FAVOLA DI ATLANTE

By Luigi Alamanni

Bench'io viva lontan dal natio loco,

Colmo d'ogni dolor, voto di spene,

Qui dove assai vicin le rive e l'erbe,

Durenza inriga, e dove inonda il mare,

Che dal gallico sen riporta il nome;

E dove il gran Roman vermiglia feo

Del cimbrico furor la valle e il fiume;

Sì non poss'io però silenzio porre

Al mio tosco cantar, ch'ovunque io sia

Per lunga usanza omai le Muse e Febo

Mi chiamano a parlar sempre con loro.

Ed io, che sol da voi, gran re de' Franchi,

E dal vostro terren la vita prendo,

Quanto io pensai già mai, né dissi, o scrissi,

Voglio (e no 'l schivi la regale altezza)

Che porti il nome suo dipinto in fronte.

Ora adunque, ch'a dir mi spira Apollo

D'Atlante il vecchio le cangiate forme,

Che ne' liti african divenne un monte

Eletto a sostener le stelle e 'l cielo,

A voi rivolgerò cantando il suono,

Lo qual, se basso fia, prendete in grado:

Che tosto forse ancor più ricco dono

Della sua povertà (trovando posa)

Al vostro alto valor farà 'l mio ingegno.

E voi, caste Sorelle, che dal monte

Alle lingue mortai forze porgete

Di raccontar fra noi l'opre celesti;

Se i vostri templi mai, se i vostri altari

Fur da mia man divotamente cinti

Di gigli, rose e fior; se mai d'intorno

Di purpurei narcissi, edre, e iacinti

Ornai, pregando, quelle antiche soglie,

Onde a nostri voler virtù s'infonde;

Tal mi aiutate, ch'io mi mostri quale

Si convien al gran re, con cui ragiono;

E tanto più ch'io spero, e voi 'l sapete,

Che come al dorso del famoso Atlante

Fu 'l ciel commesso, e così Giove un giorno

In costui poserà quanto è tra noi.

Là dove il mar, ch'all'Occidente volge,

Bagna il libico sen non lunge al varco

In cui termine fisse al mondo estremo

Il possente Teban di Giove figlio;

Ivi il monte e Nettuno adombra e cinge

Così liete compagne, e verdi colli,

Ch'a pena vede tai Nilo, Indo e Tigre:

E 'n tra' primi ch'avean le valli intorno,

Che furon senza fin, signori e duci,

Fu il figliuol di Iapeto, il sommo Atlante.

Quanto senno e valor la terra maura

Ebbe in quei giorni, tutto insieme accolto

Vide in costui, che fu d'ogni altro speglio.

Il viaggio del ciel, d'Apollo il corso,

E di Cintia, e de' cinque i passi e l'ore

Tutte a punto sapea, né gli era ascoso

Di Saturno il venen, di Marte l'ira,

La dolcezza e l'amor che larga piove

Del sesto cielo, in noi dal terzo giro;

E che 'l seggio secondo alluma e muove

Il gran nunzio nel ciel, che forza prende

Da chi gli è più vicin, che giova o nuoce

Più d'altrui qualità, che per se stesso.

Seppe onde nasce e muor la luce, e l'ombra

Della notturna Dea perché si mostri

Or cornuta, or rotonda a noi mortali;

Come spesso il fratel di raggi spoglie,

E la terra talor facendo velo

Tra la sua vista e 'l Sol le imbruni 'l volto.

Come sovente avvien, che Giove e 'l padre

Con gli altri, ch'ivi son, fuor ch'i dui soli

Di Latona figliuoi (ch'al gran Fattore

Così piacque di far) cruccioso e schivo

A mezzo il corso suo ritorni in dietro.

