FAVOLA DI ATLANTE
Bench'io viva lontan dal natio loco,
Colmo d'ogni dolor, voto di spene,
Qui dove assai vicin le rive e l'erbe,
Durenza inriga, e dove inonda il mare,
Che dal gallico sen riporta il nome;
E dove il gran Roman vermiglia feo
Del cimbrico furor la valle e il fiume;
Sì non poss'io però silenzio porre
Al mio tosco cantar, ch'ovunque io sia
Per lunga usanza omai le Muse e Febo
Mi chiamano a parlar sempre con loro.
Ed io, che sol da voi, gran re de' Franchi,
E dal vostro terren la vita prendo,
Quanto io pensai già mai, né dissi, o scrissi,
Voglio (e no 'l schivi la regale altezza)
Che porti il nome suo dipinto in fronte.
Ora adunque, ch'a dir mi spira Apollo
D'Atlante il vecchio le cangiate forme,
Che ne' liti african divenne un monte
Eletto a sostener le stelle e 'l cielo,
A voi rivolgerò cantando il suono,
Lo qual, se basso fia, prendete in grado:
Che tosto forse ancor più ricco dono
Della sua povertà (trovando posa)
Al vostro alto valor farà 'l mio ingegno.
E voi, caste Sorelle, che dal monte
Alle lingue mortai forze porgete
Di raccontar fra noi l'opre celesti;
Se i vostri templi mai, se i vostri altari
Fur da mia man divotamente cinti
Di gigli, rose e fior; se mai d'intorno
Di purpurei narcissi, edre, e iacinti
Ornai, pregando, quelle antiche soglie,
Onde a nostri voler virtù s'infonde;
Tal mi aiutate, ch'io mi mostri quale
Si convien al gran re, con cui ragiono;
E tanto più ch'io spero, e voi 'l sapete,
Che come al dorso del famoso Atlante
Fu 'l ciel commesso, e così Giove un giorno
In costui poserà quanto è tra noi.
Là dove il mar, ch'all'Occidente volge,
Bagna il libico sen non lunge al varco
In cui termine fisse al mondo estremo
Il possente Teban di Giove figlio;
Ivi il monte e Nettuno adombra e cinge
Così liete compagne, e verdi colli,
Ch'a pena vede tai Nilo, Indo e Tigre:
E 'n tra' primi ch'avean le valli intorno,
Che furon senza fin, signori e duci,
Fu il figliuol di Iapeto, il sommo Atlante.
Quanto senno e valor la terra maura
Ebbe in quei giorni, tutto insieme accolto
Vide in costui, che fu d'ogni altro speglio.
Il viaggio del ciel, d'Apollo il corso,
E di Cintia, e de' cinque i passi e l'ore
Tutte a punto sapea, né gli era ascoso
Di Saturno il venen, di Marte l'ira,
La dolcezza e l'amor che larga piove
Del sesto cielo, in noi dal terzo giro;
E che 'l seggio secondo alluma e muove
Il gran nunzio nel ciel, che forza prende
Da chi gli è più vicin, che giova o nuoce
Più d'altrui qualità, che per se stesso.
Seppe onde nasce e muor la luce, e l'ombra
Della notturna Dea perché si mostri
Or cornuta, or rotonda a noi mortali;
Come spesso il fratel di raggi spoglie,
E la terra talor facendo velo
Tra la sua vista e 'l Sol le imbruni 'l volto.
Come sovente avvien, che Giove e 'l padre
Con gli altri, ch'ivi son, fuor ch'i dui soli
Di Latona figliuoi (ch'al gran Fattore
Così piacque di far) cruccioso e schivo
A mezzo il corso suo ritorni in dietro.
