Excelse ac magnificae dominae dominae Bartholomeae de Matulgliano cantillena ell...
Inclito, glorïoso e chiaro duce,
Carlo Cavalcabue vero marchese
Di Viadana, in cui gran fama luce,
Magnanimo, benigno, alto e cortese,
Di Cremona dignissimo signore,
Antiquo honor di Lombardo paese.
Bartholomea cum reverente honore
A te s'aricomanda, a te salute
Manda, qual si convien al tuo valore.
Io ho nelle mie man le carte havute,
Piene delle gran lande che me dai;
Ma non digne a me, ma per toa gran vertute.
Come tu sei usato, mandato hai,
Videle reverente et cum effecto
Di tutto il core quelle considerai.
Hor volesse l'altissimo e perfecto
D'ogni cosa factore ch'io fusse tale
Qual il disìo al tuo merto ha concetto.
Ma pur quanto 'l poter mio pichol vale
Comendarò le toe vertù ornate
Non simil al tuo stil ch'à sì grand'ale.
Ch'io non potre' volar se non m'aitate
Alto quanto conviensi, o dolce Orpheo,
O gran Caliope, hor su levate
Lo 'ngegno mio, Minerva, o sacro deo
Apollo, per quel don che ricevesti
Nei biondi crini al gran fiumme Peneo,
Alquanto l'intellecto al mio dir desti,
Sì che le digne tue vertù dir possa
Come l'endegne in me tu discrevesti.
L'animo tuo gentil te diede mossa
Sol per lo stincto natural che viene
De l'antiqu'alma in gran vertù perchossa.
Però che nel suo stil sempre retiene
Di sé ornata et glorïosa fama
Ché vertù sola in gentil se conviene.
L'animo pellegrino sempre a si chiama
Le cose grandi in vertù luminose
Quivi l'eterno honor tien verde rama.
In te, signor magnanimo, tal cose
Veggio che siegon, quando tu honori
Quelle che son di fama glorïose.
Avengha che di quel numero sia fori,
Pur mi piace hora assai che cossì crede
Che 'l tuo suon d'un gran fructo sian già i fiori.
Ma tu, signor, d'antiqua vertù 'rede
Sia da me rengratiato quanto merta
L'opra d'ogni honor fu sempre preda.
Ché 'l tuo suon valoroso mi fa certa
D'esser assai più ch'io non me credea
Nelle cose di fama ornata e 'sperta.
Né fuor d'honesto amor mai Citharea
Non punse il cuor col vago stral de l'oro;
Ma Dïana tenuta ho per mia dea.
Questa tengh'io per mio sacro thesoro,
E nella tela mia, non come Aragne,
Con seta spesso e dillecto lavoro.
L'opere gloriose, adorne e magne
De Lucretia famosa, il cui morire
È vita a chi di tal morte non piagne.
Piacemi assai leghando anchor d'udire
Di virgineo uccidente la filglola
E di Premenio il giusto e casto ardire.
L'animo sempre a questa virtù sola
Tien al fren del disìo la casta mano,
Perché donna sopr'ogni vertù vola.
Quando Pontio prese Aufidiano
Il ferro messo haver nel pedagogo
E Atilio Filischo, huom sì soprano.
Marco Claudio Marcello vedo ch'al giocho
Pose Schatinio e vegio quel tribuno
Contra Marcho Lecterio, ond'io me sfogho
D'anoverar gli esempli ad uno, ad uno.
Veggio Sempronio nello Olympo monte
Punir gli errori e 'nsanguinar gli errori.
Veggio l'alegra Galogree in fronte
La testa in man tenere di que' con lei
Mise le man corrocte, ardite e pronte.
Quanto piacer ne' versi han gli occhij mei
Di colei ch'usò il ferro in sé avaccio,
Che vide in mar colei con penser rei.
Et quelle che sentir l'ultimo giaccio
Quando Mario nel tempio le renchiuse,
Che fo lor fama e glorïoso laccio.
Questi son mei dilecti e le mie muse,
Specchiando me in ogni lor casone
Dove l'infame jndonne sien confuse.
Legho de Eurithia regina amaçone
De Nicostrata poi dicta Carmente
Che alle sette latine die' rasone.
L'alta Panthasilea sempre è presente
Agli occhii mei, e nel cuor sigilla
L'opre facte da lei famosamente.
Dhe volsi anchor la regina Camilla,
Veggio che per Italia tanto fe'
Che soa fama anchor nel mondo stilla.