Vide oltre ai sette poi, che vanno errando,

L'ampio cerchio regal, che tutto abbraccia,

E mal grado di quei, da mane a sera

Al contrario cammin ch'è dato loro,

Quanti sotto ne stan con seco avvolge

Le celesti figure in esso sculte

Vide, e i gran mostri, il carro e la corona;

E di tutti il poter conobbe e l'opre:

Scorse, ch'ivi tenea l'altero seggio

Il gran Padre del ciel co' figli insieme;

Vide in esso il cammin, che i santi passi

Segnan con l'orme; e la ragion ne intese:

Vide l'altro cammin, dentro a cui fanno

Lor corso i Sette; e vide a punto come

Van sotto esso vagando, e quinci e quindi,

Se non l'almo pastor che 'l mondo alluma:

Questo pur sempre, e pe 'l medesmo calle

I suoi levi corsier nell'onde attuffa;

Né dal mezzo sentier già mai si piega:

Scòrse i dodici alberghi; e scòrse come

Quel freddo vecchio, che sì tardo muove

Lunge i passi da noi, l'Aquario in prima,

E 'l Capricorno suo più caro tiene;

Il buon padre del ciel Chirone, e i pesci;

E che 'l monton Frisseo, che Scorpio sono

Del bellicoso dio l'elette sedi;

L'aspra fera Nemea del biondo Apollo;

Della Ciprigna dea la Libra e 'l Toro;

Di quel volante dio ch'ad Argo tolse

Le luci e l'alma, i chiari due germani

D'Elena già fratei, di Leda figli,

E la vergine Astrea gli alberghi sono.

Delia, che 'l suo cammin sì leve avanza,

Che in men di trenta dì compie il viaggio,

Senza più ricercar del Cancro solo

In guisa del fratel contenta vive.

Ma che deggio io più dir, s'ei vide a pieno

Il viaggio là su, gli effetti e l'opre,

Tanto ch'ad uom mortal mirar più innanti

Non fu prima né poi concesso unquanco?

Né pur l'avea di ciò segnato il cielo;

Ma di tanta beltà l'avea ripieno,

Che null'altro agguagliar si puote a lui.

Eran le membra sue sì grandi e tali,

Che Iapeto e Tifeo fur pari a pena;

E di forza e valor vincea ciascuno.

Perché tutti i vicin lo scettro e 'l regno

Di publico voler gli diero in mano,

Onde 'l paese avea sotto 'l suo impero,

Che tra 'l libico mar si serra e 'l monte.

Tanti aveva pastori, armenti e gregge,

Che copria d'ogni intorno il piano e 'l monte.

Di solcate campagne, e colli c¢lti

Tanti ne possedea, ch'a chi lo intese

Ogni avaro pensier d'invidia empiea.

Ma quanto avea la instabile Fortuna

Prestato agli anni suoi, gli era in dispregio,

A rispetto di quel che tanto amava

Odorato, gentil, fiorito e bello

Giardin, ch'avea dentr'una aprica valle

Con le sue proprie man piantato e culto.

Ivi quando più 'l Sol le piagge offende,

Quando più l'onde asciuga e scalda il cielo,

Non mancaron già mai fontane vive,

Che i lucenti cristalli e quinci e quindi

Presti alle voglie sue spargeano intorno.

Poi che lunge da noi fuggiva il Sole,

E i venti, il gel, le nevi e le pruine

Riprendevan del ciel l'Impero in mano,

Così ben fu da quella fredda parte,

Onde soffia Aquilon di colli cinto,

Ch'offesa non sentia dell'armi loro.

Così d'ogni stagion Zefiro e Flora

S'avean fatto di lui felice albergo.

Le violette bianche, e perse, e gialle;

Le vermigliette rose, i gigli alteri;

Mille odorate erbette, e mille fiori,

Ivi senza temer l'estate e 'l ghiaccio

Tra le dolci aure, l'onde e 'l ciel benigno,

Vivean sicure nel perpetuo aprile.

Né pur ivi scorgeano Apollo e Bacco

Le care frondi sue, Venere e Palla;

Ma quante altre onorate e chiare piante

Vide in parte già mai girando il Sole,

Ivi eran tutte, e dal cultore ornato

Tra lor disposte, e 'n così bella guisa,

Ch'empieano ogni uom di maraviglia e gioia.

Ma sopra l'altre amò la pianta eletta,

Non conosciuta ancor dal mondo allora:

La pianta eletta, che pur d'oro i pomi,

E di fini smeraldi avea le frondi,

La qual d'ogni stagion felice porta

Frutti acerbi e maturi, e fiori insieme.

Questa lunge rendea sì largo odore,

Sì soave, gentil, leggiadro e vago,

Che non pur quanto avea la valle intorno,

Ma chi 'l colle varcava a lui vicino,

E chi solcava il mar, sentia dolcezza.