Vide oltre ai sette poi, che vanno errando,
L'ampio cerchio regal, che tutto abbraccia,
E mal grado di quei, da mane a sera
Al contrario cammin ch'è dato loro,
Quanti sotto ne stan con seco avvolge
Le celesti figure in esso sculte
Vide, e i gran mostri, il carro e la corona;
E di tutti il poter conobbe e l'opre:
Scorse, ch'ivi tenea l'altero seggio
Il gran Padre del ciel co' figli insieme;
Vide in esso il cammin, che i santi passi
Segnan con l'orme; e la ragion ne intese:
Vide l'altro cammin, dentro a cui fanno
Lor corso i Sette; e vide a punto come
Van sotto esso vagando, e quinci e quindi,
Se non l'almo pastor che 'l mondo alluma:
Questo pur sempre, e pe 'l medesmo calle
I suoi levi corsier nell'onde attuffa;
Né dal mezzo sentier già mai si piega:
Scòrse i dodici alberghi; e scòrse come
Quel freddo vecchio, che sì tardo muove
Lunge i passi da noi, l'Aquario in prima,
E 'l Capricorno suo più caro tiene;
Il buon padre del ciel Chirone, e i pesci;
E che 'l monton Frisseo, che Scorpio sono
Del bellicoso dio l'elette sedi;
L'aspra fera Nemea del biondo Apollo;
Della Ciprigna dea la Libra e 'l Toro;
Di quel volante dio ch'ad Argo tolse
Le luci e l'alma, i chiari due germani
D'Elena già fratei, di Leda figli,
E la vergine Astrea gli alberghi sono.
Delia, che 'l suo cammin sì leve avanza,
Che in men di trenta dì compie il viaggio,
Senza più ricercar del Cancro solo
In guisa del fratel contenta vive.
Ma che deggio io più dir, s'ei vide a pieno
Il viaggio là su, gli effetti e l'opre,
Tanto ch'ad uom mortal mirar più innanti
Non fu prima né poi concesso unquanco?
Né pur l'avea di ciò segnato il cielo;
Ma di tanta beltà l'avea ripieno,
Che null'altro agguagliar si puote a lui.
Eran le membra sue sì grandi e tali,
Che Iapeto e Tifeo fur pari a pena;
E di forza e valor vincea ciascuno.
Perché tutti i vicin lo scettro e 'l regno
Di publico voler gli diero in mano,
Onde 'l paese avea sotto 'l suo impero,
Che tra 'l libico mar si serra e 'l monte.
Tanti aveva pastori, armenti e gregge,
Che copria d'ogni intorno il piano e 'l monte.
Di solcate campagne, e colli c¢lti
Tanti ne possedea, ch'a chi lo intese
Ogni avaro pensier d'invidia empiea.
Ma quanto avea la instabile Fortuna
Prestato agli anni suoi, gli era in dispregio,
A rispetto di quel che tanto amava
Odorato, gentil, fiorito e bello
Giardin, ch'avea dentr'una aprica valle
Con le sue proprie man piantato e culto.
Ivi quando più 'l Sol le piagge offende,
Quando più l'onde asciuga e scalda il cielo,
Non mancaron già mai fontane vive,
Che i lucenti cristalli e quinci e quindi
Presti alle voglie sue spargeano intorno.
Poi che lunge da noi fuggiva il Sole,
E i venti, il gel, le nevi e le pruine
Riprendevan del ciel l'Impero in mano,
Così ben fu da quella fredda parte,
Onde soffia Aquilon di colli cinto,
Ch'offesa non sentia dell'armi loro.
Così d'ogni stagion Zefiro e Flora
S'avean fatto di lui felice albergo.
Le violette bianche, e perse, e gialle;
Le vermigliette rose, i gigli alteri;
Mille odorate erbette, e mille fiori,
Ivi senza temer l'estate e 'l ghiaccio
Tra le dolci aure, l'onde e 'l ciel benigno,
Vivean sicure nel perpetuo aprile.
Né pur ivi scorgeano Apollo e Bacco
Le care frondi sue, Venere e Palla;
Ma quante altre onorate e chiare piante
Vide in parte già mai girando il Sole,
Ivi eran tutte, e dal cultore ornato
Tra lor disposte, e 'n così bella guisa,
Ch'empieano ogni uom di maraviglia e gioia.
Ma sopra l'altre amò la pianta eletta,
Non conosciuta ancor dal mondo allora:
La pianta eletta, che pur d'oro i pomi,
E di fini smeraldi avea le frondi,
La qual d'ogni stagion felice porta
Frutti acerbi e maturi, e fiori insieme.
Questa lunge rendea sì largo odore,
Sì soave, gentil, leggiadro e vago,
Che non pur quanto avea la valle intorno,
Ma chi 'l colle varcava a lui vicino,
E chi solcava il mar, sentia dolcezza.