Quella famosa e gran Penelopé,
Stata gran tempo in aspectar Ulisse
Che mille volte soa tela disfé.
Specchiomi in quella che se tanto misse
In perilglo a passar la gran fortuna
Tilerino il secrieto a' soi redisse.
Dico de l'alta Cornelia Rhomana,
Vergene glorïosa in opre tali
Qual d'huom virile in ogni mente humana.
Claudia delle vergine vestali
Leghò nel cuor gustando gran letitia
Et Martia di Maron fra quelle tali.
Trovo di Floco la savia Supplitia,
Plena d'ogni valore e cortesia,
Ch'ognora alla vertù il cuor me initia,
E a lacrime mei occhii sempre invia
Di Gelon Cicilian la cara filglia,
Che in sé l'altrui mortal colpo desìa.
O di quanta virtù mio cuor s'empilglia
Quando di Sophonisbe gran regina
Penso e lego a honor l'alma consilglia.
Sempronia, che de' Gracchi fo tapina
Isicratea di Ponte e Julia anchora,
Il cui morir fe' de' roman ruina.
E Portia di Caton cui fama honora,
Cornifitia la qual hebbe radici,
Indi poesia già me inamora.
Constantia de' romani imperatrici
Di Cicilia regina, e poi Zoanna,
Che de l'altre regine fo phenici.
In queste altre vertù mio cuor apanna
Non cercho come già rapisse Jove
Ganimede, la cui opra si danna.
Né cercho anchor come rapisse altrove
Europa giovencho diventando;
Né come per Almena il se rimove.
Nel suo amphitrion forma prendendo,
Né come Phebo con dorati crini
Dietro alla bella Daphne andò correndo;
Et non curò sentir come divini
Sembianti soi costui già trasformasse
Diventando pastor con vili inchini.
A Silvio Ameto è ver come menasse
Jove soa forma in un candido cigno,
Accioché Leda in soa preda pilglasse.
Né ho piacer de udir, che nel benigno
Viso de l'alta dea Dïana volse
Per inghannar Calisto in tale ordigno.
Né come l'alto dio de l'arme accholse
In sì ardore amando Cytherea
Quando Vulcano in adulterio il colse.
E fugho audir sì come questa dea
Presa a Adonne pianse soa morte
Del fuoco che de lui gia dentro ardea.
Despiacemi udir de Hercule il forte,
Che per Jole alla rocha trasse chioma
Actando sé alla feminil sorte.
Conçosiacosa ch'elgli di fama ha noma
Havere ucciso Antheo e Cerber cane,
Trasse de inferno e il cielo hebbe per soma.
E se soe rozza membra feccie humane,
E l'anel d'oro a l'acto feminile
Vestendo gl'indumenti al dosso strane.
Non consento in huom magno acto servile,
Ove regna vertù frale et lena
Dal buon principio diventar poi vile.
Io porto nella mente amara pena
Quando per Adrïana Theseo sento
Piange e il troyan Paris per Helena.
E quando Io leghò con riguardo attento
Della furia di Phedra scelerata
Ch'a Ypolito bello fe' dar quel tormento.
La mente con error tal cosa guata,
Quando de gli acti corcata faville
Sento che stemperando se dilata.
Hai quanto me despiace che de Achille
Ardesse già Briseyda, o ver che Dido
Sentisse per Enea mortal sortille.
E de Leandro, che nel mar d'Abido
Per venire alla soa amata Ero
Provò nell'onde il so ultimo strido.
Dove erron non è dillecto intero,
Perhò me spiace Phylis che sui pianti
Sparse per Demophonte a lei severo
De che honor furo a Medea gl'incanti
Quanto for poi piangendo soe feste
D'esser ella e Jason venuti amanti.
La misera Hermion piangendo Horeste
Sempre se vide la morte alpestra
Lei invitar soe fiamme dishoneste.
E 'l doloroso Lino per Ypermestra
Pianse nel cuor di dolore intisso
Simile il vil prete, o Clitemestra.
Quanto dolor de sì portò Narciso
Quando la bella Tisbe al gelso moro
En ogni pecto di mortali per fiso.
Perhò non seguirò già di costoro
Gl'exempli, ma de qui dove hebbon pace
L'alte vertù ne' grandi effecti loro.
Voi, signor caro, a cui veggio honor piace
Sete da comendar fra' più famosi
Di quai tuba di fama mai non tace.
