo a vedersi e di Vulcano

Opra stupenda. Questi a Libia, allora

Che al talamo recossi di Nettuno,

Lo scotitor della terrestre mole,

In dono il diede, e Libia alla sua nuora.

Alla bella il donò Telefaessa:

Questa ad Europa, alla sua vergin figlia

Fatto quindi ne avea nobil presente.

Con arte industre in quello erano espresse

Mille cose vaghissime e lucenti.

Effigiata in or vi si vedeva

Io sventurata, d'Inaco la figlia,

Che priva ancor del femminil sembiante,

E giovenca all'aspetto, il salso mare,

Co' piè scorreva, di chi nuota in guisa.

Di ceruleo color v'erano i flutti,

E v'eran due, che da un ciglion del lido

Stavano insieme il mar mirando, e quella

Che il mar guadava candida giovenca.

Giove in atto pietoso eravi sculto,

Che mollemente colla man divina

Ad Io palpava il dorso, e di vitella

Dalle leggiadre corna, alfine in riva

Poi ch'era giunta al Nil di sette bocche,

La ritornava in donna, e le rendeva

Così le antiche sospirate forme.

L'acqua del Nilo espressa era in argento,

In bronzo la giovenca, e Giove in oro.

Del panierino sotto agli orli intorno

Scolpito era Mercurio, e presso lui

Argo giacea disteso, Argo vegghiante,

E d'occhi adorno cui mai chiuse il sonno.

Dal suo purpureo sangue augel nascea,

Pel color vario de' suoi vanni altero,

Che come al mare in sen rapida nave,

Superbamente dispiegando l'ali,

Al cestellino d'or gli orli copria.

Tal d'Europa leggiadra era il paniere.

Poichè scese lo stuolo ai prati ameni,

Erravan le donzelle, qual d'un fiore,

Qual fea d'un altro il suo sollazzo: e queste

Il narcisso cogliean che grato olezza,

Quelle il giacinto, altre serpillo, ed altre

Mietean viole pallide. Frattanto

In copia sparse di que' prati alunni

Di primavera, spicciolate foglie

Cadean sul verde suol. Givano alcune

Del croco in traccia, e ne cogliean la chioma.

Ma in mezzo a tutte, come tra le Grazie

La Dea cui l'onde partorir del mare,

Splendea regina Europa, e delle rose

Tra le fronde sceglieva il fior vermiglio.

Breve diletto! omai non più dai fiori

Trarrà piacer, nè la verginea fascia

Intatta serberà. Giove la vide,

E ne fu tocco, e si diè vinto al dardo

De la Ciprigna Dea che sola puote

Domar lo stesso onnipotente Giove.

La vide, e per fuggir l'ire moleste

Della gelosa Giuno, e l'inesperta

Verginella ingannar, celossi il nume

Sotto mentite spoglie, e si fe' toro;

Non quale ingrassa entro le stalle, o quale

Aggiogato trascina onusto carro:

Ma biondo il corpo tutto, e armato il capo

Di corna uguali, alla lucente faccia

Simili appunto di novella luna.

Discese al prato, e non recò spavento

A quello stuol di vergini che tutte

Sentir desio di farglisi dappresso,

E careggiar l'amabile giovenco.

Esso spargea divino odor, che i fiori

Vincea perfino e l'olezzar del prato.

Fermossi al piè della leggiadra Europa,

E le lambiva il collo e l'adescava

Con dolci vezzi. Ella il toccava, e il dorso

Cortese gli palpava, e dalla bocca

Colla man gli tergea la molta spuma,

E lo baciava intanto. Il bue muggiva

In così dolce tuon, che somigliava

Un suono acuto di Migdonio flauto.

Poi chinò le ginocchia ai piè d'Europa,

Le volse il collo, e sollevando il guardo,

La rimirava, e offriale il largo dosso.

Alle compagne sue di lunghe trecce

Sì disse Europa allor: Qua, qua venite,

Care compagne mie, poniamci insieme

Tutte a seder sul dorso a questo toro;

Vedete come è buono; ei senza rischio

Ci porterà come una nave: al certo

Questo è diverso assai dagli altri tori,

Par ch'abbia senno, e quasi un uom somiglia,

Solo gli manca in proferir parole.

Disse, e ridendo, del gentil giovenco

Salì sul tergo, e già l'altre donzelle

Erano per salir, ma poi che quella

Ebbe il toro in poter, cui sol bramava,

Balzato in piè fuggì veloce al mare.

Turbossi Europa allora, e volta indietro

Con paurosa voce, barcollando,

Chiamava le compagne, e verso loro

Tendea le braccia; esse correan, ma invano,

Chè ratto il toro, scorsa già la sponda,

Il suo cammin seguendo, entrò nel mare

Come un Delfino. In dosso alle balene

Le Nereidi sul mar vennero a galla,

E lo stesso Nettun cupo–fremente

Sulla via rappianava il flutto inquieto,

E la strada al german sull'onde apriva.

I marini Tritoni a lui d'intorno

Sorti dall'imo di Oceàn profondo,

Sulle conche intuonaro un nuzial canto.

Ma la rapita Europa, assisa in dorso

Al giovenco fuggente, all'un dei corni

Con una mano s'attenea; coll'altra

In su traeva le purpuree pieghe

Della sua veste, onde potesse appena

L'onda attratta bagnarne un orlo estremo.

L'aura spirante il sinuoso peplo

Le gonfiava sugli omeri, qual vela

Ampia di nave, ond'ella gìa più lieve.

Alfin dal suol natio, dal patrio tetto

Lungi vistasi omai, nè più scorgendo

O terra, o punta di lontano monte,

Ma solo il ciel vedendo, e solo il mare,

Guatandosi d'intorno, in queste voci

Proruppe la donzella: O divin toro,

Chi sei? dove mi porti? e come puoi

Co' pigri piedi e gravi aprirti il calle?

Non temi il mare? Alle veloci navi

È facil cosa correre sull'onda,

Ma le marine vie temono i tori.

E qual bevanda d'acqua dolce, e quale

Avrai cibo dal mar? sei forse un Dio?

E perchè fai quel che sconvien ai numi?

Non per terra i Delfini e non per mare

Passeggiano i giovenchi. Eppur tu scorri

Terra ed acqua del par senza bagnarti,

E ti son remi l'unghie. Al cielo ancora

Drizzar forse potrai rapido il volo,

E l'aere azzurro fender come augello?

Misera me, che dal paterno tetto

Già son lontana, e sola in mezzo al mare,

Senz'aiuto, in balia d'un toro errante,

Vo navigando in così strana foggia.

Ma tu, che tutto puoi sul mar canuto,

Nettun, benigno Dio, dammi soccorso.

Vederti io spero andarmi innanzi, e strada

Farmi sul mar, che senza un nome al certo

Quest'umido sentier non vo solcando.

Fa cuor, fanciulla, le ripose il toro

Dall'ampie corna, dell'instabil flutto

L'ira non paventar. Giove son io,

Giove che toro da vicin rassembro,

Perchè posso sembrar quel che mi aggrada.

Per amor tuo sì lungo mar varcai,

E vestii questa forma. Or te fra poco

Creta accorrà, dove nutrito io fui.

Quivi tue nozze si faranno, e tosto

Da me tu figli avrai, famosi figli,

Cui scettro si darà sul mondo intero.

Disse, e al suo favellar fu pari il fatto.

Apparve Creta, e Giove altra sembianza

Vestì, disciolse alla donzella il cinto.

L'Ore acconciaro il talamo, ed Europa

Che vergine era ancor, del sommo Giove

Divenne sposa, concepì, fu madre.