Mille vaghi augelletti estate e verno
Sopra i rami cantando a schiera a schiera
Facean dolce sonar le rive intorno
D'angelica armonia. La Suora e Progne
Non trovaron già mai più degno albergo
Da sfogar contra 'l ciel l'antica doglia,
E destar la pietà, tra' fiori e l'erbe.
La innocente lepretta, il cervo errante,
Il coniglio gentil, la damma inerme,
E quanti altri animai di pace amici,
Senza morso e venen pascon la vita
Ivi eran tutti; e tutti quinci e quindi,
Or sopra il verde prato, or sotto un cespo
Si vedeano apparir lascivi e snelli,
Che senza ivi temer la rete o 'l cane,
Puon sicuri gustar le frondi e l'acque.
Or chi potrà narrar di tutto a pieno
Come avean giunto insieme arte e natura
Ogni suo sforzo a farlo al mondo solo,
Parlando agguaglieria natura ed arte.
Basti solo a pensar, ch'egli era tale,
Che fia il grido di lui nel mondo eterno.
Fu l'ampio muro, che 'l cingea d'intorno,
Di pure pietre e fin composto insieme;
Alto, spazioso, e ben fondato a terra,
Tal che forza, saver, né ingegno umano
Contra il voler già mai del suo signore
Non poteo penetrar la inclusa parte.
Così dunque costui soletto, e in pace
Lieto godea, d'ogni altra cura sciolto,
Tra' dolci studi suoi l'aprica stanza.
Tosto che accinta la rosata Aurora
Lasciando il suo Titon riporta il lume
Sopra 'l cielo e gli Dei, nel mondo a noi;
Lasciando il sonno e le notturne piume
Già di spoglie regai le membra cinte,
Pei quadrati sentier dell'orto ameno,
Pensoso e scarco a suo diporto giva.
Ivi sentia gli augei muover le voci
Dolce cantanti a salutar l'Aurora;
E 'l nuovo Sol, che già spuntava i raggi,
E le chiare acque mormorando intorno
Far soave tenore ai versi loro.
Ivi nel dolce april la fresca rosa,
Nel dolce april ch'avea l'estate e 'l verno,
Surger vedea con la nascente dea;
E di stesso color dipinto il volto
L'una e l'altra scorgea, tal ch'era incerto,
Se le rose tingea l'ardente Aurora,
O l'acceso color prendea da quelle.
Questa spuntando fuor l'acuta cima,
Vergognando di sé la gemma apriva;
Quella più largo al ciel mostrava il seno;
L'altra con le sue frondi aperte e sparse
Chiamava l'aura e 'l Sol, né sapea lassa,
Ch'a poche ore vicin la morte avea.
D'acqua celeste l'amorosa stilla,
Che nell'umida notte a terra cade,
Sopra le aperte frondi in ogni parte
Vedea dolce scherzar ritonda e chiara.
Poscia che 'l Sol rotando in alto sale,
E dal cerchio maggior riscalda il mondo,
In più riposta parte i lauri e mirti
Difendean dal calor la terra erbosa;
Tra violette e fior sedeva all'ombra,
Di soavi pensier pascendo l'alma:
Rivolgendo talor le antiche carte
Dell'opre illustri de' passati tempi,
O di quei che mostrâr cammin più breve
Da gir con la virtù poggiando in alto.
Indi ch'Apollo all'Occidente volge
Con lento passo, ove discorre un fonte
Rigando il praticel, prendea diporto.
Poi che 'l notturno vel la terra adombra
Sopra un de' fianchi, che cingea la valle,
Stava alto assiso a contemplar le stelle,
E le fisse, e l'erranti, e i corsi loro;
E con mille istrumenti, e forme e segni,
Gìa seco misurando, e quanto, e come
Questa vicina sia, quella lontana,
Quando al nostro Orizzonte, e quando al Polo.
In cotal guisa allor l'antico vate
Menava i giorni suoi contento e queto,
Senza doglia, desir, timore o spene.
Ma perché cosa mai non vide il mondo
Stabile e dolce, in un momento venne
Chi gli fece cangiar fortuna e forma.