Le cortesie et facti glorïosi
Della nation gentile, alta et antiqua
Fan voi modernamente luminosi.
Fama dove se parla par che dicha
Voi esser pien d'ogni magnificentia,
Et ogni errore e infamia v'è nimicha.
Io sento similgliarvi alla excellentia
E valore et ardir del gran Camillo
Che Rhoma liberò con soa presentia.
De Galia exilïando in tal sigillo
Veggio improntar voi, che vostra mano
Cremona tolse al vipero vexillo
E sento te più benegno e humano
Che l'oscul filial già Philostrato
Recontando le mulglie humìle e piano.
Fama corre de te che sei ornato
Di cortesia più che il magno Alexandro,
Che di largho donar fo sì doctato.
Nel mare Egeo, nel qual dove Leandro
Perì termine son di quel che parlo
Né più l'honor del buono antiquo Evandro.
In nel nome real renovi Carlo,
Fidele in ciò che sancta chiesa crede,
Catolico e fervente in sequitarlo.
Corre la fama anche per chi ti vede
Esser tu similgliante a Scipïone
Franco e sì come Attilio in dar soa fede.
E abilmente come il buon Catone,
Pietoso più che non fo mai Marcello,
Casto più ch'africano essendo garçone.
Al militar governo sei Metello,
Scevero, ardito, ai toi largho e cortese,
Più che Ansalon sei del corpo bello.
Tulio in eloquentia, in pronuntiar cortese,
Constante più che Muccio inver' Porsenna
Quando al gran focho la soa man distese.
Tutthor quanto in justitia tu il perpenna,
Tu di liberale arti tien la forma,
Come di nave il timone e l'antenna.
La toa nobilità tutta è conforma
Al gran disìo de' Cesari, né pensiero
D'inalçar la toa fama e sequir l'orma
D'ogni magnificentia in chi scudiero
Debbe essere honorato di valore,
Et sei nel cuor gentil ver cavaliero.
Tu sei real, tu sei dricto signore,
Specchio d'ogni virtù che dir se pote
In homo honorato, in gran disìo d'honore.
Tutte toe opre son da digni note,
Perle con dolce, honorevol metro,
Ch'alle tre gran vertù stanno devote.
Già non se tira con le mani a retro;
Ma nelle quatro trapassando spesso,
E ciaschun vitio a te sta molto aretro.
Ma poi ch'al fin del mio dire me apresso,
Perché non sei creato mortalmente,
Soffrirai che nel pecto te sia messo
Questo ricordo, ch'ancor può somente
Esser di glorïoso e chiaro fructo;
Perché i molti signor sono hoggi spente.
L'opre virtuose et ogn'hom tucto
S'è dato a far thesor per avaritia,
Che matre è di vergogna e d'ogni lucto.
Vendon la fama lor, vendon justitia,
Leti son d'habondar negli altrui danni,
Rechiudendo in lor mente ogni tristitia.
Per le qual' cose e' son dicti tyranni
D'alturio venenoso che uccide
Quei che se fidan de soi falsi inghanni.
Questi i reami e le cità divide,
Questi per soe mal'opre ciaschun teme,
Vive morendo et dio in sé deride.
Ma il passo grave che 'l suo corpo preme
Il trova nel suo fin tutto fallace,
Perhò spesso dal ciel justitia preme.
Ma se voi haver dentro al tuo cuor pace,
Fa sol che le vertù faccian retegno
Ne' toi pensieri, et fa ciò che lor piace.
Volglij che questo sol te faccian degno
D'esser signore, et ogni dì inalçare
Sol per amor et crescere il to regno,
Sì che tu possi a' toi perpetuare
Quel che fo per antiquo partorito
Del sangue tuo per virtuoso oprare.
Fatte ciaschun con le virtute amicho,
Pensa che sei mortal, fa che socchorra
Con questo sceptro anchor che t'è inimicho.
Perché foelicità sempre ci aborra
La mente in quel che fortuna zi dona:
Onde al vitio convien perilglio corra.
Al mio lengho sermon priegho perdona,
Che per grande affliction qui lusinghando
Tirato m'ha et toa fama ch'or sona,
Tua son, mia honestà conservando,
Come di ver dongiel, marchese e ducha
Del popul tuo, il qual te racomando.
Sì che toa fama dopo te reluca
Con tenace memoria et non se snervi,
Finché l'alto motor luce qui luca,
Il quale io priegho il tuo valor conservi.