Mille vaghi augelletti estate e verno

Sopra i rami cantando a schiera a schiera

Facean dolce sonar le rive intorno

D'angelica armonia. La Suora e Progne

Non trovaron già mai più degno albergo

Da sfogar contra 'l ciel l'antica doglia,

E destar la pietà, tra' fiori e l'erbe.

La innocente lepretta, il cervo errante,

Il coniglio gentil, la damma inerme,

E quanti altri animai di pace amici,

Senza morso e venen pascon la vita

Ivi eran tutti; e tutti quinci e quindi,

Or sopra il verde prato, or sotto un cespo

Si vedeano apparir lascivi e snelli,

Che senza ivi temer la rete o 'l cane,

Puon sicuri gustar le frondi e l'acque.

Or chi potrà narrar di tutto a pieno

Come avean giunto insieme arte e natura

Ogni suo sforzo a farlo al mondo solo,

Parlando agguaglieria natura ed arte.

Basti solo a pensar, ch'egli era tale,

Che fia il grido di lui nel mondo eterno.

Fu l'ampio muro, che 'l cingea d'intorno,

Di pure pietre e fin composto insieme;

Alto, spazioso, e ben fondato a terra,

Tal che forza, saver, né ingegno umano

Contra il voler già mai del suo signore

Non poteo penetrar la inclusa parte.

Così dunque costui soletto, e in pace

Lieto godea, d'ogni altra cura sciolto,

Tra' dolci studi suoi l'aprica stanza.

Tosto che accinta la rosata Aurora

Lasciando il suo Titon riporta il lume

Sopra 'l cielo e gli Dei, nel mondo a noi;

Lasciando il sonno e le notturne piume

Già di spoglie regai le membra cinte,

Pei quadrati sentier dell'orto ameno,

Pensoso e scarco a suo diporto giva.

Ivi sentia gli augei muover le voci

Dolce cantanti a salutar l'Aurora;

E 'l nuovo Sol, che già spuntava i raggi,

E le chiare acque mormorando intorno

Far soave tenore ai versi loro.

Ivi nel dolce april la fresca rosa,

Nel dolce april ch'avea l'estate e 'l verno,

Surger vedea con la nascente dea;

E di stesso color dipinto il volto

L'una e l'altra scorgea, tal ch'era incerto,

Se le rose tingea l'ardente Aurora,

O l'acceso color prendea da quelle.

Questa spuntando fuor l'acuta cima,

Vergognando di sé la gemma apriva;

Quella più largo al ciel mostrava il seno;

L'altra con le sue frondi aperte e sparse

Chiamava l'aura e 'l Sol, né sapea lassa,

Ch'a poche ore vicin la morte avea.

D'acqua celeste l'amorosa stilla,

Che nell'umida notte a terra cade,

Sopra le aperte frondi in ogni parte

Vedea dolce scherzar ritonda e chiara.

Poscia che 'l Sol rotando in alto sale,

E dal cerchio maggior riscalda il mondo,

In più riposta parte i lauri e mirti

Difendean dal calor la terra erbosa;

Tra violette e fior sedeva all'ombra,

Di soavi pensier pascendo l'alma:

Rivolgendo talor le antiche carte

Dell'opre illustri de' passati tempi,

O di quei che mostrâr cammin più breve

Da gir con la virtù poggiando in alto.

Indi ch'Apollo all'Occidente volge

Con lento passo, ove discorre un fonte

Rigando il praticel, prendea diporto.

Poi che 'l notturno vel la terra adombra

Sopra un de' fianchi, che cingea la valle,

Stava alto assiso a contemplar le stelle,

E le fisse, e l'erranti, e i corsi loro;

E con mille istrumenti, e forme e segni,

Gìa seco misurando, e quanto, e come

Questa vicina sia, quella lontana,

Quando al nostro Orizzonte, e quando al Polo.

In cotal guisa allor l'antico vate

Menava i giorni suoi contento e queto,

Senza doglia, desir, timore o spene.

Ma perché cosa mai non vide il mondo

Stabile e dolce, in un momento venne

Chi gli fece cangiar fortuna e forma.