Quel che in l'alta, ferrata e chiusa torre
Nacque di Giove, allor ch'in pioggia d'oro,
Dentro il bramato sen di Danae scese;
Quel, che con tanta pena, arte e periglio
L'impia testa fatal di serpi cinta,
Che facea convertir la gente in pietra,
Vittorioso, e sol dal corpo sciolse;
Partendo un dì dall'onorata impresa,
Superbo e carco delle spoglie ostili,
Per l'aere intorno come leve uccello
Con l'alato corsier vagando giva;
E sopra essendo all'africane arene,
Spesso cadean dalla gorgonea fronte
Stille di sangue, che spargendo a terra
Il venenoso umor, lacerte ed angui
Tosto eran fatti, onde più d'altri ha colmo
Di nocenti animai la Libia il seno.
Indi per l'ampio ciel de' venti in preda,
Quinci e quindi cercò di nubi in guisa
Quanto ingombra la terra e bagna il mare.
Tre volte il Cancro, ed altrettante vide
L'Orse, e 'l bel nido in cui si sta l'Aurora,
E dove attuffa il Sol tra l'onde i crini.
Ma poi che 'l tardo dì giunse all'occaso,
Schivando i dubbi della ombrosa notte,
Là dove Atlante il bel ricetto avea,
Tratto d'alto destin frenò 'l suo corso.
Poi del lungo penar cercando posa,
Verso il vago giardin prese il sentiero,
Ove pensò trovar sicuro albergo.
Ivi in disparte il glorïoso Atlante
Trovò nel cor di maraviglia carco,
Poi che vide volar l'altero mostro,
A cui pregando allor soave e piano,
Tutto ripien di amor parlò cotale:
O Pianta eletta, che Iapeto il grande,
Sol per Libia onorar produsse in terra,
Se già mai ti scaldò di lode amore,
Non mi negar le regie case e i frutti
Del tuo chiaro terren, ch'io possa alquanto
Ristorare, e posar le membra stanche:
E s'alta nobiltà può farti amico,
Perseo figlio son io del sommo Giove:
O, se i gran fatti altrui, chi i nostri avanza,
Che 'l Pegaso frenai, Medusa ancisi?
Non avea il suo parlar compito a pena,
Ch'a memoria tornò del sommo Atlante
L'antica sorte, che le stelle e 'l cielo
Gli avean mostrata, e che Parnasia Temi
Avea cantata già molti anni in prima,
Dicendo: Tempo vien, famoso Atlante,
Che 'l tuo chiaro giardin fia nudo e guasto,
E sarà il predator di Giove nato.
Di che temendo tra montagne e muri
Cinto avea intorno il sommo suo tesoro,
E del fero serpente a guardia dato,
Che a tutti i peregrin vietava il passo.
Tal che tutto ripien di doglia e d'ira,
Va' lunge, disse; e da te lunge sia
Giove e 'l suo sangue; e minaccioso aggiunge
Le forze ai detti; e lui (che pur tardava,
E con l'opre, e col dir d'entrar s'aita)
Impetuosamente a dietro spinge.
Perseo, che al gran poter non era eguale,
(E chi fu egual del valoroso Atlante?)
Vinto restando, discoperto il velo
Dalla inimica fronte di Medusa,
La porse a gli occhi suoi, dicendo: Prendi
Dalla tua cortesia condegno merto.
Or chi ciò crederà? che vista a pena
Tutto dentro e di fuor sentì cangiarsi
L'alto gigante, e farsi terra e sasso;
Ché in un momento sol divenne un monte.
Abeti, faggi, e pin la barba e i crini;
Fur le spalle e le braccia alpestri gioghi,
E la fronte restò l'altezza estrema.
Fur l'ossa e l'unghie sue converse in pietra:
L'altero sangue in rapidi torrenti,
Ch'all'atlantico mar tributo fanno.
E perché da gli Dei molti anni in vita
Pur le sue gran virtù provate e l'opre,
Per non lasciar quaggiù di gloria in bando
Il buon nome di lui, le membra tutte
Con modi e forma egual sì grandi féro,
Che sopra il dorso suo le stelle e 'l cielo
(Quasi degni di par sostegno e soma)
Di pubblico voler quel dì posaro.
Ed ei benché le spalle, il collo e 'l volto
Piegando in basso, dal celeste peso
Senta aggravarsi, e con le braccia in alto
Cinga il gran fascio, e l'un ginocchio a terra
Vinto posando s'affatiche e sude,
Pur gli giova pertar l'eterna altezza.