Quel che in l'alta, ferrata e chiusa torre

Nacque di Giove, allor ch'in pioggia d'oro,

Dentro il bramato sen di Danae scese;

Quel, che con tanta pena, arte e periglio

L'impia testa fatal di serpi cinta,

Che facea convertir la gente in pietra,

Vittorioso, e sol dal corpo sciolse;

Partendo un dì dall'onorata impresa,

Superbo e carco delle spoglie ostili,

Per l'aere intorno come leve uccello

Con l'alato corsier vagando giva;

E sopra essendo all'africane arene,

Spesso cadean dalla gorgonea fronte

Stille di sangue, che spargendo a terra

Il venenoso umor, lacerte ed angui

Tosto eran fatti, onde più d'altri ha colmo

Di nocenti animai la Libia il seno.

Indi per l'ampio ciel de' venti in preda,

Quinci e quindi cercò di nubi in guisa

Quanto ingombra la terra e bagna il mare.

Tre volte il Cancro, ed altrettante vide

L'Orse, e 'l bel nido in cui si sta l'Aurora,

E dove attuffa il Sol tra l'onde i crini.

Ma poi che 'l tardo dì giunse all'occaso,

Schivando i dubbi della ombrosa notte,

Là dove Atlante il bel ricetto avea,

Tratto d'alto destin frenò 'l suo corso.

Poi del lungo penar cercando posa,

Verso il vago giardin prese il sentiero,

Ove pensò trovar sicuro albergo.

Ivi in disparte il glorïoso Atlante

Trovò nel cor di maraviglia carco,

Poi che vide volar l'altero mostro,

A cui pregando allor soave e piano,

Tutto ripien di amor parlò cotale:

O Pianta eletta, che Iapeto il grande,

Sol per Libia onorar produsse in terra,

Se già mai ti scaldò di lode amore,

Non mi negar le regie case e i frutti

Del tuo chiaro terren, ch'io possa alquanto

Ristorare, e posar le membra stanche:

E s'alta nobiltà può farti amico,

Perseo figlio son io del sommo Giove:

O, se i gran fatti altrui, chi i nostri avanza,

Che 'l Pegaso frenai, Medusa ancisi?

Non avea il suo parlar compito a pena,

Ch'a memoria tornò del sommo Atlante

L'antica sorte, che le stelle e 'l cielo

Gli avean mostrata, e che Parnasia Temi

Avea cantata già molti anni in prima,

Dicendo: Tempo vien, famoso Atlante,

Che 'l tuo chiaro giardin fia nudo e guasto,

E sarà il predator di Giove nato.

Di che temendo tra montagne e muri

Cinto avea intorno il sommo suo tesoro,

E del fero serpente a guardia dato,

Che a tutti i peregrin vietava il passo.

Tal che tutto ripien di doglia e d'ira,

Va' lunge, disse; e da te lunge sia

Giove e 'l suo sangue; e minaccioso aggiunge

Le forze ai detti; e lui (che pur tardava,

E con l'opre, e col dir d'entrar s'aita)

Impetuosamente a dietro spinge.

Perseo, che al gran poter non era eguale,

(E chi fu egual del valoroso Atlante?)

Vinto restando, discoperto il velo

Dalla inimica fronte di Medusa,

La porse a gli occhi suoi, dicendo: Prendi

Dalla tua cortesia condegno merto.

Or chi ciò crederà? che vista a pena

Tutto dentro e di fuor sentì cangiarsi

L'alto gigante, e farsi terra e sasso;

Ché in un momento sol divenne un monte.

Abeti, faggi, e pin la barba e i crini;

Fur le spalle e le braccia alpestri gioghi,

E la fronte restò l'altezza estrema.

Fur l'ossa e l'unghie sue converse in pietra:

L'altero sangue in rapidi torrenti,

Ch'all'atlantico mar tributo fanno.

E perché da gli Dei molti anni in vita

Pur le sue gran virtù provate e l'opre,

Per non lasciar quaggiù di gloria in bando

Il buon nome di lui, le membra tutte

Con modi e forma egual sì grandi féro,

Che sopra il dorso suo le stelle e 'l cielo

(Quasi degni di par sostegno e soma)

Di pubblico voler quel dì posaro.

Ed ei benché le spalle, il collo e 'l volto

Piegando in basso, dal celeste peso

Senta aggravarsi, e con le braccia in alto

Cinga il gran fascio, e l'un ginocchio a terra

Vinto posando s'affatiche e sude,

Pur gli giova pertar l'eterna altezza.